Il portico delle idee
Nietzsche e Marx, confronto a distanza sull’idea di progresso
Partiamo da questa affermazione: «L’umanità non rappresenta uno sviluppo verso il migliore, o il più forte, o il superiore, così come oggi si crede. Il “progresso” non è altro che un’idea moderna, vale a dire una idea sbagliata». Quando si incontra Nietzsche ci si deve mettere non l’animo, ma anzitutto la mente ricolma di pregiudizi in laicissima pace. Gran parte di quello che di lui è stato detto, interpretato e tradotto in una presunta pratica è letteralmente l’opposto di quello che pensava il filosofo sassone. Fatta questa premessa, che poggia concretamente sulla facile dimostrazione di alcuni equivoci e di alcune volute distorte interpretazioni del suo pensiero, possiamo accingerci a trattare della questione di che cosa sia realmente l’umanità e di che ruolo abbia in questo mondo, nell’Universo, nell’esistente in sé (e per sé).
Questioni di lana caprina, affermerà qualcuno. Questioni che lascerebbero tradurre ancora una volta il concetto di “filosofia” come un qualcosa di assolutamente inutile, quasi banale e inconciliabile con quella che riteniamo essere la vera vita “importante“: quella di ogni giorno. La vita che rientra nel “possibile“, nel caro “buon senso comune“, nella fattispecie della fattibilità di una odiernità che si ripete all’infinito (fin troppo facile qui il collegamento con un altra costante del nichilismo nietzschiano: l’eterno ritorno). In due o tre parola, la vita che ha quindi un significato e che è strettamente legata alla terrestreità dell’esistenza e, quindi, rimane al di sotto della volta celeste: oltre la quale sta quell’imponderabile che, se accostato a tutto ciò che ci sembra avere una qualche importanza, ci rende talmente privi di ogni senso da sentirci orribilmente schiacciati da l’unica sensazione possibile: l’impermanenza, oltre alla solitudine cosmica.
Siccome ne siamo parte (anche se spesso non siamo protagonisti di questa fiumana di esistenze che si crea e si ricrea di continuo ogni giorno), dobbiamo assegnare all’umanità un ruolo qui ed ora. Così come è stato fatto in ogni tempo che uomini e donne hanno classificato linearmente tra passato, presente e futuro: la vecchia visione circolare stoica del tempo stesso è stata messa da parte preferendole una più consolatoria tendenza a mirare verso qualcosa. Per i laici si è trattato a volte del Fato, altre volte di una ideologia per cui spendersi; per i credenti la vita è una sorta di prova che punta a guadagnarsi la benevolenza divina e il premio ultraterreno, oltretombale o, piuttosto, finire tra le grinfia di qualche diavolaccio sempre antropomorficamente immaginato.
Si può discutere con Nietzsche (sì, anche ora, qui, rinverdendo alcuni passaggi della sua filosofia) se la vita vada o meno corredata da uno scopo, ma difficilmente si può non convenire con lui che di “senso” non si può proprio parlare. Frettolosi critici, presi dalla smania di confutare l’intero impianto anti-interpretativo nietzschiano dell’esistenza, si sono affannati ad affermare che il nichilismo altro non era se non una sorta di cieco furore contro tutto e tutti e che aveva il carattere di essere esclusivamente un difetto enorme e niente altro: la rivalsa di un uomo infelice contro la felicità. C’è anche, appunto, chi ha tacciato Friedrich Nietzsche di essere un “invidioso” dell’altrui gaiezza, dell’essere contenti per ciò che si è, si ha e si percepisce d’essere. Se si vuole travisare il filosofo, questa è la via migliore.
Ma travisarlo coscientemente, ammesso che la coscienza possa essere una dotazione capace di dare solo certezze: sappiamo che non è così. Lo sperimentiamo ogni giorno: se esiste un luogo in cui si formano i nostri più amletici dubbi è proprio l’interiorità che in parte sentiamo e che è il pensiero non detto, pensato e ripensato, l’arrovellamento dell'”animo” tramite la “psiche“; mentre, per altra parte, rimane nascosto dentro noi, occultato all’Io cosciente e che muove le vere fila del nostro più vero essere e divenire. Nella continua trasformazione della più genuina radice che ci abita e che ci suggerisce – mediante i disagi psichici e somatici – quale direzione prendere in questa esistenza incomprensibile, noi affermiamo – per quanto le lasciamo spazio – la nostra specificità.
L’umanità è, quindi, un qualcosa che – come affermava Carmelo Bene – nel suo insieme complesso «si fa tanto per fare». Nel calarci orribilmente nel quotidiano, nel dare all’esistenza giornaliera un posto in prima fila nella commedia che anche l’imperatore Augusto appellava come “vita” sul suo letto di morte, stabiliamo tutte le premesse per il perpetuarsi di una serie di convenzioni che stabiliscono l’andamento “corretto” rispetto alle “devianze” che sarebbero (e spesso sono) di nocumento ai nostri simili e, manco a dirlo, ai nostri più prossimi dissimili parenti (gli animali non umani). Di per sé vale l’incipit di queste righe che è citazione dalle pagine de “L’anticristo. Maledizione del Cristianesimo“: ossia il fatto che anche la progressività del genere umano è una illusione.
Ma non tanto in quanto la sfiducia nei confronti degli esseri viventi autocoscienti è necessariamente tale per puro spirito nichilistico (nella sua tragicamente ovvia declinazione antinietzschiana). Quanto semmai perché non esiste nessuna correlazione diretta tra l’essere dell’umanità e l’essere di quello che noi definiamo “progresso” e che è, in tutto e per tutto, una interpretazione esclusivamente antropica del nostro stesso comportamento singolare e soprattutto di massa su questo sassolino trovatosi nel Sistema solare dopo tredici e più miliardi di anni dalla teorica esplosione del Big Bang. E via di seguito: la morale, cui diamo così tanta importanza, è un mezzo spietato adoperato dal potere stabilito mediante inesauribili lotte tra i diversi rapporti di forza per conservare e mantenere ciò che altrimenti decadrebbe impietosamente.
Ed è proprio qui che Nietzsche dimostra che il vero nichilismo distruttivo sta in chi accusa i nichilisti di essere tali: a fomentare la spoliazione della vera essenza umana, priva di un significato e capace di sopportare tutto questo superando sé medesima (l'”Oltreuomo“, l'”Übermensch” tradotto volentieri e spessissimo con l’equivoco termine italiano “Superuomo“, facilmente adoperato dai suprematisti tanto otto-novecenteschi quanto più recentemente moderni), sono coloro che difendono la sacralità della morale, della religione, dello Stato, del potere, delle tradizioni. L’affermazione di Dio in quanto tale è la riduzione dell’esistenza umana ad una finalità che non la riguarda: la proiezione del fisico nel metafisico pressoché assoluto, dogmaticamente incontestabile, svilisce persino quel relativo significato che si può dare all’esistenza con un Ideale o una condotta “retta“.
Nietzsche non distrugge niente altro se non una bi-trimillenaria abitudine a credere e a farlo ritenendo di avere, ogni qual volta la credenza risulta sempre più irrazionale, raggiunto il livello della Verità senza alcun se, senza alcun ma. Così, senza troppi indugi, rimprovera ai laici interpreti di una rivoluzione che scardini quest’ordine di menzogne, proprio come Karl Marx, il fatto di voler sostituire la religione classica con altri culti: come la lotta per l’emancipazione sociale. Il socialismo, l’anarchismo e altri movimenti libertari gli sembrano quella che sagacemente è stata definita “la continuazione laica della religione“. La loro colpa – se così vogliamo chiamarla – è il non poter risolvere la vita, il non poter, alla fine, dare una soluzione al Grande Mistero, all’enigma degli enigmi.
Possono – e infatti provano da secoli a farlo – migliorare l’esistenza materiale, pratica. Il che non sembra poi così male, effettivamente… Ma per Nietzsche il tema riguarda la morbosità della voglia di vivere meglio una quotidianità che rimane prigioniera dell’insensatezza dell’esistenza. L’Oltreuomo è colui che dice di sì alla vita e la assapora attimo per attimo e non colui che, invece, la mortifica nel nome della creazione tutta umana del “peccato“; ed è colui che riesce ad accettare la cosiddetta “morte di Dio“, consapevole dell’impossibile ricerca del senso dell’esistenza, il quale non è affatto detto che sia un qualcosa di negativo, visto che ci permette di attribuire ad ogni singola vita il senso che questa intende darsi.
Quanto è stato volutamente frainteso anche il “Gott ist tot“… Mai ha voluto affermare la morte di una divinità, ma certamente di quella proiettata dall’essere umano sopra di sé a cominciare dalle epoche preistoriche. Il “super-uomo” è l’uomo che deve superare ciò che è sempre stato: deve superare quell’uomo che fino ad oggi è stato plasmato dal “dover-essere“, dalla necessità che gli è stata imposta mediante il potere e da ogni convinzione che gli è stata indotta rendendogliela come verità fattuale, come sano, imprescindibile ricorso alla obiettività di un pragmatismo irrinunciabile. Tutto il resto altrimenti, per i profeti della morale e della religione, dell’istituzionalizzazione della vita, altro non sarebbe se non vana eloquenza, dissertazione sul niente oppure sogni a cielo aperto.
Utopie, rivolgimenti in sé medesimi che vengono irrisi mentre l’uomo che rimane in questa condizione resta avvolto dal senso del dovere ed è costantemente infelice. Nonostante Nietzsche possa apparire come un individualista quasi esasperato e Marx lo sviluppatore di una dimensione invece collettiva del vivere, i punti di convergenza fra i due grandi pensatori sono molti. Lo si sottolinea solo per evitare un clamoroso “senso di colpa” se qualche socialista, comunista o un generico marxista moderno trovasse in entrambi delle fondate ragioni di adesione personale alle rispettive elaborazioni filosofiche. Se entrambi ci hanno trasmesso un insegnamento condiviso, questo sta proprio nel fatto che nulla è più coerente della consapevolezza dell’incoerenza come motore continuo delle modificazioni che ci riguardano.
Che, quindi, riguardano l’esistente – verrebbe da dire… – nella sua interezza. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una oggettiva visione antropocentrica: un punto di vista che parte da noi e che pretende di essere l’interpretazione sola di quello che pensiamo di essere e di quello che pensiamo sia ciò che ci circonda. Dalla vita “possibile” del qui ed ora di ogni giorno a quella senza tempo dell’Universo…
MARCO SFERINI
31 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















