Marco Sferini
Milioni e milioni di NO per difendere la democrazia
Ci si gioca molto. Forse non tutto, certamente tanto. La portata del voto di oggi e di domani è stata raramente così dirimente in quesito referendario. È forse paragonabile a quello che Matteo Renzi affrontò e perse clamorosamente con il tentativo, anche in quel caso, di stravolgere l’impianto costituzionale repubblicano. Ma mai, come in questo caso, il pericolo di oltrepassare una linea di non ritorno è stato così forte. Il punto in questione è se, al di là del presunto merito della riforma di Meloni e Nordio, la maggioranza della popolazione e, nello specifico, di coloro che andranno alle urne, si è resa conto che la posta in gioco è qualcosa d’altro rispetto alla “separazione delle carriere” tra magistrati requirenti e giudicanti.
Insito nella natura dell’estrema destra meloniana vi è un progetto antico, rinnovato col passare delle stagioni tanto politiche quanto socio-economiche con tutte le relative trasformazioni degli scenari continentali e internazionali: si tratta di una trasformazione della Repubblica Italiana da parlamentare a premieristica, a Stato forte, innestato sui cosiddetti pieni poteri da garantire, “riforma” dopo “riforma“, al governo, a tutto scapito tanto del Parlamento quanto della Magistratura. Ed è quello che è avvenuto in parte e che, oggi, con la controriforma messa in essere e al vaglio del voto popolare, si intende portare avanti. La speranza è che il livello di coscienza critica delle cittadine e dei cittadini sia ancora sufficientemente alto o, quantomeno, sufficiente per sventare questo pericolo.
Chi ha abbracciato il testo di Meloni e Nordio e ne ha fatto una questione esclusivamente di merito può aver inciampato sulla vera verità che sta dietro il testo della legge di revisione costituzionale per buona fede; oppure può aver cercato, in questo frangente in assoluta cattiva fede, di ingannare un elettorato che non è quotidianamente dedito ad affrontare i tecnicismi più tecnici di tutti: quelli del funzionamento dei singoli poteri dello Stato e dei rapporti tra gli stessi entro la cornice costituzionale e, poi, in quella delle leggi attuative. La speranza, supportata da una campagna per il NO che ha puntato tutto sul mostrare e dimostrare che esiste un pericolo di torsione autoritaria dietro la finta riforma della giustizia delle destre, è l’ultima a morire.
Di sicuro il NO ha recuperato rispetto alle posizioni del governo: gli esponenti meloniani e quelli degli alleati della Presidente del Consiglio, hanno tradito parecchio nervosismo in queste ultime giornate di campagna referendaria e sono ricorsi a tutte le peggiori insulsaggini per chiamare al voto il proprio elettorato di riferimento che, si sa, tradizionalmente si compatta sul voto politico ma è piuttosto refrattario ad altre tipologie di espressione della propria volontà che non riguardino la diretta competizione tra due coalizioni o tra più partiti al di fuori degli schemi bipolari. Ed è proprio il caso del contesto referendario. Per questo Giorgia Meloni ha fatto leva su un propagandismo di bassissimo livello, richiamando alla mente dei propri sodali il peggio del qualunquismo e del populismo.
Perché a spiegare la controriforma si rischia di annoiare e tanto vale quindi parlare direttamente alla pancia dell’elettorato, facendo ancora una volta leva sulle paure, sui timori e, più di tutto, sulla rabbia nei confronti di quei giudici brutti e cattivi che se sbagliano non pagano mai. Il dibattito sulla responsabilità dei magistrati non è un qualcosa che nasce certamente con la prova di forza del governo Meloni nell’ultima fase della campagna referendaria sul progetto di controllo della Magistratura da parte dell’esecutivo. È una questione che viene da lontano, perché questo nostro Paese, rinato democraticamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha sempre un po’ avuto il mito della dipendenza della giustizia da altri organi dello Stato.
Ad una parte dell’Italia più conservatrice, proveniente almeno ancora allora, quindi negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, da un riflusso mussoliniano, da un ultimo colpo di coda del fascismo nella sua più spietata e cruenta declinazione repubblichina, è sempre andato a genio un regime che, se impossibile allora da riconvertire al vecchio impianto dittatoriale del Ventennio, poteva comunque essere trascinato, con strumenti democratici e con bel po’ di “Strategia della tensione“, su un piano autocratico, oligarchico, repressivo, poliziescamente inteso come uno Stato non più pluralista in tutto l’architrave istituzionale, in ogni manifestazione del suo potere.
Il progetto della Loggia massonica deviata “Propaganda 2“, quello paradossalmente e ipocritamente chiamato di “Rinascita democratica” includeva molte delle proposte che i governi di centrodestra hanno avanzato a livello di riforma costituzionale da trenta e più anni a questa parte. L’indipendenza della Magistratura ha, in questo senso, rappresentato un vero e proprio cuneo assolutamente antitetico ad un impianto autoritario gestito tramite la centralità assoluta del governo e, magari, pure delle forze armate. La “notte della Repubblica“, così molto bene indagata da Sergio Zavoli in una serie di inchieste televisive che meriterebbero di essere riproposte in prima serata, è stata un chiaroscuro di ombre i cui volti erano ben noti e i cui burattinai avevano fili e mani altrettanto lunghe e forti per tentare la destabilizzazione dell’Italia democratica e antifascista.
La Magistratura era, nei piani della P2, da “riformare” ponendo anzitutto il Consiglio Superiore al di fuori del suo ruolo insindacabile come ente di autogoverno del potere giudiziario. Oggi, secondo il testo della nostra Costituzione, tutti i provvedimenti del CSM sono impugnabili di fronte ai giudici ordinari. Lo stesso Ministro della Giustizia può esercitare questa prerogativa e può, altresì, non consentire l’archiviazione dei procedimenti del CSM fino a che non si è arrivati ad una soluzione apprezzabile. Gelli, non soddisfatto di questo perimetro di controllo minimo dell’organo di autogoverno dei giudici, lo voleva rendere responsabile di fronte al Parlamento.
Un controllo quindi politico e, in più, al paragrafo V dei provvedimenti a “Medio e lungo termine“, richiedeva quella separazione delle carriere oggi al centro del falsato dibattito sulla controriforma di Meloni e Nordio. Ma vi è una sezione di “norme urgenti” in cui il Venerabile pone tra le prime cose da fare proprio l’ampliamento della “responsabilità civile (per colpa)” dei magistrati. Nel contesto più ampio del piano golpista e autoritario si intendeva mettere la mordacchia alla Magistratura e fare in modo che tutti gli organi democratici della Repubblica si andassero uniformando ad un regime altro, ad una impostazione che seguisse anzitutto le direttive del governo. Parlamento incluso ovviamente.
Quindi, come si può chiaramente evincere, il tema richiamato da Giorgia Meloni e Carlo Nordio sulla responsabilità dei magistrati, sul fatto che non rispondano dei loro errori è abbastanza datato e lo è almeno da quando, finita la tragedia del regime fascista e della guerra, ci si è sempre più allontanati dall’idea di non indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri dello Stato e si è fatta della Magistratura un pilastro autonomo, autogovernantesi, della Repubblica. Nel novembre del 1987 con un referendum abrogativo sono state eliminate le norme del Codice di procedura penale sulla responsabilità del giudice, con un intento piuttosto evidente: indurre il Parlamento a legiferare nella direzione di un ampliamento delle responsabilità dei magistrati giudicanti.
La nuova legge che allora era stata approvata aggiungeva al dolo anche la “colpa grave“, salvaguardando la libertà di interpretazione delle norme che, invece, oggi, viene contestata dalle destre che promuovono la controriforma: secondo gli esponenti del governo, i magistrati devono applicare le leggi e non interpretarle… Questa enunciazione di manifesta (voluta) ignoranza della divisione delle prerogative dei poteri dello Stato, dimostra come l’intenzione sia proprio quella di attribuire alla Magistratura un ruolo veramente differente da quello attuale: se al giudice si toglie (o si pretende di limitare) il diritto pieno di interpretazione delle norme nei singoli contesti processuali, si fa della legge un moloch, un macigno da scaraventare contro chiunque senza distinzione.
La legge come una clava da calare sulla testa e sulle spalle dei presunti rei e non invece come parte di un insieme del diritto italiano molto più complesso e, comunque, sempre uniformato allo spirito costituzionale che è spirito democratico, spirito egualitario ma non unicitario. A ben vedere, la controriforma di Meloni e Nordio aggrava ancora di più quelli che erano i progetti di eversione gelliana della Repubblica. Lo fa, anzitutto, smembrando il Consiglio Superiore della Magistratura in tre diverse assemblee: qui è il cuore del sovvertimento del potere magistratuale autonomo ed indipendente. Si è detto che lo si fa per evitare il dominio della minoranza correntizia rispetto a tutta quella gran parte del mondo giudicante e requirente che sarebbe ostaggio di un 23% di magistrati iscritti alle associazioni di categoria.
Ma se così fosse, rimane da chiarire come mai, quegli stessi magistrati poi fanno quasi tutti parte dell’Associazione Nazionale che li riunisce in un contesto meno politico, ma certamente non meno garante della loro indipendenza, seppure senza una visione per così dire “ideologica” del ruolo e della funzione ricoperta. Là dove per “ideologia” si intende la legittimità del giudice di avere le proprie convinzioni, come ogni altro cittadino, ma da cui si esige – pena il ricorso al ruolo del CSM in merito con azioni disciplinari – la massima rettitudine nell’applicazione della legge mediante una interpretazione che è parte delle motivazioni espresse nelle sentenze.
La controriforma della destra induce a ritenere che, erede della vecchia atavica impostazione autoritaria, oggi si esprima una volontà di fare dei magistrati dei meri applicatori delle norme e non invece conservare loro un ruolo di valutazione attenta delle ragioni delle parti in causa. Così come esiste il pericolo reale di una subordinazione anche del Pubblico Ministero alle indicazioni indirette del governo in materia di regolamentazione della vita dei cittadini singoli e della collettività. Se l’esecutivo muove verso la repressione del dissenso c’è il rischio che anche in tribunale chi viene processato rischi di non avere un giusto processo, ma di trovarsi nella condizione sbilanciata di stare già dalla parte del torto: solo perché così va il corso della storia politica del Paese.
In buona sostanza, non si vota su una riforma della giustizia, ma su una controriforma che colpisce l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, alterando l’equilibrio tra i poteri dello Stato, intaccando alla radice la natura democratica della Repubblica. Questo tentativo eversivo va fermato: decine di milioni di NO sono necessari per fermare la protervia di questa destra che non vuole governare ma solo, esclusivamente comandare e tenersi il potere. Democraticamente. Come molti altri nel Novecento hanno fatto: usare la libertà di oggi per negarla alla maggioranza della popolazione domani. Hanno fatto fin troppi danni. Fermiamoli ora.
MARCO SFERINI
22 marzo 2023
foto: screenshot ed elaborazione propria














