Connect with us

Corso Cinema

Nashville. Cinquant’anni fa gli USA di oggi

Il decennio che portò gli Stati Uniti a festeggiare i duecento anni dalla Dichiarazione di indipendenza, siglata il 4 luglio 1776, furono tutto fuorché tranquilli. Università in rivolta, anche prima del Sessantotto, oceaniche mobilitazioni per i diritti civili nonostante l’uccisione di Malcolm X e Martin Luther King, le “Black Panther”, l’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy, la presidenza di Richard Nixon e lo scandalo Watergate. E poi c’era il Vietnam spina nel fianco militare e sociale di una generazione. Ma nulla poteva fermare la retorica trionfalistica dello “spirito americano”.

La “New Hollywood” stava, tuttavia, mostrando un altro volto degli USA, ma per Robert Altman, uno dei maestri di quella stagione cinematografica: “La stragrande maggioranza dei nostri film non da nessuna vera immagine del presente: finti eroi e imprese da quattro soldi, ecco quello che proiettano. Nessun dubbio però che il cinema sia un grande mezzo capace di parlare alle grandi masse, perché non si deve essere letterati né possedere un grande vocabolario per capire il suo messaggio. Credo che le arti e non solo il cinema, ovviamente, siano oggi gli strumenti migliori per capire quello che sta succedendo intorno”.

1. Nashville

Il regista, noto per la sua critica al sistema e per la capacità di riscrivere i generi cinematografici (basti pensare a M*A*S*H e Il lungo addio), decise così di raccontare il presente: la politica, il potere, le ambizioni, il talento, il cinismo e l’alienazione di un intero Paese. Per farlo, scelse la città della musica, quella che per certi versi, per gli Stati Uniti, rappresenta ciò che Sanremo è per noi: Nashville.

L’idea nacque dalla sceneggiatrice Joan Tewkesbury (Redlands, 8 aprile 1936), storica collaboratrice del regista, che già prima delle riprese di McCabe & Mrs. Miller (1971) aveva proposto ad Altman di realizzare un ritratto degli Stati Uniti strutturato attorno alle canzoni di largo consumo, in particolare alla musica country, di cui Nashville, nel Tennessee era ed è la capitale indiscussa.

L’idea piacque al cineasta che nell’autunno del 1973 inviò Tewkesbury a Nashville. Da quella “trasferta” nacque la sceneggiatura. Come ricordò la stessa autrice: “Ogni cosa lavora nel film in un continuo impatto, tutto è in opposizione. La sceneggiatura è stata deliberatamente costruita per sconvolgere […]. Ho cercato di essere oggettiva, presentando la realtà esattamente com’è, senza intenti satirici: la realtà quotidiana di Nashville e del Sud è già satirica!” (in R. Altman e J. Tewkesbury, “Nashville”, Einaudi. Pubblicato anche in “Guida al film”).

LE ATTRICI E GLI ATTORI

2. Geraldine Chaplin

Il film seguì, quasi in anticipo sul genere dei mockumentary, le vite di 24 personaggi le cui esistenze si intrecciano nel corso di cinque giorni di festival della musica country a Nashville. Come per la maggior parte dei suoi film, Robert Altman assegnò i ruoli senza ricorrere alle classiche audizioni, preferendo incontrare personalmente gli attori. Unico vincolo: il budget. Gli interpreti dovevano accontentarsi di un compenso compreso tra i 750 e i 1.000 dollari a settimana, mentre le comparse, sostanzialmente di abitanti della città, avrebbero ricevuto 10 dollari al giorno.

La prima ad essere scelta fu Geraldine Chaplin (Santa Monica, 31 luglio 1944), prolifica attrice (basti pensare Il dottor Zivago, I tre moschettieri, Assassinio allo specchio), figlia di Oona O’Neill e dell’immenso Charlie Chaplin.

3. Keith Carradine

Seguirono, in ordine sparso, Keith Carradine (San Mateo, 8 agosto 1949), figlio di John Carradine, che aveva già lavorato con Altman, e Shelley Duvall (Fort Worth, 7 luglio 1949 – Blanco, 11 luglio 2024), che diventerà immortale nel ruolo affidatole da Stanley Kubrick in Shining (in un’esperienza intensa sotto ogni aspetto), ma che fu proprio Altman a scoprire e a dirigere in diversi film (Anche gli uccelli uccidono, I compari, Gang, Popeye – Braccio di Ferro).

Tramite Carradine Altman conobbe Allan Nicholls, suo coprotagonista in una produzione teatrale di Hair a Broadway. Dopo un semplice incontro, lo ingaggiò, così come fece con Cristina Raines, all’epoca fidanzata di Carradine. Al cast si aggiunse anche Gwen Welles che aveva avuto una parte importante nel film precedente di Altman, California Split (California Poker, 1974).

4. Karen Black

Nel film anche due volti noti della “New Hollywood”: Karen Black (Park Ridge, 1 luglio 1939 – Santa Monica, 8 agosto 2013), apparsa in pellicole come Easy Rider, Five Easy Pieces (Cinque pezzi facili) e The Great Gatsby (Il grande Gatsby) e Ned Beatty (Louisville, 6 luglio 1937 – Los Angeles, 13 giugno 2021), che aveva debuttato in Deliverance (Un tranquillo weekend di paura, 1972) di John Boorman, per poi arrivare nel 1976 a una candidatura all’Oscar per Network (Quinto potere) di Sidney Lumet.

5. Lily Tomlin

Sotto la supervisione diretta di Altman furono poi ingaggiati: Barbara Harris (Evanston, 25 luglio 1935 – Scottsdale, 21 agosto 2018), nota soprattutto per la sua attività teatrale; Lily Tomlin (Detroit, 1 settembre 1939), scelta per un ruolo inizialmente pensato per Louise Fletcher, poi impegnata in One Flew Over the Cuckoo’s Nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1975); Henry Gibson (Germantown, 21 settembre 1935 – Malibu, 14 settembre 2009), scelto al posto di Robert Duvall, che aveva rifiutato a causa del compenso troppo basso. Gibson diventerà ancor più celebre qualche anno dopo come capo dei “nazisti dell’Illinois” in The Blues Brothers.

6. Henry Gibson

Completarono il cast: Michael Murphy (Los Angeles, 5 maggio 1938), noto soprattutto per il ruolo in Manhattan (1979) di Woody Allen; David Arkin (Los Angeles, 24 dicembre 1941 – Los Angeles, 14 gennaio 1991), uno degli attori feticcio di Altman; Keenan Wynn (New York, 27 luglio 1916 – Los Angeles, 14 ottobre 1986), iconico colonnello “Bat” Guano in Stranamore e sceriffo in C’era una volta il West; Jeff Goldblum (Pittsburgh, 22 ottobre 1952), allora agli esordi tutt’oggi attivo nel cinema (basti pensare alla saga di Jurassik Park); David Hayward, che dopo il film non ebbe praticamente più ruoli di rilievo; Barbara Baxley (Porterville, 1 gennaio 1923 – New York, 7 giugno 1990), tra i soci fondatori dell’Actor’s Studio, attiva soprattutto a Broadway; Scott Glenn (Pittsburgh, 26 gennaio 1941), Allen Garfield (Newark, 22 novembre 1939 – Los Angeles, 7 aprile 2020) e Robert DoQui (Stillwater, 20 aprile 1934 – Los Angeles, 9 febbraio 2008), tutti e tre noti caratteristi dell’epoca. Nel film anche Elliott Gould, Julie Christie, Sue Barton e i Misty Mountain Boys nel ruolo di se stessi.

7. Scott Glenn e Keenan Wynn

Infine, Altman scelse direttamente a Nashville Ronee Blakley (Nampa, 24 agosto 1945), cantautrice dell’Idaho senza alcuna esperienza di recitazione, inizialmente assunta per scrivere le canzoni del film, e Dave Peel, un insegnante di chitarra conosciuto sul posto.

Già, perché nella città della musica le canzoni rappresentavano il centro del film. Il regista, per dare maggiore autenticità, le fece scrivere dagli stessi attori, già invitati a mettere nero su bianco le biografie e le battute dei loro personaggi. In totale furono registrate 27 canzoni e 20 pezzi d’atmosfera, una colonna sonora incredibile resa possibile grazie all’aiuto del musicista Richard Baskin, che apparve anche in alcuni passaggi della pellicola (interpretò il tastierista Frog).

IL FILM

Le riprese si svolsero interamente a Nashville, tra i luoghi dei festival, i locali, l’aeroporto, l’ospedale, il Partenone (copia kitsch del tempio ateniese), nell’estate del 1974 dove le attrici e gli attori arrivarono alla spicciolata. A raccontare le riprese di questo film-evento anche il giornalista francese Robert Benayoun che pubblicò un accurato resoconto per il numero 177 della rivista “Positif” (attualmente è disponibile il numero 774). L’11 giugno 1975 uscì Nashville.

8. Ronee Blakley

In una Nashville rovente e frenetica, durante i cinque giorni di un grande festival di musica country, si intrecciano le storie di 24 personaggi, tra artisti, produttori, politici, giornalisti e sognatori. Il tutto si svolge sullo sfondo della campagna elettorale del candidato alle presidenziali Hal Philip Walker, esponente del “Replacement Party”, il cui staff, guidato dal manipolatore John Triplette (Michael Murphy), cerca di trasformare l’evento musicale in un palco per la sua propaganda.
Triplette affida così all’influente Delbert Reese (Ned Beatty) l’organizzazione di un grande concerto, tentando di reclutare le star più celebri, a cominciare dal cantante locale del country Haven Hamilton (Henry Gibson), seguito dalla compagna Lady Pearl (Barbara Baxley) e dal figlio Bud (Dave Peel), che canta patriotticamente “200 Years”, e da Barbara Jean (Ronee Blakley), cantante amatissima ma psicologicamente instabile, accompagnata dal marito e manager Barnett (Allen Garfield), che la spinge a esibirsi nonostante i suoi fragili equilibri mentali. Appena giunta in aeroporto a Nashville, tuttavia, Barbara collassa e durante la sua permanenza in ospedale viene sostituita dalla più cinica e scaltra Connie White (Karen Black) che si esibisce col violinista Vassar Clements (se stesso).
A Nashville anche: il cantante afroamericano Tommy Brown (Timothy Brown, atleta vincitore di due campionati NFL), Albuquerque (Barbara Harris), aspirante cantante in fuga da un marito opprimente; Sueleen Gay (Gwen Welles), cameriera stonata che sogna il successo e per inseguirlo accetta di spogliarsi ad una cena elettorale (prima delle riprese l’attrice si fece realmente assumere per tre giorni cameriera); Kenny Frasier (David Hayward), giovane inquieto appena arrivato in città con una custodia per violino; e il cuoco afroamericano Wade Cooley (Robert DoQui), che cerca di proteggere Sueleen dai compromessi del sistema.
Per il festival di musica country è giunta in città anche la giornalista della BBC Opal (Geraldine Chaplin), goffa e invadente; la giovane groupie Martha (Shelley Duvall), arrivata per sfuggire alla provincia e coltivare il mito della musica che ora vuole essere chiamata LA Joan; lo zio Mr. Green (Keenan Wynn), che si occupa della moglie malata e accoglie Martha e Kenny in casa propria; il soldato Kelly (Scott Glenn), protettivo verso Barbara Jean e un inquietante e silenzioso uomo su sua lunga e bassa motocicletta (Jeff Goldblum). Nel frattempo il triangolo sentimentale e musicale del terzetto folk composto da Tom Frank (Keith Carradine), Mary (Cristina Raines) e dal marito di quest’ultima Bill (Allan F. Nicholls), con il loro autista al seguito Norman (David Arkin), incrocia quello di Linnea Reese (Lily Tomlin), moglie di Delbert e madre di due bambini sordomuti, che canta nel coro gospel della chiesa battista. Una sera Tom la invita ad uno spettacolo. Nel pubblico anche Opal, Mary, LA Joan, tutte si sentono destinatarie della struggente “I’m Easy” indirizzata, tuttavia, proprio a Linnea che cede per una notte al fascino di Tom ormai sfacciatamente proiettato ad una nuova relazione. Tutti partecipano a momenti pubblici e privati (incontrano anche Elliott Gould e Julie Christie, ricordati solo per il loro “status”: lui per essere stato il marito di Barbra Streisand, lei per aver vinto un Oscar senza sapere per che film), performance ufficiali e confessioni intime, registrazioni, litigi, sogni e disillusioni. Il quinto giorno si ritrovano tutti di fronte al Partenone del Centennial Park dove ha sede il concerto elettorale del candidato Hal Philip Walker (che non si vede per tutto il film, ma il suo furgone attraversa continuamente la città scandendo slogan e diffondendo programmi). Barbara Jean, convinta all’ultimo dopo un’apparizione disastrosa, si esibisce in un brano nostalgico. Ma Kenny, tra il pubblico, estrae una pistola e le spara senza apparente motivo, ferendo anche Haven Hamilton. Nel caos, Haven incita il pubblico a cantare (“Restate calmi! Non siamo a Dallas, siamo a Nashville! Non possono farci questo qui a Nashville! Facciamogli vedere chi siamo… avanti, cantate!”), passando il microfono ad Albuquerque, che interpreta “It Don’t Worry Me” (“Non me ne preoccupo”, scritta da Keith Carradine). Il pubblico la segue, e anche il coro gospel diretto da Linnea si unisce, in un finale straniante dove la musica continua nonostante l’omicidio appena avvenuto.

9. Barbara Harris

Ironico, cinico, caleindoscopico, frammentario, melodramma musicale (una volta di più Altman ridisegnò un genere) che, con una struttura narrativa aperta dove tutto di intreccia con tutto (la stessa trama non è facile da sintetizzare), fornisce una fotografia impietosa della società americana. I “miti” che si auto alimentano del talento, dell’ambizione, della musica, dello show-business, della politica, della violenza, sono esaltati ed esasperati dalle storie dei 24 protagonisti (e dalle relative canzoni) in una confusione esistenziale che attraversa il film. Il tutto valorizzato dal montaggio frenetico curato dal regista con Dennis M. Hill, Sidney Levin.

IN SORPRENDENTE ANTICIPO SUI TEMI

11. Gwen Welles

Ma Nashville (città campione dell’elettorato USA), a cinquant’anni esatti dalla sua uscita, rimane anche un film sorprendentemente in anticipo sui tempi. Una riflessione profonda su una massa alienata, intrisa di un fascismo subdolo e strisciante – quando non apertamente dichiarato – del tutto indifferente alle contraddizioni che agitano il Paese e il mondo intero. Un’opera anticipatrice di una politica sempre più urlata e demagogica: dal furgone del candidato presidenziale, il cui partito inneggia alla “sostituzione”, escono slogan che oggi sentiamo quotidianamente da Trump e affini. Allo stesso modo anticipa l’industria musicale che cannibalizza le fragilità, e la violenza sempre più pervasiva nella società. Lady Pearl, infatti, rievoca più volte con rimpianto l’assassinio di Kennedy, mentre altri esempi assumono forme ancor più concrete: da Sueleen Gay, costretta a spogliarsi per inseguire una carriera – decenni prima del movimento #MeToo – fino all’omicidio della cantante Barbara Jean, uccisa da un fan cinque anni prima della morte di John Lennon (il “Washington Post” chiese al regista se si sentisse in qualche modo responsabile).

12. David Hayward

Uscito negli Stati Uniti con divieto per i minori – con conseguente scarsa promozione e incassi inferiori – e poco amato dalla comunità country e dal Tennessee, Nashville arrivò in Italia nel febbraio 1976 in versione originale sottotitolata, in tempo per aggiudicarsi il David di Donatello come Miglior Film Straniero. Il film di Altman ottenne anche tre riconoscimenti del National Board of Review (miglior film, regia, e attrice per Ronee Blakley), undici nomination ai Golden Globe (tuttora un record) e cinque candidature agli Oscar (miglior film, regia, attrice non protagonista per Blakley e Lily Tomlin). A vincere la celebre statuetta fu “solo” la canzone “I’m Easy” di Keith Carradine, che conobbe un successo planetario (in Italia fu utilizzata anche in diversi spot pubblicitari), portando l’attore a pubblicare un album omonimo con dieci brani. Per prepararsi al film, Carradine e Blakley si esibirono dal vivo nei locali dove si sarebbero svolte le riprese. Ovviamente venne pubblicata anche l’intera colonna sonora, oggi disponibile su quasi tutte le piattaforme. Non da ultimo, nel 1992 Nashville è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

12. Nashville visto da Davide Sacco

Uno dei film più importanti degli anni Settanta e, probabilmente, il vero capolavoro di Altman. Il regista dopo Nashville continuò a realizzare cinema di altissimo livello, mantenendo un’acuta capacità critica verso la società americana. Basti pensare a The Player (I protagonisti, 1992), Short Cuts (America oggi, 1993), o Prêt-à-Porter (1994), dove – attaccando il mondo della moda – rievocò, trent’anni dopo Ieri, oggi, domani, l’iconica scena dello spogliarello di Sophia Loren davanti a Marcello Mastroianni. Tardivamente, nel 2006, gli fu conferito l’Oscar alla carriera. Morì il 20 novembre dello stesso anno.

Rispetto ad altri protagonisti della “New Hollywood”, Robert Altman fu il più impietoso nei confronti di una società USA alimentata e imprigionata dal mito di se stessa. La sua capacità di lettura rimase lucida fino alla fine, sempre in anticipo sui tempi. Pochi mesi prima di morire, in un’intervista a “l’Unità”, dichiarò: “Il fatto che Bush non possa essere più candidato nel 2008 è l’unico pensiero piacevole in questo momento: ma temo che i Repubblicani sapranno trovare un tizio anche peggiore di lui. La politica non è come il cinema, spesso vincono i cattivi”.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Robert Altman” di Flavio De Bernardinis – Castoro
“Guida al film” a cura di Guido Aristarco – Frabbri Editori
“Storia del cinema e dei film” di David Bordwell e Kristin Thompson – Lindau
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2023” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza, foto 4 Screenshot del film M*A*S*H,  foto 1, 3, 5 da pinterest.com, da foto 2 Screenshot del film The Delinquents, foto 6 Screenshot del film Comma 22

Condividi, copia, stampa l'articolo

FESTA DELLA LIBERAZIONE

LEGGIBILITÀ

CHI SCRIVE








FACEBOOK

REFERENDUM

TELEGRAM

NAVIGA CON

LICENZA

ARCHIVIO