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Politica e società

Meloni va all’opposizione e attacca Bruxelles

All’assemblea di Confindustria la presidente del Consiglio critica il «gigante burocratico» Ue, lo stesso a cui ha chiesto la deroga al patto di stabilità e non intende concederla. Si tratta su altri soldi per una spolverata di miliardi sul caro-energia. Asse con Orsini contro la burocrazia e per il nucleare. Le soluzioni per l’oggi rinviate a un discutibile domani tra 25 anni

Dopo avere chiesto alla Commissione Europea una deroga dal patto di stabilità per coprire le spese del caro-energia, e avere incassato un sostanziale diniego, ieri Meloni è passata all’opposizione e ha usato Bruxelles come spauracchio elettorale da sventolare per nascondere i propri fallimenti. Davanti alla platea dell’assemblea annuale di Confindustria alla Nuvola dell’Eur a Roma la presidente del Consiglio ha attaccato Bruxelles come se fosse all’opposizione e non conoscesse Raffaele Fitto, uno dei vicepresidente della commissione von der Leyen, espresso dal governo italiano.

«L’Unione Europea deve fare meno e meglio – ha detto Meloni – Deve smettere di essere un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica a ideologismi e tecnocrazia». L’affermazione è stata utile per offrire a Confindustria un altro «patto» (dovremmo stare al secondo o al terzo di questa legislatura) e promettere una «riforma della burocrazia» a un anno, poco più o meno, dalle elezioni politiche del 2027. Il vasto programma, giunto al quarto anno di governo, non sembra avere calcolato il Pnrr che doveva fare riforme anche sulla «competitività» e termina tra qualche giorno a giugno. Ed è contraddittorio per chi, come Meloni, ha condiviso la proposta di regolamento sulla semplificazione e sul «28esimo regime fiscale» fatta dalla Commissione Ue. La proposta, tratta dai rapporti Draghi e Letta, avrà tempi lunghi e non risolverà i problemi, ma promette di «creare un’impresa in un click».

La Confindustria guidata da Emanuele Orsini pensa ad altro. Impegnata in una battaglia contro il Green Deal, sostiene che il sistema degli Ets aumenti la bolletta energetica per le imprese. Versione contestata dalla stessa presidente Ue von der Leyen: gli Ets non vanno sospesi. Servono a risparmiare sulla transizione verso l’energia rinnovabile e a penalizzare le imprese climalteranti. La riforma di questo sistema, usato da Bruxelles anche per fare greenwashing per l’industria delle armi, andrà nella direzione opposta auspicata da chi sta al potere in Italia.

Tornare all’offensiva con Bruxelles per Meloni non sembra essere una mossa da grande tattica. Rilanciare la posizione, sconfitta a Bruxelles, dell’imprenditoria contraria al principio «Chi inquina paga», non è il viatico per chiedere un favore a chi non te lo vuole fare. E non serve a cancellare le responsabilità di chi, come Meloni, ha firmato il patto di stabilità e ha sottoposto il paese a un’austerità di 7 anni, come le piaghe d’Egitto. La Commissione Ue non sembra intenzionata a rispondere alla lettera in cui la premier ha chiesto la deroga al patto di stabilità. Lo farà, forse, indirettamente quando il prossimo 3 giugno presenterà le ricette per le economie nazionali. Meloni tratta per avere una spolverata di miliardi dal Pnrr o da altri fondi europei. La prosopopea mostrata ieri, congeniale al personaggio, nasconde una posizione di evidente debolezza.

Il nucleare è l’altro disco suonato. Meloni ha assicurato a Orsini che l’approvazione di una legge delega avverrà entro la fine dell’estate. Su questo c’è un allineamento perfetto con Bruxelles. Insieme alle armi, il nucleare è il futuro pensato per l’Europa. Sono i pilastri dell’«ecologia di guerra», così l’ha definita dal filosofo francese Pierre Charbonnier. «È una gigantesca presa in giro – ha commentato Angelo Bonelli (Avs) i piccoli reattori modulari di cui si parla, sono tecnologie che oggi non hanno alcuna applicazione industriale concreta su larga scala. E non produrranno energia prima di 25 anni». Il governo, invece, li presenta come una soluzione per l’emergenza energetica di oggi, insieme al rafforzamento delle lobby del gas. «Le soluzioni per oggi sono rinviate a domani» ha osservato Francesco Boccia (Pd).

I salari sono l’altra spina nel fianco del governo. Orsini ha detto che vanno aumentati.«Il problema non sono i titoli, su cui siamo d’accordo, ma lo svolgimento. E non si va nella direzione giusta» ha commentato il segretario Cgil Maurizio Landini. Meloni non ha parlato di salari. In compenso Palazzo Chigi ha diffuso la storia fantastica di una donna chiamata «Paola». Avrebbe ottenuto 11.600 euro in più da bonus, sconti fiscali e aumenti salariali. Non sembra essere questa una realtà di massa. Maria Cecilia Guerra (Pd) ha scritto su X: «Vorrei conoscerti Paola!».

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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