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Corso Cinema

Nino per sempre. Intervista a Luca Manfredi

Nino e Luca Manfredi

Aneddoti, il rapporto con i “colonnelli” e quella notte a Cannes con Marcello Mastroianni

I film vanno visti al cinema. Il grande schermo e la sala regalano emozioni impagabili, ma non sempre è possibile, soprattutto quando quei film si vogliono rivedere. Per questo esistono le piattaforme, che però non hanno tutto e, per averle tutte, servirebbe quasi uno stipendio dedicato. E poi c’è il classico “home video”: un tempo le videocassette, oggi DVD, Blu-ray e 4K. Un mercato di nicchia, ma capace di regalare dati di vendita inaspettati.

Luca Manfredi visto da Davide Sacco

Ad esempio, nel momento in cui scrivo, sul principale sito di vendita online, nella categoria “film storici”, il DVD più venduto – davanti a JFK di Oliver Stone e alla serie tratta da Antonio Scurati, M – Il figlio del secolo – è In nome del Papa Re, uno dei magnifici affreschi sul potere papale diretto da Luigi Magni e interpretato dall’immenso Nino Manfredi.

Un attore, autore e regista intenso, capace di spaziare tra televisione, teatro e cinema. Uno dei “colonnelli” della commedia all’italiana. Cantava anche bene: basti ricordare le sue versioni di “Roma nun fa’ la stupida stasera” e “Tanto pe’ cantà”.

Per ricordarlo, ho il piacere di chiacchierare con il figlio Luca Manfredi, che, a differenza del padre, si è dedicato esclusivamente alla regia.

Sei figlio di Nino Manfredi ed Erminia Ferrari: hai respirato cinema e spettacolo fin dalla nascita. Sei un figlio d’arte al “quadrato”. Quanto ha influito quell’ambiente sulla formazione del regista e autore che sei diventato?

Sono cresciuto sui set cinematografici, anche per stare vicino a mio padre, che a casa non c’era quasi mai. Sono rimasto affascinato da quel mondo magico in cui nascono le storie che poi vediamo al cinema o in televisione.

Da ragazzino ho fatto spesso anche la comparsa, più che altro per guadagnare la paghetta – quindi per motivi piuttosto “venali” – come nel film Per grazia ricevuta: ero nel gruppo dei ragazzi della comunione.

1. In nome del Papa Re (1977) di Luigi Magni

Poi, una volta cresciuto e deciso che avrei fatto il regista, la mia prima esperienza come assistente volontario è stata a Cinecittà, su un set straordinario di Federico Fellini, per il film E la nave va.

Quella è stata per me un’esperienza davvero incredibile.

Per quelli della mia generazione Nino Manfredi era, è e rimarrà Geppetto, quindi è un po’ come se tu fossi Pinocchio…

È probabilmente una delle cose più belle che lui ha fatto.

Avevi da bambino qualcosa del burattino di Collodi?

Ma si, in un certo senso sì: da ragazzino ero molto scapestrato e mi mettevo spesso nei guai, un po’ come il Pinocchio di Carlo Collodi.

Devo dire che ho rischiato davvero di morire diverse volte. Ti racconto un aneddoto. Stavamo ristrutturando la casa dove poi siamo cresciuti e i muratori avevano lasciato in giardino un fiasco, quelli vecchi con la paglia, nascosto dietro un muretto.

2. Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini

Io e mia sorella lo abbiamo trovato e, siccome per noi bambini il vino era vietato, abbiamo deciso di fare un gioco: volevamo imitare gli ubriachi. Il problema è che quel fiasco non conteneva vino, ma acido muriatico, che i muratori usavano per pulire la pavimentazione.

Io ne ho bevuto un sorso e sono crollato a terra. Mia sorella pensava stessi fingendo, così ne ha bevuto un sorso anche lei. A quel punto siamo finiti entrambi all’ospedale per una lavanda gastrica: abbiamo rischiato davvero la vita.

Per fortuna mio padre era appena tornato da un set, ci ha trovati in giardino sdraiati per terra, ci ha caricati in macchina e ci ha portati di corsa in ospedale.

Insomma, ero decisamente vivace. Proprio come Pinocchio.

Prima citavi i set di tuo padre. C’è un ricordo, dietro le quinte o fuori dal set, che ti ha spinto verso la regia più che verso la recitazione?

Ho frequentato moltissimo i set di mio padre da ragazzino e sono sempre stato un grande osservatore. Quando ero lì, ero soprattutto attratto dalla parte tecnica: mi affascinava vedere come si costruisce un film, come si scompone una scena nelle diverse inquadrature, come si illumina un ambiente, come si muove la macchina da presa.

È stato proprio questo a spingermi verso la regia, più che verso la recitazione.

Ero un vero rompiscatole, perché facevo mille domande. Credo che elettricisti e macchinisti, quando mi vedevano arrivare, quasi scappassero: iniziavo a chiedere di tutto, per esempio come facessero a mettere perfettamente in piano i binari per i movimenti di macchina. Li osservavo mentre lavoravano con la livella… quindi sì, probabilmente ero un po’ il terrore del set.

Hai debuttato dirigendo proprio tuo padre nella serie Un commissario a Roma.

3. Nino Manfredi in uno dei celebri spot

Questa è una cosa che sanno in pochi. In realtà il rapporto professionale con mio padre è nato prima, con la pubblicità: gli spot del Caffè Lavazza, di cui sono stato autore e regista per tredici anni.

Siccome mi interessava molto quel mondo, mi sono diplomato allo IED come copywriter e poi sono andato a lavorare alla RPA di Roma, la Registi Pubblicitari Associati, dove ho iniziato come aiuto regista. È stato lì che, a un certo punto, le nostre strade si sono incrociate anche professionalmente.

Come era dirigerlo? Non mi vengono adesso tanti esempi di figlio o figlia che hanno diretto un genitore.

Mio padre, come puoi immaginare, era molto esigente e preparatissimo: un vero perfezionista. Lavorare con lui era impegnativo, perché dovevi sempre sapere esattamente cosa gli stavi chiedendo.

Quando, da regista, gli dicevo: “Devi fare così, devi andare da lì a là”, lui mi fermava e chiedeva: “Va bene, ma perché?”. E se non avevi una risposta solida, era un problema. Non gli bastava una motivazione tecnica: voleva capire il senso psicologico di ogni gesto, il motivo profondo di ogni movimento. Bisognava quindi stare molto attenti a come si formulavano le richieste. Se mancava una risposta convincente, era un guaio.

Poi abbiamo fatto insieme diversi lavori, tra film e serie televisive, tra cui Grazie di tutto. Inizialmente quel ruolo doveva essere interpretato da Marcello Mastroianni, non da mio padre.

4. Marcello Mastroianni a teatro con “Le ultime lune”

Io andai a trovarlo a Napoli, dove era a teatro con “Le ultime lune” di Furio Bordon, una storia che parla di un uomo alle prese con il congedo dalla vita. Dopo lo spettacolo siamo andati a cena: lui era avvolto in una nuvola di fumo – fumava moltissimo – e con grande serenità mi disse che gli restavano pochi mesi di vita, perché aveva un tumore già in fase avanzata.

Fu lui stesso a suggerirmi: “Perché questo personaggio non lo fai fare a tuo padre? Lo farà meglio di me”.

Purtroppo poi è andata proprio così: Marcello Mastroianni è venuto a mancare e io ho dovuto sostituirlo con mio padre.

Ha mai sentito il peso o la responsabilità del cognome Manfredi?

All’inizio il mio cognome mi ha creato anche dei problemi. Tutti pensano che essere figli d’arte, o avere un cognome importante, sia automaticamente un vantaggio.

In realtà, soprattutto all’inizio, per me è stato spesso il contrario. Quando facevo dei colloqui, mi sentivo giudicato: percepivo il pregiudizio degli altri, come se fossi “il figlio incapace” del grande Nino Manfredi.

5. Grazie di tutto (1997) di Luca Manfredi

Mi sono dovuto scontrare più volte con questa idea. È un paradosso: in altri mestieri è normale che un figlio impari dal padre – come il figlio di un falegname che eredita competenze e conoscenze – mentre nel mio caso sembrava quasi che questo non fosse legittimo, come se fossi solo un raccomandato.

Devo dire che, nei primi tempi, questa cosa ha pesato parecchio. Ho dovuto dimostrare molto, anche per superare quel tipo di pregiudizio.

Poi è chiaro che avere delle conoscenze nell’ambiente può aiutare a creare delle relazioni. Per esempio, quando ho fatto il volontario sul film di Federico Fellini, sono andato a parlare con l’aiuto regista che conosceva mio padre e gli ho detto: “Io sono disponibile a fare qualsiasi cosa, anche portare i caffè sul set, purché mi prendiate: voglio solo fare esperienza”.

Quindi sì, da quel punto di vista avere dei contatti può aiutare, ma il resto devi comunque conquistartelo da solo.

Nel tuo libro “Un friccico ner core”, descrivi un Nino inedito. Quale era il tratto del suo carattere che il pubblico non ha mai conosciuto, ma che magari ha influenzato maggiormente la tua crescita?

No, nel senso che mio padre mi ha sicuramente trasmesso il rigore e la serietà nell’affrontare il lavoro. Mi ha insegnato anche a non accettare compromessi, e questo per me è stato fondamentale.

Però aveva anche un grande difetto: non sapeva chiedere scusa, neanche quando sbagliava in modo evidente.

Nel libro “Un friccico ner core” racconto, per esempio, l’episodio delle pinne (Nino accusò Luca di avergli sottratto delle pinne appena comprate, ma, quando gli trovò le sue, pur di non ammettere l’errore, sentenziò: “Hai delle pinne che non ti somigliano”, nda) che è abbastanza emblematico da questo punto di vista.

Ecco, forse questo è stato il suo limite più grande: non chiedeva mai scusa.

Con il film In arte Nino, hai scelto di raccontare gli esordi difficili di tuo padre. Quale è stata la sfida più grande nel dirigere Elio Germano nei panni di un uomo che conoscevi così intimamente?

6. In arte Nino (2016) di Luca Manfredi

Quando Federico Scardamaglia, che ha prodotto il film, mi ha proposto di realizzare un biopic classico su mio padre, ho posto subito una condizione: per me l’unico attore possibile era Elio Germano. Se avesse rifiutato, il film non si sarebbe fatto, perché non avrei saputo a chi affidare un compito così delicato.

Questa convinzione nasceva dal fatto che, da grande estimatore di Germano, avevo visto tutti i suoi film e riconosciuto in lui qualcosa di profondamente affine a Nino: nelle sue micro-espressioni, nelle reazioni più sottili, c’era già molto di mio padre.

Così gli ho chiesto un incontro, senza sapere quale sarebbe stato l’esito. Gli ho detto chiaramente: “Secondo me sei l’unico che può interpretare mio padre, e lo dico con cognizione di causa, perché osservando il tuo lavoro ho ritrovato tante sfumature che appartengono a lui. Ho come l’impressione che tu lo abbia studiato a fondo”.

Elio si è sentito “scoperto” e mi ha risposto: “Sei il primo che lo capisce. Tuo padre è sempre stato il mio attore di riferimento, l’ho studiato per anni”. E ha aggiunto che proprio per l’affetto e la riconoscenza che provava nei suoi confronti, non poteva sottrarsi a una sfida così difficile.

7. Brutti, sporchi e cattivi (1976) di Ettore Scola

Elio è un vero camaleonte, proprio come lo era mio padre: scompare completamente dietro il personaggio. Non vedi più Nino Manfredi, ma il baraccato di Brutti, sporchi e cattivi; non vedi più l’attore, ma l’emigrante di Pane e cioccolata. Vedi solo il personaggio.

Nino era un perfezionista. Non a caso Dino Risi lo aveva soprannominato “l’orologiaio”, per la precisione con cui costruiva i suoi ruoli. E la stessa cura l’ho ritrovata in Germano durante la preparazione.

Pensa che, per studiare mio padre, arrivò addirittura a coprire il volto nelle immagini televisive con del nastro adesivo, lasciando visibile solo il corpo, per concentrarsi esclusivamente sui movimenti e non essere influenzato dalle espressioni.

Questo per dirti il livello di dedizione e rigore di Elio Germano: uno stacanovista, proprio come mio padre.

Ti avrei chiesto se secondo te esiste un erede o degli eredi, ma mi hai già risposto… Tuo padre, insieme ai grandi della Commedia all’italiana, incarnava l’italiano medio con le sue miserie e nobiltà. Nino in particolare ha interpretato gli ultimi, i migranti, gli emarginati.

Posso dirti che Nino si è fatto spesso – uso un termine un po’ inventato ma efficace – interprete della “perdenza”, cioè di personaggi sconfitti dalla vita. Penso, per esempio, all’emigrante di Pane e cioccolata oppure al venditore abusivo di caffè sui treni in Cafè Express di Nanni Loy.

8. Café Express (1980) di Nanni Loy

C’è però un aspetto incredibile che il pubblico spesso non conosce: il cinema, inizialmente, non lo voleva. Quando mio padre faceva i provini, gli dicevano che aveva “la faccia del perdente”. Così, per vivere, per campare, si era messo a fare il doppiatore. E qui c’è un dettaglio curioso: in un paio di occasioni arrivò persino a doppiare Marcello Mastroianni, in due film di Luciano Emmer. All’epoca, infatti, la voce di Mastroianni – un po’ nasale e impostata – non convinceva, e fu proprio mio padre a prestargli la sua. In un certo senso, esisteva una sorta di “falso d’autore”.

La svolta arrivò nel 1959, quando la televisione gli diede una grandissima popolarità con Canzonissima. Lì inventò il personaggio di Bastiano, il barista burino ciociaro, che conquistò il pubblico e gli aprì finalmente le porte del cinema.

Paradossalmente, quindi, mio padre è arrivato al cinema passando prima dalla televisione.

Tornando a Mastroianni, che hai citato più volte, che rapporto avevi con lui?

Sono molto legato a Marcello, gli ho sempre voluto un grandissimo bene. Ricordo che avevo circa diciott’anni quando andai a Cannes per accompagnare mio padre, che presentava Brutti, sporchi e cattivi. Alla fine della proiezione, Marcello mi notò: ero un po’ spaesato. Si avvicinò e mi disse: “Che fai stasera?”. Io risposi: “Non lo so…”. E lui: “Vieni con me”.

9. Marcello Mastroianni doppiato da Nino Manfredi

Così abbiamo passato tutta la notte insieme, tra i locali e i night di Cannes, a bere e a chiacchierare. Per me è stato un momento indimenticabile: una notte intera con Marcello Mastroianni.

Sembra un film.

Sembra davvero un film, sì. Ed è anche per questo che ho sempre avuto un affetto speciale per lui.

Molti anni dopo gli proposi di lavorare insieme in Grazie di tutto, ma purtroppo non riuscimmo a realizzarlo: Marcello era già malato, come ti dicevo.

Che tipo di rapporto aveva Nino con gli altri “colonnelli” della commedia? C’era competizione o prevaleva la stima reciproca?

10. C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola

C’era una grande stima da parte di mio padre nei confronti dei suoi colleghi, in particolare verso Gassman, che fu colui che, in un certo senso, lo “mise in arte”. Avevano frequentato entrambi l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: Gassman era più avanti negli studi, ma lì aveva già intuito il talento di mio padre. Quando papà si diplomò, Gassman gli propose di entrare nella compagnia Gassman-Maltagliati. Durante la prova generale, però, mio padre restò completamente muto per l’emozione. Evi Maltagliati si arrabbiò molto con Gassman, accusandolo di aver portato un attore incapace di parlare. Ma Gassman lo difese: disse che Nino meritava un’altra possibilità, perché “quando parla, si fa ascoltare”. E infatti, al debutto, andò tutto benissimo.

11. Nell’anno del Signore (1969) di Luigi Magni

In generale, dunque, c’era un grande rispetto reciproco anche con colleghi come Sordi e Tognazzi. Con quest’ultimo ci fu però un piccolo incidente professionale. Mio padre era estremamente rigoroso: arrivava sempre sul set in anticipo, pretendeva di essere lì almeno mezz’ora prima e si presentava preparatissimo, avendo studiato a fondo il copione. Tognazzi, invece, aveva un approccio più leggero e talvolta arrivava impreparato. Una volta si presentò sul set senza conoscere le battute, e durante le prove mio padre si ritrovò a dire sia le proprie che quelle di Ugo. Questo portò a un litigio e a una breve frattura tra loro, legata proprio al diverso approccio. Tuttavia, anni dopo, si riconciliarono durante una cena al Villaggio Tognazzi, in occasione del torneo di tennis che lui organizzava a Torvajanica. Io stesso ero presente a quella cena.

12. Riusciranno i nostri eroi… (1968) di Ettore Scola

Anche con Sordi il rapporto era ottimo: Alberto veniva spesso a casa nostra, con il suo tipico cinismo romano. Ricordo un episodio in particolare, che ho vissuto in prima persona. Eravamo tutti a pranzo – io, mio padre, mia madre e le mie sorelle – e Alberto disse: “Ammazza, che bella famiglia che c’hai”. Mio padre allora gli chiese: “Alberto, ma tu quando ti sposi?”. E lui rispose subito: “Ma che so’ matto? Che me metto ‘na estranea dentro casa?”.

Quella battuta l’ho sentita con le mie orecchie e per me resta un ricordo del suo carattere. Anche per questo ho voluto rendergli omaggio realizzando un biopic su di lui.

Ripercorrendo i film di tuo padre si attraversa la storia del nostro cinema: Risi, Magni, Scola, De Sica, Comencini. Ce n’è uno a cui sei particolarmente legato e perché?

Si: Pane e cioccolata. C’è anche un legame personale: il padre di mia nonna, quindi il mio bisnonno, è stato in America per trent’anni a fare il minatore.

Credo che, in quel film, Nino si trovasse particolarmente a suo agio nei panni dell’emigrante proprio perché quella dimensione, in qualche modo, faceva parte del suo vissuto familiare. Era qualcosa che aveva dentro, nel DNA.

quando poi esplode durante la partita della nazionale di calcio.

È una scena meravigliosa, davvero. Ogni tanto me la riguardo, e l’ho fatta vedere anche alle mie figlie… anzi, a dire il vero le “costringo” ogni tanto a vedere i film del nonno, anche per una questione di memoria e di conoscenza. Ho due gemelle di diciassette anni e, proprio di recente, ho fatto vedere loro Pane e cioccolata: è piaciuto molto, anche se non lo conoscevano.

13. Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati

E questo purtroppo dice molto: oggi, a distanza di ventidue anni dalla scomparsa di mio padre, tanti giovani non sanno nemmeno chi sia Nino Manfredi.

Faccio spesso delle piccole “prove”: recentemente, mentre facevo fisioterapia per un problema al ginocchio, ho parlato con un giovane fisioterapista che si definiva appassionato di cinema. Gli ho chiesto se conoscesse Nino Manfredi, e lui è rimasto spiazzato: non ne aveva mai sentito parlare.

Questo dà la misura di quanto il nostro Paese abbia la memoria corta. Ed è anche uno dei motivi per cui mi sono dedicato ai film biografici: per ricordare e far conoscere ai più giovani i grandi del passato.

Trovo che sia davvero un peccato perdere la memoria storica di un patrimonio artistico e culturale così importante. Se non conoscono mio padre, figuriamoci nomi come Charlie Chaplin o Buster Keaton: per molti sono completamente sconosciuti.

Ecco perché sento così forte l’esigenza di continuare a raccontare queste storie.

Da Per grazia ricevuta ai film di Luigi Magni, Nell’anno del Signore, In nome del Papa Re, tuo padre ha spesso affrontato i temi della religione e del potere temporale della Chiesa. Che rapporto aveva, se lo aveva, con la religione?

Per grazia ricevuta nasce proprio da una contraddizione: è la storia di un ragazzo che si sente miracolato.

14. Per grazia ricevuta (1971) di Nino Manfredi

Mio padre aveva vissuto un’esperienza molto forte in gioventù: si ammalò di tubercolosi e rimase ricoverato per tre anni in sanatorio, al Forlanini. Era in camerata con altri ragazzi che, ogni mattina, andavano a messa a pregare. Lui, invece, non ci andava. E, alla fine, fu l’unico a sopravvivere: tutti gli altri morirono.

Questo lo segnò profondamente e lo portò a farsi molte domande, che anni dopo sono confluite proprio in Per grazia ricevuta.

Mio padre era ateo, ma aveva un rapporto molto particolare con Dio: ci parlava. Un po’ come faceva suo nonno Giovanni, quello che era stato trent’anni in America a fare il minatore.

Ricordo un episodio. Eravamo a tavola, con la televisione accesa sul telegiornale, quando arrivò la notizia di un terribile incidente: un pullman di una scolaresca era precipitato in una scarpata perché l’autista si era addormentato. Morirono trenta bambini.

Mio padre ebbe una reazione fortissima: si arrabbiò e, rivolgendosi a Dio ad alta voce, disse: “Ma se tu puoi tutto, perché non hai tenuto sveglio quell’uomo? Perché li hai fatti morire?”.

Era una domanda senza risposta, ovviamente, ma ogni tanto aveva questi sfoghi.

In questo assomigliava molto a suo nonno. Da ragazzo, quando andava a trovarlo a Castro dei Volsci, lo vedeva lavorare nell’orto: a un certo punto si fermava, si appoggiava alla vanga e iniziava a parlare con Dio. Gli diceva: “Mi hai fatto nascere qui e poi mi hai mandato trent’anni in America… ma perché?”.

Era un dialogo continuo, quasi uno sfogo.

Ecco, mio padre aveva ereditato proprio questo atteggiamento: pur non credendo, sentiva il bisogno di rivolgersi a Dio per interrogarsi sul senso della vita.

Tornando al tuo lavoro, hai portato in scena “Gente di facili costumi”, scritto da tuo padre, con Flavio Insinna. Hai in mente di recuperare altri progetti di Nino per il teatro, la TV o il cinema?

Non necessariamente legati a mio padre, perché per me il teatro è un’esperienza relativamente nuova, ma che mi sta appassionando molto.

In passato avevo lavorato come aiuto regista in alcune commedie di mio padre, tra cui proprio “Gente di facili costumi”, però poi non ho continuato a frequentare il teatro. Quando mi è venuta l’idea di riportare in scena questo spettacolo, mi sono riavvicinato a questo mondo e me ne sono appassionato.

Siamo ormai alla terza stagione e, anche grazie al grande successo della commedia, mi sono arrivate nuove proposte. Attualmente ho altri due progetti in cantiere: si è aperta per me una strada inaspettata, che non pensavo di intraprendere.

15. Com’è umano lui (2025) di Luca Manfredi

La tua carriera non è, ovviamente, legata solo al ricordo di tuo padre. Come accennavi prima hai raccontato altri grandi del nostro cinema e della nostra cultura. Penso a Permette? Alberto Sordi (2020) e Com’è umano lui! (2024) sugli esordi di Paolo Villaggio. C’è un progetto o una storia che tieni nel cassetto e che vorresti portare sullo schermo?

Ho proposto alla RAI un film biografico sulla straordinaria Franca Valeri e mi auguro davvero che questo progetto possa andare avanti. Eravamo amici di Franca Valeri e ricordo che, quando ha compiuto cento anni, ha ricevuto il David alla carriera. La chiamammo con mia madre per farle gli auguri e congratularci, e lei, con la sua ironia inconfondibile, ci disse: “Si sono ricordati presto, che lusso!”. È una battuta che dice molto: possibile che un’artista di quel livello debba aspettare i cento anni per un riconoscimento del genere?

Franca Valeri ha lasciato un segno enorme, non solo nel teatro ma anche nel cinema. È stata una delle artiste più moderne che abbiamo avuto, più avanti e anche tra le più ironiche dello spettacolo italiano. Per questo credo che un tributo sia davvero doveroso e spero di riuscire a realizzarlo.

È un progetto a cui tengo molto, anche perché non tutti conoscono alcuni aspetti della sua vita.

16. Franca Valeri

Da parte di padre era di origine ebraica e riuscì a sfuggire alla deportazione grazie a un documento falso ottenuto dalla madre, con l’aiuto di un impiegato del Comune di Milano, che la fece risultare figlia di padre ignoto e di religione cattolica.

Durante la guerra visse un episodio molto forte: rifugiatasi con la madre in una casa di periferia, senza riscaldamento, un giorno decise di tornare nel palazzo di via Mozart a Milano – dove abitavano, un edificio popolato da famiglie ebree benestanti – per recuperare del carbone. Arrivata lì, si trovò davanti alle camionette naziste che stavano deportando gli inquilini, tra cui anche una giovane coppia ebrea che avevano ospitato in quel periodo, con una figlia sua coetanea: furono deportati ad Auschwitz e non fecero più ritorno.

Ho divagato.

Tutt’altro. Hai fatto bene ed è prezioso quello che hai raccontato. Sei un artista che non teme di prendere posizione. Pensi che questa tua schiettezza ti abbia mai penalizzato?

Sì, nel senso che la mia sincerità spesso mi si è ritorta contro. Ti faccio un esempio.

Nella costruzione del cast non ho mai voluto scendere a compromessi, proprio perché non si possono fare compromessi sulla qualità di un progetto. In un paio di occasioni, però, questo atteggiamento mi ha fatto apparire poco “collaborativo”.

In un’occasione ho rifiutato la regia di una lunga serie perché non la sentivo adatta al mio stile; dopo quella scelta sono rimasto fermo per quasi due anni, anche perché in quel caso sono stato etichettato come un “presuntuoso”.

La sincerità, quindi, non sempre paga. Però non sono mai stato bravo a mentire: posso solo dire quello che penso. E lo stesso vale oggi, anche per ciò che condivido pubblicamente e per le idee che scelgo di sostenere.

17. Luca e Nino Manfredi

Oggi è la festa del papà. Se avessi la possibilità di girare un ultimo film con tuo padre come protagonista, che storia racconteresti?

Se fosse stato possibile, mi sarebbe piaciuto realizzare un progetto a cui mio padre teneva molto. Aveva scritto un soggetto intitolato Il merlo bianco: la storia di un uomo che, poco alla volta, si estranea dalla realtà, perde la parola e finisce per assumere i comportamenti di un uccello.

Purtroppo arrivò Alan Parker, che realizzò il bellissimo Birdy, tratto da un’idea molto simile. Un film straordinario: è curioso pensare che, in fondo, volessero raccontare la stessa storia.

Oggi, quindi, se potessi esaudire un suo desiderio, sceglierei proprio quel progetto e lo realizzerei insieme a lui.

Credo non ci fosse modo migliore per ricordare Nino. Grazie.

Grazie a te.

MARCO RAVERA

redazionale

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