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Marco Sferini

Modena. La non-novità dello sciacallaggio opportunistico di destra

Salim El Koudri ha preso la sua automobile e l’ha lanciata a cento chilometri all’ora sulla gente che passeggiava nel centro di Modena. Ha ferito gravemente una decina di persona e ha provocato quasi la morte di quattro di queste. A due donne sono state amputate le gambe e ne ha, in pratica, distrutto l’esistenza, cambiando la loro vita nel giro di pochissimi secondi. Dopo la tremenda carambola di cittadini inermi che stavano semplicemente passando per una via, è sceso, ha tentato la fuga, ha minacciato col coltello altre persone ed è stato bloccato da chi si trovava lì. A far terminare questa follia sono stati dei migranti egiziani, residenti in Italia.

Salim El Koudri è un giovane figlio di immigrati marocchini ed ha trentuno anni: quindi appartiene alla cosiddetta “seconda generazione“, ed è nato in Italia. Un tipo un po’ strano, dicono coloro che lo conoscono. Seguito dal Servizio sanitario nazionale e regionale per problemi di natura psichiatrica, è laureato in economia e, secondo i suoi ex compagni di università e di scuola sarebbe un tipo colto, il classico “secchione“, il primo della classe sempre. Sui social scriveva che, se non riusciva a trovare lavoro, era a causa del fatto che non era cristiano. Per questo inveiva contro il mondo cattolico, ma più in generale pareva avercela con quello intero. Fin qui la cronaca.

Nemmeno erano passate alcune ore dal tremendo fatto modenese che esponenti politici della destra sia di governo sia non più tale, si disponevano a sfruttare, nemmeno poi tanto ad arte, questo capolavoro di notizia cucita addosso a chi non fa che sbraitare di cacciata dei migranti dall’Italia e, nello specifico, sussume il tutto al nuovo concetto propagandisticamente inflazionato di “remigrazione“. Disonorevoli di questa risma hanno tuonato (e tuonano ancora) contro gli immigrati di prima generazione un po’ da sempre e, ora, vista la ghiotta occasione, anche contro quelli di seconda generazione. Persino i ministri Piantedosi e Tajani, che non sono certamente dei simpatizzanti di sinistra, hanno ammesso che è eccessivo.

Uno, perché Salim El Koudri è un cittadino italiano a tutti gli effetti, essendo nato nel territorio della Repubblica. Due, perché a fermarlo nel suo intento stragista sono stati dei cittadini migranti, degli egiziani che hanno dimostrato che esiste qualcosa che va al di là delle frontiere e delle appartenenze etniche: esiste l’empatia condivisa del pericolo, della preservazione comune; esiste il coraggio di agire per impedire che si faccia del male tanto nel particolare quanto nel più ampio contesto e senso generale. Non solo, quindi, semplicemente a sé stessi, ma più in generale nei confronti degli altri. Come cantava una canzone sanremese di qualche tempo fa: «Gli altri siamo noi». Ma una parte di questa società e di questa politica ha la strumentalizzazione nel suo DNA.

Più o meno post o neofascisti tramutatisi in nazionalisti dell’ultima ora, dopo rivendicazioni secessioniste e utilizzo dei partiti ex indipendentisti come taxi per il clamore mediatico e l’affermazione elettorale, non hanno atteso che il quadro della tentata strage di Modena divenisse più chiaro. Non lo hanno nemmeno fatto i direttori dei giornali di destra. Si sono lanciati in anatemi che, per chi ha un po’ di coscienza civile e sociale, hanno rasentato il ridicolo più imbarazzante. Naturalmente a cominciare dai titoli di apertura. Quando si tratta di questo settore della presunta informazione si commette forse l’errore di sopravvalutarlo nel nome del rispetto democratico che si deve alle opinioni di chiunque. Ma l’odio e il disprezzo non sono includibili nella categoria delle opinioni.

Sono dei comportamenti anche mediatici che istigano all’elevazione del pregiudizio a forma mentis perfetta, a sospetto costante, a bisogno dello stesso per costruire una nuova identità personale e collettiva nel nome delle caratteristiche comune: tanto somatiche quanto ideali, politiche e, perché no, anche religiose. Viene intrecciato sempre tutto in questi casi, dando seguito ad un mescolamento disordinato di presunte coincidenze che, in realtà, rispondo quasi esclusivamente a degli stereotipi di chiaro stampo razzista e xenofobo. Questi pennivendoli amici dell’attuale governo meloniano non si sono peritati di fare delle aperture come quelle sul fattaccio di Modena quando è stato assassinato il giovane Bakari Sako, letteralmente linciato da un gruppo di minorenni a caccia del “negro“.

Non è nuovo questo doppiopesismo ed è, del resto, il più facile ricorso allo schiamazzo da colonne quotidiane di giornali che non sono interessati a raccontare la cronaca ma solo a tramutarla in una assoluta parziale traduzione piegata alla disciplina governativa, al neonazionalismo di facciata di un esecutivo che impoverisce il popolo che pretenderebbe essere “suo” e che non fa altro se non favorire i grandissimi ricchi che godono di prebende pubbliche tramite i tanti sostegni dati alle aziende sull’onda lunghissima dell’economia di guerra. Il vagheggiato progetto remigrazionista è un’epurazione di massa di chiunque non rientri negli standard di una italianità decisa non dalle circostanze dell’oggi, ma dal sogno neoautoritario di qualche generale con ambizioni un po’ troppo grandi per sé stesso e per questa povera Italia.

Qui non si tratta di essere buonisti o cattivisti: gli uni a sinistra, gli altri a destra. Qui si tratta semmai di una vera e propria impostazione socio-culturale che è venuta meno e ha lasciato spazio ad una classificazione tanto approssimativa quanto degradante di chiunque rientri negli standard stabiliti da pregiudizi che si sono fatti largo anche in settori progressisti della società italiana. I pregiudizi e l’odio contro i migranti ha – lo si può affermare con contezza – ampiamente superato quello vecchio esistente tra il nord e il sud del Paese. Seppure esista ancora un marcato antimeridionalismo da parte di alcuni e un meno marcato antisettentrionalismo da parte di altri, il disprezzo nei confronti degli “extracomunitari” è, in un’opera di infiltrazione ormai pluritrentennale, un primato assoluto.

Proprio la distinzione tra comunità ed extra-comunità ha posto le basi, fin dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, per operare una separazione quasi ancestrale tra Occidente e tutto ciò che non lo era. Prima gli africani e poi i popoli dell’est (ancora non appartenenti all’Unione Europea), così gli asiatici e i sudamericani, sono stati tutti interessati dall’anatema del non essere parte del contesto meditteraneo e mitteleuropeo di un Vecchio continente che provava a darsi una strutturazione: in apparenza per federare i popoli e dare valore alle differenze storiche; in sostanza per unire delle economie talmente piccole e troppo nazionali da non poter reggere l’impatto competitivo nella scena allora bipolare del mondo e, oggi, in quella più gravosa del multipolarismo.

Le radici dell’odio sono da ricercarsi, quindi, nella spinta alla competizione neoliberista che ha fatto sì che le imprese, nel nome del profitto e, quindi, contro ogni progresso veramente sociale (ed economico nel senso di “ambito familiare di un interesse“, ergo collettivo, se vogliamo nazional-popolare…), cercassero la manovalanza al costo più basso sfruttando tutta una schiera di lavoratori immigrati costretti a percepire poche decine di mila lire al giorno prima e pochissimi euro all’ora oggi; contemporaneamente, impiegando in lavori usuranti gli italiani, rendendoli precari, assoggettando persino la scuola pubblica alla variabile indipendentissima del mercato.

Per reggere questo disequilibrio sostanziale, si è dato seguito alla nuova guerra tra i poveri, facendo credere che di lavoro non ve ne fosse abbastanza, che le ricchezze scarseggiavano e che quindi i migranti ci stavano, in pratica, rubando la fonte prima del sostentamento. Pregiudizio su pregiudizio, visto che il migrante è sovente di un altro colore rispetto al nostro bianco (che poi sarebbe meglio definire “colorito roseo“), si è stabilita la connessione malevola dell’uomo nero che è il nemico, il cattivo, colui che delinque a prescindere. Perché, si sa, se sei povero e se arrivi in Italia su un barchino di fortuna dopo essere scampato alla furia del mare e ad una morte quasi certa, non puoi permetterti un ufficio di collocamento come noi italiani.

Le circostanze date da uno Stato spesso inadempiente, ti spingono verso l’arruolamento nelle fila della malavita. Piccola, media, ma sempre organizzata. Per sopravvivere spacci stupefacenti, rubi qualcosa… Se ti va bene fai quello che anche tanti italiani fanno oggi: lavori precarissimi come il raider, il fattorino moderno porta panini, sushi, pizze, eccetera, eccetera… Lo stigma ti si cuce addosso e per togliertelo serve davvero conquistarsi quello che invece dovrebbe essere un diritto di ognuno e di tutti: essere considerato al pari degli altri e viceversa. Così si arriva ai primi decenni del nuovo millennio: al terrorismo, al qaedismo, alla religione islamica come l’unica portatrice di fenomeni radicali ed estremisti, capaci di innestare la spirale della morte nel nome di Allah (quindi del Dio cristiano ed ebraico).

Ci dimentichiamo, anche in questo caso, che nel nome delle religioni monoteiste (non di meno comunque anche nel nome di altri culti) sono state perpetrate le peggiori stragi nella Storia dell’umanità: le Crociate vengono sempre citate a proposito; ma si potrebbero citare molte altre sequenze di orrori. A cominciare dalla conquista delle Americhe da parte dei paesi europei e dall’imposizione violenta del Cristianesimo come unica, vera religione e parola divina. Intere civiltà sono state sterminate nel nome di Dio: il trasversalismo qui è uno dei caratteri primari della questione della verità e della via unica verso il paradiso, la grazia, la benedizione celeste.

Quindi, quello che è accaduto a Modena, in sintesi estrema, non caratterizza la comunità marocchina in Italia di prima o di seconda generazione. Non sono tutti così folli da prendere delle auto e scagliarsi contro i passanti di una qualunque città italiana. Basterebbe il principio della “responsabilità personale” a dirimere la questione del collegamento diretto tra una persona con disturbi psichici e un odio interiore represso così tanto e tutti i suoi concittadini o correligionari. Non funziona come invece vorrebbero le destre estreme tanto di governo quanto fuori ma vicine al melonismo. Non è proprio presente nella società una sorta di “conformità di massa“, un attivismo in questo senso, una propensione quasi univoca.

Altrimenti saremmo nel sillogismo aristotelico in cui la premessa è sbagliata perché assurda. Proprio come lo sono post e neofascisti: sono in una sorta di ostentazione di una dissonanza che è una delle più azzeccate etimologie del termine latino “absurdus“. Una dissonanza voluta per esacerbare gli animi, per governarli meglio nel nome della confusione antisociale e della prevalenza sempre e soltanto del forte sul debole. Il presupposto su cui si sono basati i peggiori totalitarismi del Novecento che, a quanto pare, riscuotono ancora un seguito…

MARCO SFERINI

19 maggio 2026

foto: elaborazione propria

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