Marco Sferini
Morin e quell’aspirazione alla “cultura complessa” che rimane…
Günther Anders scrive ne “L’uomo è antiquato” del 1956: «Mezzo e scopo si sono oggi addirittura scambiati le parti: la fabbricazione dei mezzi è diventata lo scopo della nostra esistenza. Ciò che non può provare di essere un mezzo non trova accesso nell’odierno cosmo di oggetti. Perciò: appunto perché non sono mezzi, gli scopi sono considerati privi di scopo. Lo scopo degli scopi consiste oggi nell’essere mezzi dei mezzi. È semplicemente un dato di fatto. E La formulazione è paradossale soltanto perché il fatto è paradossale».
In uno dei tanti centri del pensiero di Edgar Morin, scomparso ieri, 29 maggio 2026, all’età di quasi 105 anni, si trova l’analisi della tecnologia, prodotto del progresso scientifico e, di conseguenza, della scienza come parte di un sapere che fa naturalmente riferimento a tutte le premesse che le permettono di essere tale (e che sono fondate su molti altri settori della conoscenza e della conoscibilità mediante questa stessa, declinata in senso chiaramente plurale) ma che, quasi meccanicisticamente tende a separarsi dall’altra grande branca del sapere: ossia quello più intellettualmente umanistico, filosofico, letterario. Se volessimo ridurlo ad una sola aggettivazione, potremmo definirlo: contemplativo.
È evidente e quasi logico (anzi, lo è proprio!) che la conoscenza sia in sé stessa plurale, visto che deve affrontare, nel suo approccio verso l’esterno da noi tutta una serie di afferenze che le impongono modi e metodi ovviamente differenti per giungere alla comprensione (o al tentativo di arrivarvi) mediante l’indagine. Tuttavia, sostiene Morin nella sua lunga vita accademica, ci siamo un po’ troppo adagiati sul piano della condivisione delle esperienze ma abbiamo tenuto separate le discipline. Così ha fatto anche la scuola pubblica, praticamente in ogni paese. Si insegna alle ragazze e ai ragazzi un cumulo di nozioni che paiono rimanere (e nei fatti è poi così) le une disciplinarmente separate dalle altre.
Non si considera la compenetrazione dei tanti saperi in una condivisa esperienza conoscitiva, perché manca, fondamentalmente, una relazione strettamente intrinseca da umanesimo e scientismo, tra materie dell’indagine sociale, civile, morale e intellettuale (alcune di queste anche piuttosto metafisicheggianti) e materie empiriche, sperimentali o, più banalmente, definibili come “pratiche” e “utili” all’eliminazione di molte problematiche riguardanti non tanto quindi in senso e significato dell’esistenza, ma la gravità delle avversità naturali che ci concernono: eventi terrestri che reputiamo “avversi” (perché incontrollabili dall’essere umano) o malattie e progressivi deterioramenti mentali e fisici.
Di convinzione politica prettamente socialisteggiante, Morin è stato, per dirla con la sua stessa teorizzazione culturale, un intellettuale “complesso” e tuttavia, smentendo proprio la più elementare interpretazione di massa del termine, tutt’altro che complicato: le sue opere sono, in gran parte, la descrizione dell’esistente affidata ad una elaborazione non unicamente ideologica, ma capace di elaborare le differenze per condividerle nello sforzo di avere in sé (e non soltanto per sé) un insieme culturale come punto di approdo di una considerazione più generale per una comprensione maggiore dell’identità umana nel contesto dell’universalità cosmica.
Il punto su cui insiste, ad esempio, ne “La testa ben fatta” (che nel titolo rimanda al motto di Montaigne: «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena») è l’organizzazione meticolosa delle conoscenze: si tratterebbe, anche e soprattutto oggigiorno, di una vera e propria rivoluzione scolastica e del sapere. Anche la conoscenza è stata ridotta nel sistema capitalistico, e ancora di più nella sua evoluzione (si prenda il concetto non aprioristicamente in chiave positiva…), a quel mezzo che ne ha surclassato lo scopo, pervertito dalla necessità materiale della mera fabbricazione di merci da utilizzare per fini sempre più mediocri e rimpicciolitissimi al contesto della quotidianità e delle singole ore che la compongono.
L’apprendimento come istintiva propensione umana, dettata dalla spinta autocosciente, è mortificato dalla meccanica successione dei tempi di un’esistenza in cui i primi gradini dell’istruzione sono propedeutici all’inserimento nel mondo del lavoro per generare non tanto dei critici della critica stessa, ma degli applicatori di conoscenze recepite per una unica finalità: garantire una produzione in un determinato settore economico nella più globale competizione tra aziende medie e grandi e, ovviamente, tra potentissime multinazionali. Quando si è spesso fatto riferimento, da parte dei governi anche della nostra Italia, alla tanto celebrata “alternanza scuola-lavoro“, si è toccato uno dei gradini più bassi della valorizzazione dello strumento scolastico, perché lo si è reso una mera variabile dipendente dalle quote di mercato.
Morin, ben prima di dare adito ad una critica anche della settorializzazione neocapitalistica del sapere, insiste lungamente sulla necessità di dare un senso alla compenetrazione delle discipline che, in questo modo, svincolerebbero le pulsioni conoscitive dallo strettissimo rapporto che è imposto loro nei confronti delle dinamiche specifiche che paiono riguardarle se proiettate nel cosiddetto “mondo reale” (come se la scuola non ne facesse parte e fosse solo un punto di passaggio da oltrepassare e non da vivere pienamente). La separazione tra culture umanistiche e culture scientifiche, voluta anche dalla strutturalizzazione economica del mondo cosiddetto “moderno“, ha depotenziato l’apprendimento umano.
L’unione tra quelle che sono le due più grandi branche culturali in una più complessa (e complessiva) concezione generale (ma non assolutamente generalista…) esprimerebbe secondo lui (ma anche secondo noi) delle capacità fino ad ora inesplorate o, se vogliamo, opportunamente lasciate indietro da chi ha interesse a privilegiare lo studio della scienza rispetto all’evoluzione del pensiero in senso lato. Qui Morin innesta la sua visione non pessimistica, ma piuttosto realistica di una civiltà occidentale in cui a prevalere sono aspetti oggettivamente negativi perché autodistruggenti: la dedizione umana pare, per la maggiore, incline a soddisfare i bisogni esclusivamente materiali e le finalità di poteri che prescindono dal miglioramento delle condizioni di ciascuno e tutti, per dedicarsi solo all’accumulazione.
Nelle parole di Anders, citate all’inizio di queste righe scritte in memoria di Edgar Morin, è piuttosto chiaro che la tecnica, come moderno mezzo (e metodo) di sviluppo del pensiero prettamente scientifico, è parte – come opportunamente nota Umberto Galimberti in “Le disavventure della verità” – di una espressione totalizzante del “dominio” che, in un corto circuito costante e circolare (ma anche lineare nella sua tendenza all’evoluzione in quanto implementazione delle conoscenze col solo scopo di accrescere poteri e capitali), la alimenta e ne è alimentato. Al pari, la conoscenza, diversificata nell’apprendimento, atomizzata in una settorializzazione che rende quasi indipendenti le materie e, pertanto, l’apprendimento, è non lo scopo (quindi la voglia di conoscere per superare dei limiti oggettivi) ma il mezzo per strutturare meglio il regime economico.
La “politica della civiltà” che Morin evoca, richiama, partendo dall’unione culturale, al confronto-incontro tra le diverse esperienze millenarie dell’umanità da un capo all’altro del mondo. La critica nei confronti del capitalismo sta anzitutto nella qualità della produzione che è, invece, asservita alla quantità: non “di più“, semmai “di meglio“. Tutto ciò, collocato in una dimensione conoscitiva che cerca il ricongiungimento tra osservazione intellettiva degli eventi e studio pratico degli stessi, pone e ripone la questione della necessità di una demitizzazione dell’esclusiva importanza della vita affidata alla sfera delle possibilità giornaliere, alla imprescindibile inseparabilità dell’essere autocosciente umano dal suo piccolo ambito esistenziale.
La concentrazione massima che ci attribuiamo di continuo è una fissità estrema della conoscenza sul presente: lo proiettiamo nel passato come confronto e nel futuro come potenzialità. Morin afferma: «La prima difficoltà di pensare il futuro è di pensare il presente. La più grande illusione è credere di conoscere il presente perché ci siamo». La nostra presenza, in sé e per sé, non è un dato acquisito di conoscibilità del limitrofo come del lontano da noi (e non solo in senso geografico). La percezione della realtà, grande dilemma filosofico (ma anche scientifico), è una delle possibili basi si cui sviluppare una unità stimolante della conoscenza e della sua complessità. Partendo da un riconsiderazione della conoscenza della conoscenza stessa: ossia del considerare soprattutto gli errori come prodotti della mente per capirne meglio i meccanismi
La tendenza, piuttosto consolidata, è invece quella di separare la giustezza dall’errore e di acquisire solo ciò che è giusto in quanto vero, in quanto riscontrabile nel perimetro di una oggettività che per la scienza risiede nella dimostrabilità e per il pensiero intellettuale nell’ontologizzazione dei concetti che sono, quindi, aderenti alla realtà percepibile mediante i sensi. Nella visione futura di un genere umano capace di unire, oltre alle culture nella cultura e nel pensiero complessi, anche un destino che ha le sue radici in un passato fatto di espressioni positive condivise ma anche di tante lacerazioni, conflitti e distruzioni vicendevoli, Morin delinea le capacità dell’essere autocosciente di modificare profondamente la condotta sino a qui seguita.
Il tutto rientra, senza contraddizioni, in una interpretazione critica di un socialismo cui è rimasto sempre fedele, seppur mitigando le sue originarie acquisizioni marxiste per adattarsi ad una mutevolezza dei tempi e ad un cambiamento costante proprio dei rapporti produttivi, di forza tra le classi e di rapporti tra gli esseri umani con sé stessi, con gli altri esseri viventi e con quell’unità naturale terrestre in cui lui scorgeva il preambolo per una “cittadinanza” ugualmente tale. Un cosmopolitismo non vagheggiato ma letto nella sua più ovvia espressione oggettiva: quella della globalizzazione che può anche avere un altro carattere. Uno nuovo rispetto a quello distruttivo del capitalismo neoliberista.
MARCO SFERINI
30 maggio 2026
foto: elaborazione propria




















