Stati Uniti d'America
“No Kings” ovunque in America: contro ogni re e ogni guerra
Terzo atto delle mobilitazioni del movimento “No Kings” negli Stati Uniti, dopo quelle tenutesi nel 2025, il 14 giugno e il 18 ottobre. La prima delle quali, con 5 milioni di partecipanti, in concomitanza con la “ridicola parata di compleanno militare per Trump” e con principale evento a Philadelphia (la culla della Costituzione statunitense, violata oggi su vari aspetti da Trump); la seconda, con quasi 7 milioni di presenze in 2.700 località.
La recente, sabato 28 marzo 2026, con 3.300 manifestazioni e 8 milioni di partecipanti (secondo gli organizzatori), con al centro la grande piazza, piena di gente, di Minneapolis (nel Minnesota), in ricordo di Renée Good e Alex Pretti, assassinati dall’ICE durante un raid contro gli immigrati.
Le proteste dei No Kings sono organizzate da Indivisible, 50501, MoveOn, Working Families Party, ACLU e altre 200 organizzazioni coalizzate. Aderisce anche la grande federazione del Lavoro AFL-CIO.
Sui loro siti compaiono considerazioni come questa: “Poliziotti mascherati terrorizzano le nostre comunità. Una guerra illegale ci mette in pericolo e taglia ancora le spese sociali. Attacchi alla nostra libertà di parola, ai nostri diritti civili, alla nostra libertà di voto. I costi che spingono le famiglie sull’orlo del baratro. Trump vuole governare su di noi come un tiranno. Ma il potere deve essere per il popolo, non per aspiranti re e per i loro compari miliardari”.
Trump & soci accusano di parole e atti violenti chi cerca di contrastare la loro deriva reazionaria ma dimostrano ogni giorno la loro di violenza, sostenendo il genocidio dei palestinesi di Gaza, bombardando la popolazione iraniana (un memoriale autoprodotto ricorda da oggi a Boston in un’area verde, con le loro foto, le decine di ragazze uccise da un missile in una scuola dell’Iran meridionale) e organizzando raid nel proprio Paese che trasformano le città in zone di guerra.
A proposito di armi, che sono 400 milioni negli USA contro una popolazione di 300 milioni di abitanti, è significativo che i relatori della grande manifestazione di Minneapolis, che segue lo sciopero generale del 23 gennaio in quella città, abbiano parlato dietro una protezione di materiale trasparente. E sullo sfondo un grande striscione declamante “Avevamo dei fischietti, loro avevano le pistole. La rivoluzione inizia a Minneapolis”.
Lo enfatizza il governatore Tim Walz, che parla di “aspirante dittatore alla Casa Bianca che ha mandato i suoi aggressivi scagnozzi (“thugs”, un termine che da sempre identifica negli USA le guardie armate padronali) a fare danni al Minnesota”, mentre è stato il popolo a “difendere i vicini, la decenza, la gentilezza” ma con la “nostra tradizionale fermezza”.
Coi fischietti in bocca per avvertire dell’arrivo degli squadristi dell’ICE, si è opposto senza violenza, “in un momento in cui la democrazia sembra ancora a rischio”. I nostri immigrati, in particolare i tanti somali che vivono nello Stato, ha continuato ancora Walz, saranno ancora qui quando quel pagliaccio là (indicando verso est) sarà nel cestino della storia”. Walz ha poi introdotto sul palco chi “ha dato voce alla classe lavoratrice”, Bruce Springsteen, il quale ha cantato la canzone “Street of Minneapolis”, composta subito dopo i delitti dell’ICE.
Nel vedere in diretta le manifestazioni, si nota che le persone che partecipano a No Kings, e anche le loro organizzazioni, ne hanno ben chiare le motivazioni e le modalità, declinate con le proprie specificità. La quantità di cartelli autoprodotti vi predomina e anche le maschere e i travestimenti stravaganti che sbeffeggiano, condannano e ne chiedono le dimissioni, i sovvertitori della democrazia.
Il richiamo dei cortei è spesso alla nascita della loro Nazione: a Washington uno degli striscioni iniziali del corteo dice “No Kings since 1776” (“Nessun re fin dal 1776”, l’anno della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti). Non si può negare che sia difficile in queste manifestazioni vedere un ricordo delle guerre del passato; interne (contro i ghetti neri) oppure all’estero (dalla Corea al Vietnam, dai colpi di stato organizzati dalla CIA fino alle guerre all’Iraq) che non sono certo state prerogativa solo dei Repubblicani, o del Trump attuale, che inopinatamente ha chiesto il Nobel per la pace.
La grande associazione ambientalista Sierra scrive sul proprio sito. “I movimenti non violenti, organizzati e guidati dal popolo sono una delle forze più potenti per la tutela dei diritti nel nostro Paese. No Kings è una pacifica giornata nazionale di azione in risposta all’invasione sistemica di questa amministrazione e al suo disprezzo per lo stato di diritto, che mette a rischio tutti gli americani e rende più difficile lottare per l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il clima stabile da cui dipendiamo”.
Nelle settimane precedenti i cortei, oltre 200.000 persone hanno partecipato agli addestramenti definiti “Eyes on ICE”, dedicati a come mettere in pratica i diritti del primo emendamento della Costituzione degli USA che afferma le libertà fondamentali, proibendo di limitare le libertà di parola, stampa, religione, riunione pacifica. Ci si preparava per sapere come comportarsi, con una non violenza molto determinata, quando (come dichiara a Mother Jones, Ezra Levin di Indivisible, uno delle organizzazioni organizzatrici di No Kings) “il regime usa la violenza per intimidire e costringere la popolazione alla sottomissione” e protegge anche chi, come gli agenti mascherati dell’ICE, opera spesso al di fuori della legge.
Questa coscienza e mobilitazione locale di base ha facilitato l’organizzazione in poche ore di immediate 1.200 proteste a livello nazionale denominate “ICE Out for Good” dopo l’omicidio di Renée Good (mentre c’erano volute sei settimane per preparare la protesta “Hands Off !” nell’aprile 2024 coi suoi 1.300 eventi).
Ancora Ezra Levin precisa che “l’obiettivo dovrebbe essere un partito unificato di opposizione forte al regime”, considerato che c’è “una vera e propria disconnessione tra alcuni democratici che dominano la leadership del Partito, sia alla Camera che al Senato, e molti democratici di base in tutto il Paese che vogliono vedere una vera lotta contro il regime”. Per chi la pensa come Levin non è sufficiente affidarsi solo alle prossime elezioni di medio termine (con cui si eleggeranno la Camera e un terzo del Senato) per sconfiggere Trump, perché il suo progetto di attacco ai “pilastri della democrazia” sta andando avanti e prevede pure di sovvertire autoritariamente le libere elezioni.
Ma non sarà facile coordinare le iniziative di vario tipo che si svolgono giorno dopo giorno negli USA, o addirittura creare una nuova organizzazione partitica nazionale (che sarebbe uccisa sul nascere soprattutto dal sistema ferocemente uninominale). E soprattutto cambiare non solo il governo ma anche le politiche federali per rivolgerle a favore del popolo.
Bernie Sanders ha ribadito, nel suo intervento dal palco di Minneapolis, l’elenco delle emergenze sociali statunitensi e la necessità di lottare contro la ricchezza spudorata. Un’azione che non si pone la prospettiva di un radicale cambiamento di sistema economico ma attacca l’immensa arroganza (“the corporate greed”) di poche persone e multinazionali che succhiano, sempre più senza regole, la ricchezza senza pagare quanto meno delle tasse percentualmente uguali a quelle sui salari.
Tornando ai milioni che hanno marciato il 28 marzo nelle città grandi e piccoli degli USA non si può che che stare con loro, con la loro resistenza e umanità e auspicare che le lotte negli Stati Uniti crescano giorno dopo giorno; e sappiano sempre più coinvolgere tutto il popolo che soffre di più per le politiche sociali.
Come i senza casa, che vivono dei pochi aiuti federali, che marciano nella Poor People’s Campaign del Reverendo William J. Barber II; e gli operai haitiani con permesso di soggiorno in scadenza, che sono in sciopero per le condizioni di lavoro presso lo stabilimento di inscatolamento di carne bovina della ditta JBS a Greeley (in Colorado); o i nativi in lotta per difendere dai trivellatori di gas delle multinazionali le poche terre concesse loro, dopo gli stermini della fine del XIX secolo. E così via.
Lotte sociali che hanno bisogno di trovare anche un movimento sindacale finalmente ricomposto unitariamente, in luogo delle storiche, magari tante ma divise, lotte aziendali e locali. Un importante tassello, quello del lavoro organizzato, necessario quanto mai per battere quello che Springsteen ha definito l’ “incubo reazionario” in atto negli Stati Uniti.
EZIO BOERO
31 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria
Fonti principali:
K.Herchenroeder, Why the Next “No Kings” Could Be the Biggest One Yet, Mother Jones, 28.3
https://www.nokings.org
https://www.youtube.com/watch?v=M9wEnhjcCRI


















