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Marziale. Epigrammi

Ritratto di Marco Valerio Marziale

L’irrisione come una leva nei confronti delle tante, troppe seriosità che ci attanagliano o, meglio ancora, come presupposto di una differente connotazione di tutto quello che ci sta intorno, noi compresi: per non essere così risolutamente imperniati su un quasi sacrissimo concetto tanto della realtà quanto del starvi immersi, capo e collo, ogni tremendissimo giorno. L’irrisione come grimaldello che apre serrature onnipotenti di porte super blindate dietro cui ci barrichiamo per non mostrare i difetti, per apparire sempre perfetti, manco meno perfettibili.

Solo adatti a questa vita, solo consoni alle mode dilaganti, seguendo la corrente del ben pensare, del ben agire, del comportarsi con rettezza, stando attenti a non dire troppo del retto fraintendibile col l’orifizio che si ha dietro, tra le terga. L’irrisione oggi è compagna talvolta della satira; satireggia e sembra conservare un unico senso compiutamente inteso solo quando pretende di avere un significato politico con risvolti etici, morali e moraleggianti.

Oltre, si è ancora tacciati di volgarità dal Cristianesimo sempre meno dominante, tanto che di Dio si dice che ogni tanto sia veramente morto, e non per via della teologizzazione della liberazione sudamericana, ma perché di fede se ne trova poca se ci si affida ai precetti di oltre duemila anni fa. A buon mercato ne hai quanta ne vuoi: collane, rosari, ceri e candele pieni di immagini votive. Preghiere in suffragio un po’ di tutti. Trasmissioni televisive che ne sciorinano da mane a sera, fino a notte fonda: così rimani in tele e videocomunicazione con l’oltre qui e l’oltre là.

Le tombe nei cimiteri vengono dimenticate, lasciate con fiori penzolanti e trascinati dal vento, ma al di là dei cancelli dei campisanti la manifestazione più ipocrita del trasporto ultraterreno si fa viva; vegeta anche, ma si rinvigorisce davanti ai preti che inneggiano alla bontà umana, ai veggenti che trasecolano e magnificano le lacrime di sangue delle madonne infiorettate, piene di suppliche, con tante ginocchia prostrate e doloranti su una terra ignuda tanto quanto i corpi che, invece, sono sottratti, per pudicizia, alla tremenda visione che darebbero per la licenziosità del loro peccato originario. Marziale farebbe ancora orrore oggi a questi pii e costumati signori (e signore) del ceto medio di una Italia in cui si rivendicano le origini giudicaico-cristiane della propria cultura.

Figuriamoci parlare di fiche e di cazzi così, senza puntini di sospensione, senza autocensure, senza bip onomatopeici qui tra queste righe: vizi privati e pubbliche virtù, ammesso che desiderarsi, amarsi e farlo nei modi in cui si ritiene più bello, in cui piace e non si deve rendere conto a niente e nessuno, sia possibile senza che arrivi non l’epigrammatico un po’ grossolano, un po’ fine, un po’ grottesco e tanto irriverente come ai tempi del romanissimo impero sotto Nerone e sotto Nerva, Traiano, Tito e Domiziano, sia sostanzialmente un insieme di atti liberi e non subordinati all’anatematico dito puntato della consona aderenza al mantenimento ovvio del pudore.

Per l’autore latino, nato nell’allora regione iberica assoggettata a Roma, in cui sorgevano i municipi augustei come funghi, l’epigramma è una eredità anche ellenistica, ma si trasforma in sferzantissima (e non di meno anche molto pietosamente triste) oggettivazione delle tante sfaccettature del comportamento umano. Straordinario in Marziale è l’utilizzo della chiusura a sorpresa delle poche righe in cui sintetizza con grande acume poetico il dileggiamento di un difetto, la condensazione di una estrosità, la sintetizzazione quasi chimica di una serie di facezie che sono occultate al pubblico vedere, perché altrimenti sarebbero delle indicibili vergogne.

Per quanto, nella Roma di allora, nel trapasso dalla dinastia Giulio-Claudia al periodo dei quattro imperatori, per arrivare al periodo della Flavia, fosse ancora considerato più che normale, opportuno e, anzi, di buon grado nella cerchia sociale elevata dei banchetti più dissoluti e, per questo, pieni di lusso e di ricche portate, utilizzare le trivialità linguistiche per dare sfogo a quegli istinti del tutto spontanei e naturali in ambito sessuale che, a breve, il Cristianesimo avrebbe via via censurato.

Nonostante il nostro letterato iberico, trapiantosi a Roma sotto la protezione di Seneca e poi, dopo la rovina del circolo ispanico a seguito della Congiura dei Pisoni, passato sotto quella di altri importanti uomini di corte come Quintiliano, sia stato un letteralmente pedissequo ricercatore del favore dei potenti, dovendo vivere come “cliens“, mostra allo stesso tempo una certa indipendenza produttiva nel suo genere: l’epigramma non nasce con lui, ma diviene attraverso lui un genere che rimarrà sempreverde nel corso dei secoli, per arrivare fino a noi indisturbatamente. Fatto oggetto, certo, di biasimi e censure, ma pur sempre voce dal sen fuggita, capace di interrompere i sonni tanto degli uomini dotti e di grande fede, quanto quelli dei potenti.

Ritratto di Marco Valerio Marziale

Si pensi al Pasquino romano e ai tanti “pigrammi” appesi alla celebre statua che si prendevano gioco del pontefice, dello Stato della Chiesa, delle singolari dualità emotive, delle tante repressioni di sentimenti, voglie che vivevano al di sotto e al di sopra delle tonache più apparentemente abbottonate, lisce e di un bianco e nero tra le cui pieghe non doveva trovarsi alcuna sfumatura di grigio. Rileggersi gli “Epigrammi” di Marziale oggi (se ne trovano varie edizioni, noi consigliamo quella presente nella BUR Rizzoli, edita quasi trent’anni fa e più volte ristampata) è certamente un divertissement, ma, oltre ai sorrisi più che strappati da un genere che non si ritrova ormai su nessun scaffale che ospiti opere moderne e modernissime, si ha proprio la sensazione di dare uno sguardo alla Roma e al suo impero.

Si ha qualcosa forse più di una sensazione: un viaggio nel tempo, senza alcuna macchina wellsiana, che ci trasporta nelle ricche case della gens romana, dalla corte imperiale fino alle ville patrizie e senatorie dove è permesso lasciarsi andare, dimenticando per qualche istante le rigidità della politica, le necessità del reale, i confini ispidi, aguzzi e per niente smussabili della correttezza reciproca, del rispetto, della compostezza. Marziale prende per il naso tutte le professioni e tutti quelli che sono tanti volti che assumiamo durante le nostre giornate: quando siamo privati cittadini, quando siamo invece pubblici ufficiali, artisti, medici, prostituti della mente e/o del corpo.

Quando noi diventiamo le mille espressioni che ci abitano e che spesso rinneghiamo, ci rinfacciamo a noi stessi sotto forma di capriccio dispettoso del nostro piacere che deve essere tacitato, represso, ricondotto alla Ragione senza se e senza ma: nemmeno fosse sufficiente la castrante altezza morale della religiosità come elemento dirimente, come sovraordinatrice delle umane coscienze. A piacere, secondo i dettami del momento, della dottrina che cambia di secolo in secolo e che si adegua e adegua a sé i mutamenti sociali, economici, politici: con una ruffianeria degna solo di un essere ultraterreno che, se davvero avesse qualcosa a che fare con le chiese, dovrebbe considerarsi niente meno se non un quieto cinicone, capace di stare a guardare dalla sua finestra in alto i tanti drammi di una umanità da gioco da tavola.

Più di un critico ha rilevato che esiste una sorta di “attualità” di Marziale, anche oggi, anche in questo scollinamento al nuovo millennio: ed effettivamente basta prendere i suoi epigrammi – non tutti, certo, ma molti si prestano a questo giochetto – sostituirne i nomi e si avrà un postulato perfettamente adattato alla più stretta correlazione con eventi, persone e intrighi della nostra presuntuosissima modernità. Da qualche parte, nelle cronache tristi delle guerre è comparso, per esempio, in Ucraina lo scandalo della corruzione nella alte sfere del governo. Si è persino parlato di cessi d’oro… Ed ecco Marziale: «Ventris onus misero, nec te pudet, excipis auro, / Basse, bibis vitro; carius ergo cacas» (epigramma tratto dal Libro I, 37).

Ora tanto spetta alle traduzioni più libere per rendere meglio la geniale volgarità delle parole senza che scadano nel pressapochismo autoreferenziale di una banalità per nulla cercata e voluta (né dall’autore, né dagli interpreti di altre lingue). Questa che proponiamo, davvero, ci piace tanto: «Per andare di corpo hai vasi d’oro, / o Basso, e tu non ti vergogni, / ma bevi in vetri senza alcun decoro. / Conta di più per te , e questo agogni, / cagare con dovizia i tuoi bisogni». Proprio l’estrema brevità dei versi costringe ad implementare i concetti resi con qualche libertà interpretativa, qualche guizzo stilistico che ammoderna ma che, se si conosce Marziale, non limita né stravolge il senso soprattutto ironico che intende esprimere.

Quello che occorre preservare è il carattere arguto della sua pittura letteraria, del suo ritrarre con sagacia singoli aspetti di una società fatta di tanti comportamenti che appaiono strani se presi nella loro singolarità ma che, messi l’uno accanto all’altro formano quella che è una complessità accattivante tanto dell’animo umano quanto di una civiltà che non può essere separata dalle particolari propensioni interiori con atteggiamenti moralistici, con imposizioni proverbialmente e severamente educative. Leggere Marziale vuol dire uscire dal contesto della condanna aprioristica delle stranezze, delle singolarità che si possono declinare in attitudini tanto caratteriali quanto di altro tipo. A cominciare da quelle sessuali.

Marziale prende in giro il suo tempo, si fa gioco delle ipocrisie di tanti e lo fa senza riguardo per un potere di cui  peraltro, ricerca la paterna protezione, il necessario sostentamento. Per trentaquattro anni lui è il “cliens” alla corte dei cesari, presso illustri intellettuali che siedono alla corte dell’imperatore di turno. Ed anche quando Roma gli sembrerà troppo, quando tenterà di vivere al di fuori dei confini italici (prima nella Gallia Cisalpina ad Imola e poi nuovamente nella sua città natale, Bibilis (ribattezzata “Augusta” come municipio romanizzato sotto Ottaviano), rimpiangerà prima e ricorderà poi sempre le biblioteche dell’Urbe, i suoi conciliaboli, le strade e le vie piene di ottime maschere di vita su cui epigrammare.

Gli mancheranno tutte le sfaccettature di un mondo che le fa crescere e nascere proprio nell’incontro tra migliaia di esseri umani: non gli interesserà mai una severa normalità, ma sempre e soltanto la buffoneria, il cialtronesco, la bassezza, il pittoresco e grottesco insieme di una grande civiltà che, non per il fatto di essere tale, è riuscita o ha preteso mai di accantonare tutti i suoi doppifondi. Lì dove il vero istinto giaceva, lì dove, anche nel nostro più moderno mondo, giace ancora.

EPIGRAMMI
MARCO VALERIO MARZIALE
BUR RIZZOLI, 1996
€ 16,00

MARCO SFERINI

17 dicembre 2025

foto: particolare della copertina del libro


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