Prende il via oggi, sabato 10 gennaio, la campagna del Comitato “Società civile per il NO al Referendum costituzionale” sulla giustizia. Prende il via mentre è ancora in corso la raccolta delle firme per avviare popolarmente il quesito confermativo: un presupposto necessario, nonostante l’appuntamento alle urne sia previsto dalla Costituzione e scatti de facto, per allungare i tempi della campagna stessa che il governo Meloni invece vorrebbe contingentare al massimo. Lo si è potuto ascoltare direttamente dalle risposte date dalla Presidente del Consiglio durante la conferenza stampa annuale (l’unica che viene concessa durante tutto l’anno, il momento più che altro scenografico in cui la leader di Fratelli d’Italia accetta le osservazioni e le critiche giornalistiche): la questione referendaria è stata l’occasione per ribadire che la Magistratura è un ingombro spesso e volentieri.
Berlusconi, a suo tempo, lo aveva, del resto, manifestato più che chiaramente: sosteneva il Cavaliere nero di Arcore che i giudici, se volevano giudicare, occorreva che si facessero eleggere al pari dei deputati e dei senatori e, magari, pure al pari suo che era un vero uomo da record delle preferenze. La destra non ha cambiato idea in merito: anzi, l’ha pure rinforzata visto che il clima politico internazionale e le nuove crisi economiche che ne determinano un rivolgimento continuo, con sempre più veloci svolte conservatrici (e quindi nettamente antidemocratiche, super-presidenzialiste e autocratiche), si avvicendano senza sosta e impongono anche al Bel Paese di aggiornarsi. Limitazioni dei poteri dei giudici, un nuovo asservimento del diritto al potere politico (e nello specifico di quelli degli esecutivi) sono i cardini su cui muove la tendenza autoritaria moderna.
I governi conservatori e reazionari, proprio come quello italiano, portano l’offensiva contro la separazione netta e distinta dei poteri, contro la loro equipollenza che è un’eredità più del liberalismo rispetto a quella sorta di bolscevismo istituzionale di cui vorrebbero far credere che i parlamenti e le magistrature sono intrisi fino all’osso. La rivoluzione neoliberista, che oggi si attua attraverso la fase del riarmo a tutto spiano entro il perimetro angusto dell’economia di guerra, spinge a considerare la centralità degli esecutivi, relegando l’assemblearismo e la dialettica che ne deriva ad un mero formalismo: le nostre Camere non fanno altro, da ormai alcuni anni, se non ratificare ciò che il governo Meloni dispone in forma di decretazione (spesso anche d’urgenza) e non discutono realmente della formazione di questa o di quella legge secondo il dettame costituzionale, secondo la prassi parlamentare.
Non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le premesse che vi si passi presto vi sono tutte: la paventata riforma del mostro istituzionale chiamato “premierato“, l’attacco alle magistrature che hanno il compito di sorvegliare l’attività del governo (dalla Corte dei Conti ai Tribunali Amministrativi Regionali, per non parlare della Corte Costituzionale), la continua esternazione delle difficoltà che si incontrano nel riuscire ad amministrare come si vorrebbe, senza lacci e lacciuoli, proprio a causa delle decisioni dei giudici e, non ultima, la Riforma Nordio sulla giustizia. Tutte queste sono le premesse per una inedia democratica, per una consunzione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato, per una involuzione istituzionale che scivoli progressivamente verso un autoritarismo che, c’è da scommetterci, conserverà la maschera della parvenza democratica.
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Qualcosa che, nei fatti, già oggi si riscontra se si prova a mettere sullo stesso piano i diritti di maggioranza e opposizione: la vecchia partitocrazia che occupava e si spartiva i canali della RAI seguendo il manuale Cencelli, oggi è addirittura qualcosa da rimpiangere. Per lo meno, un tempo, si riconosceva a chi non aveva ruoli di governo il diritto di poter avere un posto nell’informazione plurale e, per questo, di essere parte e – se vogliamo – contrappeso nel controllo dell’informazione pubblica. Oggi nemmeno più questo “diritto di tribuna” è ammesso. L’ondata di destra che ha invaso gran parte delle nazioni occidentali non ha prevalso in tutto e per tutto, ma fa passi da gigante se si pensa a come era ridotta, anche solamente qualche decennio fa, quella più estrema, nostalgicamente post o neofascista, tanto amante del ricorso ai superpoteri repressivi che piacciono molto quando si parla di legge, ordine, repressione.
La Riforma Nordio si situa in questo viatico complesso, di cui ormai è facilissimo intravedere l’obiettivo: essere parte di un disegno molto più ampio della sola (si fa per dire…) ristrutturazione della giustizia secondo i parametri del governo, assoggettandola al volere dell’esecutivo, riscrivendo così la storia del diritto italiano e della sua applicazione magistratuale andando ben oltre quella che viene spacciata, anche a sinistra e anche al centro, come una semplice bega tra i due poteri dello Stato. C’è di più di tutto questo. In gioco vi è la tenuta della democrazia repubblicana: minare l’autonomia della Magistratura è qualcosa di più dello stabilire una sorta di precedente nella possibilità che a Palazzo Chigi sia permesso di intervenire in ogni direzione istituzionale comportandosi come un decisore al posto di chiunque e comunque.
La questione della separazione delle carriere è un pretesto – come rivelato anche dai numeri che ci dicono dell’estrema esiguità di chi sceglie di passare dalle funzioni di magistrato inquirente a quelle di magistrato giudicante – e lo sanno anche i sassi. Ma fa presa, perché è un argomento decisamente populistico, un grimaldello con cui tentare di scassinare la verità dei fatti, complicando tecnicamente un presupposto tutto politico con cui il governo e la sua maggioranza intendono modificare i rapporti fino ad oggi intercorsi tra giudici e politici, dando seguito all’impostazione ideale e pratica di una correttezza più che giusta quando si parla di primato della politica rispetto a quello del diritto. La Riforma Nordio ha come obiettivo questo: l’indebolimento della Magistratura di fronte al potere esecutivo. Laddove è venuta meno questa prerogativa di indipendenza di giudizio e di interpretazione della Legge, le democrazie sono divenute dei regimi autoritari.
I tecnicismi insiti nella riforma promossa dal governo Meloni, fatta passare a maggioranza in Parlamento, proprio come la Presidente del Consiglio vorrebbe far passare una nuova legge elettorale “iper-maggioritaria” (sua stessa definizione sempre nella già citata unica conferenza stampa annuale da lei concessa ai giornalisti), serviranno a nascondere il vero intento: dare maggiore forza al potere esecutivo dividendo tanto l’organo di autogoverno previsto dalle/dai Costituenti (il Consiglio Superiore della Magistratura, CSM), quanto introducendo elementi di oggettiva antidemocraticità come il sorteggio rispetto all’elezione delle rappresentanze dei magistrati stessi. Le opinioni, qui, si possono confrontare, ma la sostanza della riforma rimane sempre e soltanto l’attacco ad un potere dello Stato in favore di un altro potere.
Sito del Comitato Società Civile per il NO al referendum
Questo meccanismo inficia direttamente il primo, importantissimo comma dell’articolo 104 della Costituzione: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Sostenere il NO alla Riforma di Nordio oggi vuol dire difendere in tutto e per tutto quel comma, quella autonomia e indipendenza del potere giudiziario dagli altri poteri dello Stato. L’attacco al CSM, il suo smembramento in tre distinte assemblee, è un attacco al potere che oggi i magistrati hanno di regolare da sé stessi, senza alcuna interferenza del governo, le promozioni, le nomine, i trasferimenti e la disciplina che regolano l’insieme del comparto giustizia della Repubblica. Il punto in questione, per le/i Costituenti era mantenere l’ordinamento giudiziario un corpo compatto, capace di autogestirsi, sotto l’egida soltanto della Legge e della garanzia conferita dalla presidenza da parte del Capo dello Stato del CSM medesimo.
Con la Riforma Nordio questa compattezza viene meno e i magistrati rischiano davvero di essere atomizzati, distinti gli uni dagli altri, separati, resi quindi più vulnerabili rispetto agli attacchi del potere politico, quindi agli indirizzi, agli ordini che riceveranno e a cui saranno costretti ad obbedire. Il tutto, si intende, nel nome della Legge che sarà fatta da un Parlamento espressione quasi esclusivamente della maggioranza e, dunque, imbeccato costantemente da Palazzo Chigi. Il governo Meloni biasima i giudici e, più in generale la Magistratura, di essere un ostacolo nella gestione del Paese, nel regolamentare compiutamente la vita della nazione e quindi nel fare gli interessi del popolo italiano. Ma, pur con tutte le sue lacune, è stata questa impostazione costituzionale a consentire ai giudici di indagare e sconfiggere i più grandi pericoli che hanno minacciato la democrazia repubblicana.
Dal terrorismo eversivo degli anni Settanta e Ottanta alle stragi di mafia, fino ai tentativi di colpi di Stato contro l’ordine costituzionale, sempre e soltanto opera della commistione tra le destre estreme neofasciste e apparati deviati più o meno segreti. Sono stati i magistrati autonomi ed indipendenti dal potere politico ad aver smantellato le organizzazioni occulte, le logge segrete come la Propaganda 2 o Gladio che miravano al rovesciamento della Repubblica parlamentare per instaurare un regime in stile “colonnelli greci“, se non peggio ancora. La divisione dei poteri prevista nel 1948 non ha solo dato all’Italia uno Stato capace di reagire ai suoi contraccolpi conservatori e regressivi interni; le ha permesso di reggere anche a quelli esterni, ai condizionamenti d’oltreoceano, alle tensioni della Guerra fredda e alle ambizioni di molta parte della politica nazionale: a cominciare dai posti di potere, proprio da Palazzo Chigi.
Se la Repubblica Italiana anche oggi, in presenza di questo governo di neo-postfascisti, di esaltatori della fiamma tricolore missina, di rivendicatori di una storia che è il contrario rispetto a quella su cui si fonda la democrazia, eredità della lotta della Resistenza e fondante un nuovo modo di concepire i rapporti tra popolo e Stato, tra pubblico e privato, riesce a reggere i contraccolpi che le vengono inferti (la Riforma Nordio è solamente l’ultimo in ordine di tempo, ma è uno dei più pericolosi), ciò è dato anche dal fatto che la rigidità costituzionale che ci insegnavano a scuola, come uno dei capisaldi del mutamento molto complesso della Carta fondamentale, non è stata un ostacolo al progresso economico, sociale, civile e morale della nazione. Ne è stata la preservatrice.
Oggi tocca difendere nuovamente la Repubblica da questo tentativo di sovvertimento della sua giustizia nel nome di una primazia governativa che è inaccettabile perché nega l’uguale forza dei poteri dello Stato. Tutta questa partita si gioca, in fondo, su poche semplici parole che si potrebbero sintetizzare in questo quesito: «Volete voi che i giudici siano sottoposti al potere politico e non rispondano più soltanto alla Legge?». La risposta che daremo condizionerà, e molto, la vita di tutte e di tutti. Non riguarda solo i magistrati. Riguarda ciascuno, riguarda chiunque.
MARCO SFERINI
10 gennaio 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














