Marco Sferini
Muta e cieca obbedienza meloniana: l’Italia va di nuovo alla guerra…
Ci ha insegnato don Lorenzo Milani che l’obbedienza, già negli anni del secondo dopoguerra, non andava più considerata come una virtù in sé, quasi dogmatica, affidata ad una cecità che, per l’appunto, si associa spesso al signorsì da pronunciare deflettendo sovente dalle proprie convinzioni, dai propri moti istintivi. Non siamo mai stati veramente un popolo con l’arte del comando e tanto meno con la virtuosa propensione all’obbedienza: se non a quella straniera. Ce lo dimostra la Storia: secoli e secoli di attraversamento di una penisola che si protende tutta nel Mediterraneo, il grande mare che bagna le coste di terre tra le più martoriate e insanguinate: dall’Africa al Medio Oriente.
Ma, dopo la sventura della dittatura mussoliniana e la fine della seconda grande tragedia mondiale, avevamo scritto – ed ancora abbiamo scritto nella Costituzione della Repubblica, che nessuno doveva più obbedire bensì partecipare attivamente ai processi democratici, facendo leva proprio sulla compenetrazione delle differenze e delle tante difficoltà che queste si portano appresso mettendosi le une accanto alle altre e a volte sfuggendo, altre volte lasciandosi invischiare in pericolose e ottundenti diatribe su chi debba essere meglio di altri, su quale sia il meglio per tutti oppure il meglio per qualcuno a discapito di altri.
L’obbedienza al capo l’avevamo trasformata in condivisione, in comprensione dei problemi: non più l’icasticissimo credere, obbedire e combattere, il “Me ne frego!“; bensì quello che sempre don Milani citava a proposito come suo esatto contrario. L'”I care“, il “Mi importa“, perché ognuno di noi, per quanto anonimo si possa sentire nel grande contesto della moltitudine di massa e, soprattutto, per quanto possa sentirsi inefficace nei processi decisionali che sempre più spesso tralasciano di rendere partecipe con confronti obiettivi le cittadine e i cittadini, è parte di un ingranaggio molto articolato, fatto di milioni di dentellature che si incastrano fra loro. Molte volte basta che uno di questi dentini si infranga perché tutta una ruota non giri più e qualcosa vada positivamente storto.
La lezione impartita dalla Storia ha sempre meno scolari: soprattutto tra le file di chi oggi governa ed è l’espressione di un finzione di classe dirigente. Privi di un solido retroterra culturale derivante dalla ricchezza valoriale dell’antifascismo, come elemento costruente non solo il nuovo Stato italiano postbellico ma, anzitutto, la repubblica come patto sociale, civile e morale moderno e incontrovertibile; incapaci di una vera autonomia nei confronti dei loro referenti ideologici più che attuali, perché sostanzialmente devoti ad un opportunismo che spazia dalla piaggeria gratuita a quella interessata del mantenimento del potere piuttosto che della sua normale gestione in ambito democratico, Meloni e i suoi ministri non fanno che obbedire.
All’Europa, alla NATO e, con Donald Trump fanno anche un salto di squalificazione ulteriore: perché Meloni non solo è certamente felice di assecondare l’imperatore d’oltreoceano ma ne condivide pienamente l’impostazione MAGA, il piglio prepotente che ha un diretto gusto di autoritarismo che solletica e vellica le vecchie pulsioni missineggianti, la voglia della pienezza dei poteri che sono sempre schiaffi ben dati alle assemblee democratiche, ai contropoteri, ai bilanciamenti previsti perché uno non prevalga sull’altro. Se ne è avuta già prova più che certa con la condiscendenza totale sulla guerra in Ucraina: abbandonate le vecchie simpatie sinergiche col putinismo (a dire il vero di matrice più salviniana), Meloni è stata tra le più decise sostenitrici della reazione imperialista dell’Occidente, dell’asse NATO-Europa-USA.
Oggi quell’asse è piuttosto indebolito: la NATO sbraita meno, l’Europa è l’immagine dell’inedia politica per antonomasia e gli Stati Uniti d’America sono preda di una teorizzazione e di una pratica della democrazia più che autoritaria che si incunea nel Vecchio continente, separa le risposte dei singoli Stati alla nuova guerra contro l’Iran e segue ed insegue Israele nel suo sogno imperialista di essere d’ora in poi la potenza di riferimento del quadrante mediorientale. L’aggressione mossa contro Teheran, che a detta di un po’ tutti gli esperti di politica estera, non era al momento una minaccia da trattare con una “guerra preventiva“, è l’ultimo atto di un disegno strategico che fa della forza brutale il nuovo anti-diritto internazionale e straccia qualunque carta delle Nazioni Unite, facendosene ulteriore beffa.
Dopo cinque giorni di totale silenzio in merito, Giorgia Meloni ha parlato a RTL 102.5 in una intervista mattutina: l’Italia non intende entrare in questa guerra – sostiene la Presidente del Consiglio – ma invierà aiuti ai paesi del Golfo che sono attaccati dall’Iran. Come se ci trovassimo innanzi ad un’Ucraina spiazzata davanti al grande esercito russo e non invece a nazioni grandi o piccole (dal Kuwait all’Arabia Saudita, dal Bahrein agli Emirati Arabi Uniti) che godono già del pieno scudamento da parte di Washington. Roma vuole mandare alle petromonarchie sistemi di difesa missilistici, droni, munizioni e tutto ciò che serve per la prevenzione degli attacchi iraniani. Ci sono migliaia di italiani da proteggere in quella zona e, quindi, l’impegno bellico si ammanta di fervido patriottismo da esibire per giustificare l’obbedienza a Trump e ad Israele.
Si sa, del resto, che la zona in questione è una delle più ricche di gas e di petrolio: bisognerà pure fare la propria parte per non alienarsi le simpatie delle grandi compagnie che dipendono e lavorano per la Repubblica stellata. Così, invece di imitare la Spagna di Pedro Sanchéz e dire NO a qualunque collaborazione con una guerra di aggressione che non ha nessun supporto fondato sul diritto internazionale, che non va a liberare il popolo iraniano ma che gli va ad imporre un regime diverso, quindi che non vede l’ora di proconsolarizzare l’Iran e farne un cagnolino addomesticato, il governo di Meloni è pronto non solo all’invio degli armamenti ma anche alla concessione delle basi per la partenza degli aerei militari che vanno a bombardare la Repubblica islamica.
L’obbedienza è, quindi, ancora una virtù. Quella di chi vuole servire devotamente il magnate-presidente e, al contempo, dopo aver ceduto qualunque sovranità, vanta il patriottismo tricoloreggiante. Non si pensi al capolavoro politico, perché qui l’unico capolavoro piuttosto evidente è quello di aver, similmente a tanti governi del passato, contravvenuto ai princìpi costituzionali con la partecipazione ad un conflitto che nega qualunque rispetto delle convenzioni, del diritto, dei rapporti sovrani tra gli Stati. Meloni, sostenendo Trump, ci dice che condivide l’uso della forza e il principio secondo cui il più potente ha diritto sugli altri: di vita e di morte. Chiaro: spetta al Parlamento italiano decidere alla fine se autorizzare l’utilizzo delle basi in base agli accordi bilaterali con gli USA. Ma, pare piuttosto scontato, la maggioranza di governo mica vorrà mettersi di traverso?
Sarebbe, questa sì, una vera e propria notizia! Tutto andrà come deve andare: credere, obbedire e combattere, dunque. I fantasmi del passato tornato e ritornano. Girovagano, ci sovrastano, si situano intorno a noi, mentre procedono approvazioni di norme che equiparano antisionismo con antisemitismo in funzione anti-palestinese, per limitare le proteste o anche soltanto le critiche allo Stato di Israele per il genocidio che sta compiendo nei confronti della popolazione di Gaza. Ci si abitua a tutto e, in particolare, ad accettare gli stati di eccezionalità: nel nome del bene superiore della difesa delle civiltà che noi abbiamo deciso siano tali e non la Storia. La nostra occidentalissima parte di mondo è quella che deve prevalere anche, e soprattutto, nella contesa multipolare del neoliberismo di oggi e di domani.
L’imperialismo non è mai veramente stato dato per morto, ma sembrava fosse stato soppiantato da forme di guerreggiamento meno invasive tra gli Stati, meno omicidiarie per i popoli. Ed invece si è persino fatto riaccompagnare da un colonialismo di nuovissimo modello che il trumpismo esibisce con tutta la sua meschina protervia: dalle rivendicazioni nel Nordamerica a quelle nell’America Latina. Dall’Africa delle contese regionali al più esteso conflitto scatenato contro l’Iran, per non parlare della cinica speculazione edilizia che si prospetta sulle decine di migliaia di cadaveri sotto le pietose macerie di Gaza e dell’intera Striscia.
Noi avvalliamo tutto questo: non abbiamo il coraggio che non ci possiamo dare, perché per avere quel coraggio bisognerebbe avere un po’ di empatia umana, un qualche attaccamento ad una idea di uguaglianza che Sanchéz ha, che Meloni non possiede. Trump ha letteralmente trascinato i paesi europei in un conflitto che va al traino delle pretese israeliane di egemonia nell’area mediorientale. Si incrociano interessi non così diversi fra loro, ma certamente specifici per ogni parte: la ricerca della fine del vero avversario del sionismo imperialista, una teocrazia criminale che reprime ogni dissenso e che quindi è facile spacciare come il Satana di turno. Ma la guerra dei diavoli è appena cominciata anche se c’è chi pensa di poter affermare che Netanyanu e Trump sono meno peggio rispetto al defunto ayatollah Khamenei.
I confronti non sempre sono così utili per comprendere i livelli di democrazia, di autocrazia, di dittatura nei diversi paesi del mondo. Ci sono degli standard che vengono presi in esame e che sono riassunti nell'”Indicatore di democrazia” (“Democracy index“) compilato dal “The Economist” (una autorevole rivista liberista, non va dimenticato…): non c’è dubbio, gli Stati mediorientali sono tra i peggiori al mondo in quanto a rispetto dei diritti umani, civili ed anche sociali. Da un po’ di tempo però anche gli Stati Uniti sono retrocessi dall’essere una “piena democrazia” al livello di “democrazia imperfetta“. Così vale per l’Italia. Ma, obiettivamente, questo indice di classificazione reputa Israele un qualcosa di meno ancora rispetto a USA e Stivale, includendolo comunque nei regimi che rispettano le libertà fondamentali. L’attendibilità dell’indice citato va presa a dir poco cum grano salis.
Gli standard liberisti corrispondono a livelli di democrazia che si devono uniformare alle prerogative del liberismo medesimo. Quindi non stupisce granché. Tuttavia, Gli USA passano ad un gradino inferiore e questo lascia intendere che le guerre che fanno oggi sono il prodotto di uno scivolamento ulteriore della loro storica connaturazione imperialista. Per quanto ci riguarda, l’Italia prima tace, poi non solo non condanna le guerre di aggressione ma finge di non prendervi direttamente parte. L’obbedienza la si deve, perché altrimenti la tutela MAGA sul governo in carica potrebbe venire meno e poi, perché in quella obbedienza, caso mai non lo si fosse ancora compreso, ci si crede. Eccome se ci si crede. Ed il dramma vero è proprio questo.
MARCO SFERINI
5 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














