Celebre il passo: «Avrebbe voluto distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui». Non racconta proprio tutto di del mastro diventato “don“, del muratore che ha fatto fortuna ed è assurto al rango di una nuova, nascente borghesia imprenditoriale che è capace di molteplici affari e affarismi: dal cemento all’agricoltura, dai cantieri edilizi al duro lavoro dei campi.
Ma, di certo, quel voler trascinare nel cupo grigio oscuro sentimento della morte che arriva anche tutti i suoi sudati averi, fa del «Mastro-don Gesualdo» di Giovanni Verga (Feltrinelli, 2014) non soltanto il “vinto” per eccellenza, ma il protagonista di un Verismo che va oltre il romanzo in questione.
C’è una vera e propria rivoluzione espressiva nelle opere del “Ciclo” di quelli che sono avvinghiati ad un tempo che li esalta e li umilia in una contestualità davvero impressionante. La capacità descrittiva di Verga è inebriante a dire poco: scorrendo le pagine di questo suo secondo capolavoro, l'”indiretto libero“, modulo sintattico che troviamo ne “I Malavoglia“, qui lo si ritrova meno, eppure la coralità delle voci del popolo, anzi del paese per intero lì dove si raduna la moltitudine indistinta dei discorsi, delle accuse, degli anatemi e delle critiche, del vociare protuberante delle rivolte che si accalcano a ridosso della vecchia proprietà latifondista e baronale, quella coralità c’è e unisce i due romanzi in un solco che è tracciato.
Ad assecondare il turbinio di protagonismi che si fanno avanti nel sussultante e tumultuoso incedere degli eventi, lo stile verghiano mette in fila molte interrogative retoriche, così come altrettante esclamazioni enfatiche che impediscono la surroga di affermazioni altrimenti destinate ad un canto tribolato privo dell’enfasi (tuttavia piuttosto misurata) che merita. La tragicità dell’epopea di Gesualdo è, al pari di quella dei suoi parenti stretti (eppure così distanti dal suo amore e dal suo sentire più intimo), rimarcata in tanti verbi all’infinito: in tanti sinonimi che si susseguono separati da repentine virgole che danno esattamente la percezione della repentinità del tempo che trascorre e dell’inevitabile sequela di disastri prodotti attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Nella lunga opera di stesura e di revisione del romanzo, quando finalmente Verga sceglie come protagonista il mastro muratore arricchitosi, si va via via consolidando il tema chiave dell’opera: la roba. Quindi la questione economica privata diviene la cartina di tornasole attraverso cui passa la lettura della realtà tanto privatamente di famiglia quanto più pubblicamente rivolta all’affarismo non senza un buon parterre di mancanze di scrupoli che è esibito come valore primigenio della necessità inoppugnabile: salire la scala sociale, elevarsi al punto da non essere più messo a parlottare nel balconcino del vicoletto di casa Sganci…
Si ha l’impressione, rileggendo il capolavoro verghiano, che non sia poi trascorso così tanto tempo tra la prima metà dell’Ottocento e l’oggi: in fondo la società di allora è piena di intrighi come odierna e alla mafia di campagna si è sostituita quella delle città prima e quella dei grandi traffici d’oltreoceano, pienamente globalizzata e inserita nel contesto economico e finanziario del liberismo ipercapitalista. Così viene da chiedersi chi sono i mastro-don Gesualdo di oggi: chi sono quegli arrampicatori sociali che vorrebbero diventare “qualcuno” e farsi largo nella nutrita schiera degli imprenditori che giganteggiano e che fanno ombra alla sovrastruttura politica.
Il Verismo mostrerà ben presto cenni di crisi quando si renderà conto che la realtà che ha preteso discernere, descrivendola minuziosamente, è irrazionale nell’essere oggettiva e constatabile un po’ da tutti: non c’è contraddizione alcuna in ciò, perché sono proprio gli innumerevoli giochi delle parti in causa che impediscono all’autore di farne un’unica, seppure teatrale, rappresentazione. Lo svolgersi del romanzo lo dimostra in tutta evidenza, anche se qui siamo nel pieno dell’espressione compiuta del Verismo. Tante e troppe sono le vicissitudini quasi farsesche di un mondo in cui le atrocità sono così frequenti da non lasciare adito alla speranza.
Eppure, sebbene i protagonisti del “Ciclo dei vinti” siano, per l’appunto, persone che sono arrivate presto in alto e poi altrettanto presto in basso, non vi è una inutilità del racconto; non prevale un negativismo a tutto spiano, ma si constata da parte di Verga quella febbrile voglia di vivere che tutti i suoi personaggi hanno: almeno fino ad un certo punto, quando c’è ancora in gioco il destino, quando non tutto è dato per perso, quando anche la stessa vita, prostrata nell’animo e malata nel corpo, possiede un battito del cuore che sussulta, un guizzo di passione che non rinuncia a sé stessa nel nome della rassegnazione che sopravanza su tutto e su tutti. La ricerca della verità è chimerica e lo è più ancora se la si va a cercare nei meandri delle istituzioni e dei poteri.
L’ordine costituito è infingardamente traditore, tanto che nella novella del “Peccato di donna Santa“, Verga fa dire al medico “giacobino“: «La verità… La verità… Non si può sapere la verità! […] Non vogliono che si dica la verità! …preti, sbirri e quanti sono nella baracca dei burattini!… che menano gli imbecilli per il naso!… proprio come le marionette!». Don Gesualdo non ha fiducia in alcuna potenza salvifica, in alcun ruolo garante di queste istituzioni: se prende parte o meno ai moti carbonari degli anni Venti è per rimanere un po’ più su del livello della galla. Non c’è ideale politico di fondo, non c’è null’altro che possa determinare il cammino di un’esistenza votata ad un benessere sociale che è fine a sé stesso.
La logica utilitaristica domina indiscussa ed è, del resto, una prerogativa non esclusiva del “mastro” che diviene “don“, ma di una intera società che ragiona in questi termini e che è a metà tra la residua antichità agricola delle terre meridionali d’Italia e la prospettiva lussureggiante di un rinnovamento borghese che dal Nord arriva con sagace virulenza al Sud. Il colonialismo sabaudo farà del giovane regno unificato un Piemonte un po’ più largo e lungo: la rivoluzione italiana sarà tradita; almeno quella garibaldinamente e mazzinianamente intesa. Nessuna repubblica, nessuna democrazia popolare. Ad un vecchio re un nuovo re. Gattopardi compiacenti, per niente riluttanti ad abbracciare il nuovo Stato politico.
Ma le lotte per il potere economico si sentono tutte, proprio tutte nell’opera di Verga: nella piccolo Vizzini come nel resto della provincia catanese. La decadenza aristocratica non è del resto una novità: trascorsa la rottura rivoluzionaria di fine Settecento e inizio Ottocento, il ripascimento delle prerogative e dei privilegi è durato un mezzo secolo, ma l’avanzata impetuosa del capitalismo ha creato una nuova classe padronale. Gesualdo è insieme eroe e vittima del suo tempo: è il primo nel momento in cui diviene contendibile come marito, come esponente della borghesia rurale; è il secondo quando subisce il tracollo senza condizioni, senza limitazioni.
Tutto gli rovina addosso: famiglia, affari, la sua roba che viene scialacquatamente dissipata mentre la sua salute fisica cede al male che non gli lascia scampo. Lì il grido si alza disperatissimo: se proprio tutto deve andare in malora, allora che la roba mia venga via con me. Perché il corpo che muore non lascia il suo sudore ad altri che rimangono a sperperare, senza tenere in minimo conto gli sforzi fatti per accumulare e accumulare. Se proprio si vuole uno sforzo vagamente esegetico, si potrebbe affermare che c’è del darwinismo sociale nelle pieghe del romanzo: non per esaltare la prevalenza del forte sul debole, capace così di sopravvivere, ma per mostrare l’inconscio collettivo di una parte non trascurabile della società.
I vinti come mastro-don Gesualdo fanno parte di entrambe le categorie evolutive: forti in partenza, deboli nell’arrivo, nella chiusura del loro ciclo vitale. Ed ecco che è quindi irriscontrabile la verità ottocentesca di un mondo in cui l’altalena sociale è tanto sproporzionata nei suoi eccessi di altitudine come di bassezza. Cosa corrisponda al vero, con una traccia inoppugnabile di eticamente giusto, è possibile dirlo soltanto in relazione ad un rapporto esclusivamente ontologico con la realtà: vero è ciò che è lapalissiano, incontestabile, ininterpretabile. Ma questa verità si ferma sulla soglia dell’apparenza delle cose che, per quanto naturali siano, sono piegate al soggettivismo dalla concatenazione dei rapporti tra le classi sociali.
Nello scorrere delle pagine, aumenta un’eleganza che immerge il lettore in un contesto sovradimensionale: sembra di essere col proprio libro in mano nel 2025 e di venire letteralmente trasportati temporalmente in una realtà parallela, completamente assorbiti da quella metà di Ottocento in cui i tumulti imperversano così come filano i dialoghi tra i protagonisti di un romanzo che è tra le massime raffigurazioni della Sicilia dell’epoca. Il discorso diretto, quindi, diventa il pilastro su cui si regge l’intera costruzione dialogica dell’opera verghiana, lasciando a quello indiretto molto poco spazio. Rispetto alle stesure precedenti del romanzo, qui si assiste ad una vera e propria innovazione, ad un cambio più che opportuno di passo narrativo.
L’elaborazione tutt’altro che semplice di “Mastro-don Gesualdo” fu per Verga una fatica, ma non vi è dubbio sul risultato finale: il capolavoro verista, il consolidamento di un nuovo capitolo della letteratura italiana che ha contribuito a irrobustire la lingua, a renderla maggiormente aderente alla realtà e comprensibile per moltissimi italiani che si stavano, proprio in quegli anni post-unitari, iniziando a pensare in quanto tali e non più come sudditi dei tanti Stati che avevano diviso la Penisola per secoli e secoli.
Ancora oggi, a distanza di centocinquant’anni, il Verismo è di ispirazione per chi prova ad inventariare la realtà degli accadimenti e a trasfonderla in un quadro più moderno che riunisce tanto l’oggettivo naturale quanto il soggettivo dei sentimenti e delle interpretazioni mentali. Un’eredità che non è andata persa e che non sarà così facilmente smarribile anche nel prossimo futuro.
MASTRO-DON GESUALDO
GIOVANNI VERGA
FELTRINELLI, 2014
€ 10,00
MARCO SFERINI
31 dicembre 2025
foto: particolare della copertina del libro
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