Marco Sferini
Nel dilemma di Hormuz tutta la fragilità della destra americana
Quali sono oggi gli alleati che Donald Trump può ritenere affidabili? Lo Stretto di Hormuz sta ponendo, proprio col prolungarsi delle ostilità avviate insieme ad Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran, questo quesito che, via via che il tempo trascorre, sembra più ingarbugliare l’amministrazione a stelle e strisce in un ginepraio dai contorni tanto ambigui quanto pericolosamente inquietanti. Di sicuro The Donald non ritiene l’Unione europea un soggetto con cui avere a che fare in quanto a fedeltà e reverenza. Dall’inizio della sua seconda presidenza ha fatto di tutto per allontanare le due sponde dell’Oceano e si è inimicato gran parte dei paesi che già gli erano poco afferenti.
Date le sue stravaganze, i cambi repentini di un umore tanto personale quanto di stampo politico e militare e, più ancora, le continua mire espansionistiche del nuovo impero americano nel resto del mondo, anche chi gli è ideologicamente molto affine, come Giorgia Meloni, ha dovuto, soprattutto dopo la batosta referendaria di fine marzo, prendere, per lo meno formalmente, qualche distanza dal capo della Casa Bianca. La prima fase della gestione MAGA del potere istituzionale del Grande paese aveva lasciato intendere che buona parte della politica estera fosse rivolta al contenimento dell’espansionismo cinese.
Tanto in merito a questioni di mera tattica quanto di un più lungo disegno strategico di dare quindi seguito al sostanziamento di un multipolarismo che, tuttavia, non ha mai lasciato intendere – almeno al mondo progressista che possiede un qualche spirito critico – che Pechino, Mosca e Pyongyang rappresentassero una alternativa alla ferocia neoimperialista e neoliberistissima di Washington. Poi, con la successiva presidenza di Joe Biden, questa impostazione così coriacea nel fronteggiare la Cina si è andata via via spegnendo ed è diminuita di spessore tanto ideologico quanto propriamente politico. Ad un passo dalle elezioni di metà mandato, Trump pare oggi in grande difficoltà per i tanti fronti che ha aperto.
Fronti che puntano di più ad una stabilizzazione del bilateralismo con Israele che è, per rispondere in parte alla domanda che ci si poneva al principio di queste righe, il migliore alleato della Casa Bianca o, se vogliamo, anche un po’ il direttore della funerea nenia bellica che si spande in tutto il Medio Oriente. È probabile che lo stesso presidente americano si sia trovato spiazzato davanti ad un mondo multipolare che è profondamente mutato rispetto a otto, nove anni fa. L’imprevedibilità delle reazioni tanto russe nella guerra d’Ucraina, tanto europee nel disordine e nella confusione che regna nella UE, quanto iraniane nel fronte aperto tra Mediterraneo e Golfo Persico, lo ha mandato in crisi.
Una crisi in cui ora si trova pienamente immerso e dalla quale è difficile uscire senza, anzitutto, scontentare l’alleato privilegiato rappresentato dal governo di Benjamin Netanyahu. Non è sufficiente trasformare l’orrore di Gaza in una presentazione di una grande struttura ricettiva di lusso per i miliardari e le petromonarchie, per gli affaristi e gli speculatori che campano sulla pelle di miliardi di persone condannate alla fame, ai conflitti, alle vessazioni e alle ingiustizie più disumane, evocatrici delle peggiori tragedie novecentesche. Qui si tratta per Trump di riemergere da un calo di consenso che sta divenendo verticale. Il pantano di Hormuz esige quindi un cambio di passo.
Al piano per aprire lo stretto alla navigazione e assestare un colpo decisivo a Teheran è stato dato il nome “Project Freedom“, un progetto di libertà che per ora non è ancora partito e che resta sospeso come un filo flebile nell’aria di una trattativa diplomatica che è altrettanto fragile e che, tre volte su due, è dichiarata sorpassata: ora dall’imposizione del pedaggio imposto dall’Iran alle navi che vogliono attraversare lo stretto, ora dalle furibonde dichiarazioni del presidentissimo che minaccia di spazzare via non solo la teocrazia oscurantista degli ayatollah, bensì l’intero Iran, la sua civiltà, tutto ciò che rappresenta, se la marina militare americana sarà presa di mira.
In questa determinazione all’instabilità costante, in queste dichiarazioni volutamente esagerate, preda pure di un qualche cenno di megalomania conclamata, si inserisce il problema di una completa mancanza di una razionalità istituzionale, di un confronto-scontro con le parti che ha deciso di affrontare capace di seguire anche solamente un tratto di logica politica poggiante su un tatticismo magari pure insufficiente allo stabilimento di una strategia più complessa e complessiva, ma pur sempre necessario per avere un tantino chiaro il quadro della situazione internazionale e nazionale.
Trump ha dato per scontato che potenze regionali come quella iraniana si potessero piegare al pari del Venezuela e che, tutto sommato, la faccenda sarebbe stata utile tanto a lui quanto a Netanyahu, anche se quest’ultimo lo spingeva verso un conflitto non abbracciato dall’opinione pubblica, non applaudito nemmeno dalle mani di un popolo MAGA che, solitamente, ai suoi comizi e ai suoi interventi pubblici non lesina approvazioni e ovazioni al grande capo, al comandante delle forze armate, a quello che certi pastori evangelici definiscono come un uomo predestinato da Dio ad un compito grande tanto quanto l’idea di una America nuovamente egemone sul pianeta.
Hormuz o non Hormuz, gli Stati Uniti di Trump non hanno certo smesso di guardare alla Cina come al vero, principale nemico nella fase di espansione del multipolarismo globale. Ma un freno all’eventuale ripresa dell’offensiva indiretta nei confronti di Pechino è stato messo dagli imprevisti che proprio quest’ultima guerra contro l’Iran ha messo in evidenza: il regime di Khamenei padre prima e del figlio dopo non è crollato come un castello di carta. Non si è sciolgo come neve al sole. Qui è stata sottovalutata la capacità del regime stesso di compattare una gran parte della dirigenze, seppure internamente divisa su molte questioni tanto ideologico-religiose quanto più praticamente economiche, politiche e sociali.
Ed è stata sottovalutata, ancora una volta, la lezione della Storia: non è bastata ai suprematisti e ai neonazionalisti di oggi rispetto alle epoche in cui i loro predecessori hanno provato a sottomettere altri popoli (seppure tiranneggiati nei loro stessi paesi) e hanno ricevuto risposte altrettanto nazionaliste da parte dei loro gruppi dirigenti che hanno proprio leva sul patriottismo per ricondurre le opposizioni a più miti consigli. Non mancano poi, ad una attenta analisi interna della politica statunitense, le differenze (perché di divisioni vere e proprie è molto difficile poter parlare…) tutte interne alla stessa amministrazione Trump: c’è la posizione di Marco Rubio che si può sintetizzare in un dualismo tra consolidamento nazionale e riduzione dell’impero al di là del contesto continentale americano.
C’è una interpretazione tutta del vicepresidente Vance che, più energicamente rispetto al segretario di Stato, auspica (o almeno ancora fino a poco tempo fa auspicava…) di mollare l’impero, di lasciarlo al suo destino per salvare gli USA da un deperimento costante di un nazionalismo che verrebbe sbiadito dagli impegni all’estero: il braccio destro-destro di Trump sostiene il mantra: «L’America non è solo un’idea, è una nazione». Il che vuol dire: bene gli interventi in Venezuela, benissimo la minaccia di prendersi anche Cuba, tanto meglio l’idea di fare del Canada un altro Stato degli States. E così pure non è affatto male l’altra minaccia lanciata alla Groenlandia. Ma poi ci si ferma qui.
Non che sia poco, si intende… Ma questa elaborazione neoconservatrice trasforma il “cortile di casa” in un Nuovo Mondo che si identifica completamente con la Repubblica stellata, almeno nella sua parte centro-settentrionale. Il Sud potrebbe rimanere la colonia principale. Il resto del mondo subirà l’influenza, quindi, di una potenza imperiale che controlla le estremità dell’emisfero occidentale e che si pone a metà tra il contesto più occidentale euro-russo e quello, dall’altra parte, russo-cinese. E poi viene la traduzione del presidente stesso della stretta attualità dei rapporti planetari in salsa MAGA: cosa conta? Anzitutto il profitto, quindi i commerci, l’economia. L’idea che l’America debba essere “sicura” fa parte del paniere del conservatorismo iperliberista, ma per Trump viene dopo.
Mentre per Vance viene prima. L’affidabilità degli alleati è quindi necessaria per determinare quale tipo di linea possa, di volta in volta, passare in seno all’amministrazione a stelle e strisce. Non si pone nemmeno il dubbio: vale la parola del presidente, senza se, senza ma. Come Mussolini, anche lui “ha sempre ragione!“. Ma la tenace resistenza del regime iraniano incrina le certezze di riscuotere elettoralmente, proprio nelle elezioni di medio termine, un rinnovato consenso per proseguire a pieno titolo in questa direzione neoimperiale, supermilitarista, autoritaria in patria, accaparratrice delle ricchezze altrui all’estero. La seconda vittoria di Trump ha coagulato attorno ad un malcontento per le mancate riforme bideniane un consenso trasversale.
Il presidentissimo fa riferimento spesso alla sua prima amministrazione come al cominciamento di una rivoluzione tutt’ora in atto. Non si può dire che non sia così, visto come si sono trasformati gli Stati uniti d’America in questi anni e visto che ormai sono in molti a non riconoscere più i caratteri di una democrazia liberale (e imperiale…) da quelli di un regime autoritario (altrettanto imperiale, come è drammaticamente facile poter constatare hic et nunc). Ma si tratta, oggettivamente, di una rivoluzione al contrario, visto che l’idea di uno stravolgimento dell’ordine costituito deve per forza avere i connotati del progressismo se vuole avere ancora qualche affinità con i suoi preamboli storici sei-sette-otto-novecenteschi.
Tanto imprevedibile è la politica di Trump quanto è incerta, instabile e priva di un vero e proprio assestamento ideologico, di una vera visione dell’America e del mondo, la destra MAGA. Di sicuro c’è che il giocatore, il grande capitale finanziario e imprenditoriale punta su una espansione dei nazionalismi autoritari per far leva su una sempre maggiore difficoltà a sostenersi di fronte alla fase multipolare che è sinonimo di aperta competizione tra i nuovi giganti del momento. Se paragoniamo tutto questo anche soltanto a quel mondo cui eravamo abituati a pensare tre, quattro lustri fa, ci rendiamo conto che siamo davanti ad una rivoluzione neocapitalista, neoliberista, neomperialista.
Una rivoluzione conservatrice, un colpo di coda del profitto nei confronti del lavoro, dei privilegi verso i diritti sociali, civili ed umani. Trump rappresenta negli Stati Uniti questa punta di grezzo diamante per una impostazione del capitale nell’epoca della crisi ambientale, ecologica e nella saturazione dei mercati: le guerre rimescolano le carte e permettono agli egotici, narcisisti e patetici esponenti della politica che emergono dalle macerie del progressismo mancato di ingrossare le loro fortune; contemporaneamente consentono ai grandi industriali e affaristi di fare ancora più affari. Se il costo di tutto questo è un genocidio in Palestina, una guerra in Ucraina, un vasto incendio di tutto il Medio Oriente, che volete che sia?
Loro si salveranno e, comunque, vista l’età degli autocrati di oggi, nessuno escluso, non vedranno nulla di ciò che attende il mondo: né la sua rovina, né la sua improbabile evoluzione.
MARCO SFERINI
5 maggio 2026
foto: elaborazione propria


















