La prima donna presidente del Consiglio della storia italiana riesce a bruciare un nuovo record e si piazza al terzo posto dei premier più longevi
Giorgia Meloni supera Bettino Craxi. Solo in termini di durata del governo, s’intende. La prima donna presidente del Consiglio della storia italiana riesce a bruciare un nuovo record e si piazza al terzo posto dei premier più longevi di sempre sorpassando proprio il leader socialista rimasto in carica per 1093 giorni tra il 1983 e il 1986. E con i suoi ormai 1.095 giorni, la presidente di Fratelli d’Italia guadagna dunque il podio. Ai primi due posti, per ora lontanissimi, ben due governi Berlusconi: il secondo (1.412 giorni) e il quarto (1.287).
La medaglia di bronzo della premier sembra essere figlia di una tecnica mai praticata dai suoi predecessori: il nascondino. Inabissarsi mentre tutto attorno brucia, comportandosi come una capitata lì per caso, ha pagato: dall’economia in recessione al genocidio di Gaza, passando per i dazi dell’amico Trump. E ha pagato anche mettersi in scia di qualcuno per entrare nelle stanze fino a poco tempo fa inaccessibili agli eredi di un partito post fascista.
È successo con Mario Draghi, sulla carta un avversario, utilizzato come sponsor per bussare alle porte della Casa bianca. È successo con Joe Biden, usato come un lasciapassare indispensabile per poter essere accettati nel club europeo, dove fino a quel momento Meloni era trattata alla stregua di una Le Pen qualsiasi. Ed è successo con Ursula von der Leyen, poi diventata sponda del sovranismo.
La conversione ultra atlantista di Meloni, iniziata durante il governo dell’ex presidente della Bce con dentro tutti tranne Fratelli d’Italia, è stata il passaggio necessario per piantare un seme che dato i suoi frutti con la rielezione di Donald Trump, nemico giurato di un’Europa senza guida politica ed economica.
E non è un caso che ieri a complimentarsi con la premier italiana sia stato proprio il presidente Usa, che sul suo social Truth ha ripostato un tweet di LynneP, un account Maga: «Giorgia Meloni sfida l’Ue e cerca di ottenere un accordo commerciale diretto con Trump. Ben fatto Meloni. È una mossa brillante». Così brillante da accecare il vice premier e alleato Antonio Tajani, affannato a dichiarare in fretta e furia: «Noi abbiamo sempre lavorato con l’Ue e grazie all’Italia si è potuto fare qualche importante passo in avanti».
Meloni non commenta, lascia alle classiche non meglio specificate fonti di Palazzo Chigi l’onere di raddrizzare il tiro. Le trattative, fanno sapere, sono esclusiva competenza dell’Ue. Anche se «è stata da tempo avviata un’interlocuzione bilaterale sul tema dei dazi antidumping prospettati dal dipartimento del Commercio nei confronti di alcuni produttori italiani di pasta». Come dire: un po’ è vero e un po’ no.
Del resto, basterà trovare uno strapuntino per infilarsi in qualche foto opportunity a Strasburgo o a Washington per far capire ai connazionali che va tutto bene, che l’Italia finalmente conta, che le chiacchiere lasciano il tempo che trovano. Basterà prendersela col disfattismo di sinistra e sindacati.
Disfattisti con i palestinesi che muoiono come mosche sotto bombe e occupazione, disfattisti con i dazi, disfattisti con la crescita al chiodo, disfattisti con i magistrati che disapplicano leggi scritte con i piedi, disfattisti con le deportazioni di migranti, disfattisti con gli attivisti che provano a forzare i blocchi navali illegali di Netanyahu, disfattisti con il riarmo al posto degli ospedali, disfattisti con i boia rilasciati.
Restare fermi in attesa di seguire la scia migliore, è la strategia vincente. Così, oltre «Dio, patria e famiglia» resta il vuoto. Tutto proseguirà soporifero, tra una legge liberticida e un’impotenza in campo strutturale. Meloni va avanti così: non si espone mai davvero, schiva come la peste le domande dei giornalisti, evita di intestarsi le reali sfide politiche del suo governo per non incappare in quel peccato di vanità costato la carriera politica a uno dei suoi predecessori: Matteo Renzi.
Quel Matteo Renzi di cui la premier deve conservare una fotografia da qualche parte in casa, come monito: i leader, si sa, da almeno quindici anni, vengono consumati nel tempo di un amen, passando da consensi plebiscitari al rischio di non superare qualunque sbarramento. Meglio volare basso, giocare con la retorica e fuggire dalla sovraesposizione.
Così, l’unica vera riforma che il governo in carica ha portato a casa in attesa del referendum costituzionale, la separazione delle carriere dei magistrati, non è una bandierina di FdI, fa parte dell’immaginario storico di Forza Italia. E di quella che doveva essere la «madre di tutte le riforme», il premierato, non c’è più traccia. La presidente del consiglio preferisce lasciare che siano altri a metterci la faccia in caso di sconfitta. Meglio mandare avanti il ministro gaffeur della Giustizia Carlo Nordio che mostrarsi in prima linea.
Di questa legislatura, di conseguenza, sono poche le fotografie da consegnare agli annali. A partire da una conferenza stampa imbarazzante all’indomani della strage di Cutro, in cui la premier fu bersagliata dalle domande arrabbiate e puntuali di giornalisti che da giorni contavano i cadaveri sputati dal mare. Il risultato fu un decreto legge truce in nome di una non meglio precisata guerra in «tutto l’orbe terracqueo» ai trafficanti.
Tra i successi da segnalare, anche quel pasticcio giuridico e umano del decreto Albania, con l’istituzione di Cpr fuori dai confini europei. Per il resto: militarizzazione dei quartieri problematici e criminalizzazione del dissenso, con pene esemplari per chi manifesta pacificamente (detenuti compresi).
Ma oggi è il giorno di festeggiare il podio della longevità di governo nella storia repubblicana. Consapevoli, però, che il primato dall’unità di Italia a oggi, un ventennio, appartiene a un altro. Ma quella è un’altra storia.
ROCCO VAZZANA
foto: screenshot tv ed elaborazione propria







