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Marcovaldo
La leggera, docile, penetrante prosa calviniana è la quintessenza di una capacità descrittiva della realtà dai tratti innocenti che in “Marcovaldo” (Mondadori, 2023) si ritrovano a primissima lettura nel protagonista dei racconti riuniti dall’autore dopo le pubblicazioni su “l’Unità“. Il mondo del lavoro viene presentato come quello che, del resto, è: una variabile dipendente da una società capitalistica che si ripercuote sulle esistenze povere dei suoi soggetti-oggetti con una durezza invereconda che, per l’appunto, non conosce alcuno spasmo etico, alcun freno moralmente definibile in quanto tale agli eccessi che produce e riproduce in continuazione.
Marcovaldo e tutta la sua famiglia, dalla moglie Domitilla ai sei figli che lo precedono o seguono nelle ambientazioni urbane, suburbane e di campagna in ogni racconto datato col seguire delle stagioni, sono la parte pura di un contesto da grande città (di cui non si conosce l’ubicazione né il nome, ma è probabile che Italo Calvino abbia preso spunto dagli anni vissuti a Torino e che, quindi, si tratti della capitale subalpina) che inghiotte ogni contorno definito dell’ambiente, quindi della natura stessa, delle persone come delle cose. Dove arriva l’operaio della ditta Sbav (che è una eccellenza nel suo settore, ma di cui, al pari della città, poco o niente si sa) si mette sempre in pacata, gentile evidenza un qualcosa che agli altri sfugge nel giornaliero frenetico ritmo.
Possono essere dei funghi al lato della strada, come una nuvola di passaggio. Oppure, in quella che dovrebbe essere la calma della notte, un paesaggio aereo di stelle che, però, non si riescono a scorgere a causa della cartellonistica riluccicante con modernissimi neon situata proprio davanti alla mansarda dove vive la povera famiglia proletaria. La Natura stessa, che Marcovaldo coglie nella sua più onesta disposizione ad esserci madre, piuttosto che matrigna, gli si rivolta sempre contro e lo beffa, lo schiaffeggia infingardamente; sembra quasi tentare di ridimensionarne quella voglia continuamente ritrovata di scorgere in un dettaglio un qualcosa che sfugge all’ombra della macchina capitalista e del suo effetto esasperatamente consumistico.
Tutti i racconti riuniti da Calvino in questa divertente satira della società liberal-liberista hanno il retrogusto un po’ fantozziano del dipendente che, tuttavia, non è così servile come il personaggio creato da Paolo Villaggio: Marcovaldo è un candido per eccellenza, è un uomo che, seppure introiettato dalla perversissima concatenazione degli eventi che lo surclassano e lo avvolgono in una spirale di contraddizioni evidenti, non rinuncia alla speranza di ricercare e individuare di continuo motivi per aspirare al miglioramento di sé stesso, della vita familiare e di chi gli si ritrova intorno e vive le sue medesime condizioni. La disillusione non gli appartiene, anche se lo scoramento a volte lo pervade. Nonostante il “miracolo economico” seguito alla fine della Seconda guerra mondiale, il benessere è sempre per altri.
Mai lo è per lui, per un lavoratore che sposta tutto il giorno dei grandi imballaggi di cui, al pari della città e della ditta in cui lavora, non si sa cosa contengano. Ha davvero, poi, molta importanza? Qui Calvino rende molto efficacemente l’alienazione prodotta dagli ingranaggi del sistema: ciò che conta è la ripetizione delle faccende imposte, della gestualità da compiere, dell’essere una piccola parte di quel prezioso meccanismo che, per l’appunto, è meccanico in tutto e per tutto. Per prima cosa lo è nel trasformare l’essere umano in altro da sé stesso, spersonalizzandolo e lasciando sul restante terreno del tempo libero giornaliero i rimasugli necessari per la sua riproduzione.
Eppure, nel denunciare il fatto che alla macchina non si sfugge («On n’échappe pas de la machine», affermava Deleuze), Calvino assegna al protagonista quell’innocenza che gli è necessaria per impedire che tutto intorno esista solamente l’incapacità del vivere sostituita dalla monotonia del sopravvivere. Il mondo di Marcovaldo è anche quello del crudo realismo dell’ognigiorno che imperversa senza soluzione di continuità; ma, proprio per questo, la soluzione di questo continuismo diventa, seppure per brevissimi attimi, l’azione del protagonista o quella dell’intera famiglia che ne viene coinvolta.
Esemplare, a questo proposito, è il racconto del supermarket che descrive letteralmente uno stupore che stupisce: come è possibile che così tante cose belle stiano lì sugli scaffali, tutti le prendano mentre loro no? Non si può – dice Marcovaldo ai figli – quasi disegnando un solco insuperabile tra la loro miseria e il ben di dio che sta dall’altra parte. Ma, poi, alla fine, prevale quasi un istintivo bisogno di appagare il desiderio, per fermarsi poi lì davanti alla cassiera che deve fare la somma. Non si può andare oltre quella soglia. Così il desiderio di desiderare è almeno soddisfatto. Rimane da completare un mosaico che non ha possibilità di essere finito. Manca sempre una tessera che è quella della demercificazione dell’esistenza.
Poi interviene la natura a fare la sua parte: in questo caso è il tempo che passa e che è naturalmente un plusvalore a tutto svantaggio della famiglia di Marcovaldo. Il supermarket sta per chiudere e tutta la roba presa e messa nei carrelli deve essere riposta nuovamente sugli scaffali. Davanti: le casse, da cui non si può passare; sopra: lo scorrere dei secondi che non lascia la possibilità di rifare tutti i giri per svuotare i carrelli (un qualcosa di assolutamente nuovo alla vista dei giovanissimi figli dell’operaio calviniano). Si cerca quindi una via d’uscita che sembra non esserci: se non quella del mollare tutto e ritirarsi disordine sparso. Per fortuna (o per sfortuna, a seconda dei punti di vista…) c’è un pannello di quelli da cantieri edili. Stanno ampliando i locali e ci si può infilare lì…
Ma davanti alla famiglia con carrelli pieni di merce si staglia una grande “bocca” scura. È la benna di una gru dentro cui, ultima possibilità Marcovaldo, moglie e figli rovesciano tutte le buone cose prese. Il sogno di poter “mangiare per un anno” interno è svanito in quell’oscura, meccanica mostruosità moderna. La straordinaria capacità di Calvino di esigere da ogni racconto il contrasto tra comicità e cruda, triste realtà dei fatti, tra la dolcezza del candore dei protagonisti e l’amaro della società in cui sono i soggetti-oggetti, dà adito ad una sagace critica della modernità capitalista che si esprime attraverso una satira che non è spigolosa, pungente e urticante come tante altre. Si affida alla dicotomia benevola del contrasto oggettivo, reso in forma di un racconto che è tanto divertente quanto capace di suscitare le opportune riflessioni.
Il miracolo economico ha i suoi risvolti positivi ma ne ha anche tanti negativi. Il ceto medio italiano del dopoguerra conosce l’epoca d’oro dei consumi, il risollevamento dell’Italia dalle macerie in cui la guerra e la dittatura fascista l’avevano gettata; ma per molti proletari e sottoproletari permangono le ampie divergenze di sempre tra condizione civile e condizione sociale. Nonostante la Costituzione li proclami tutti eguali quei cittadini davanti alla Legge e al rinnovato Stato repubblicano, tutti eguali proprio non sono. Al pari di Paolo Villaggio con la maschera fantozziana, Calvino non risparmia critiche al suo personaggio: ne critica proprio il suo carattere candido che rimanda alla bellezza di una Natura che gli è, sostanzialmente, ostile.
Ormai Marcovaldo è un uomo urbanizzato: ma sembra non comprendersi in questa quasi ontologica appartenenza alla dimensione della grande città che è l’espressione prima della nuova declinazione capitalistica del secondo Novecento. Ogni volta che l’operaio e la sua famiglia provano a “naturalizzare” il contesto in cui si trovano, ad introdurre nelle loro esistenze un qualcosa che diverga profondamente dal cemento, dal ferro, dai macchinari, dalla ripetitività disumana delle azioni imposte agli umani da una parte di loro, è proprio la Natura che si ribella e lo percuote, e lo schiaccia miseramente. Il fiabeggiare urbano di Calvino è un rendere in evidenza ciò che intende nascondersi dietro la facile prospettiva del semplice futuro tecnologico come panacea di tutte le disgrazie della povera gente.
Eppure Marcovaldo non si fa grandi illusioni in merito: non pensa trovando i funghi al lato della strada di aver scoperto una sorta di via d’uscita dalla sua opprimente quotidianità. Quella sembra accettarla quel tanto che gli possa permettere ancora di aprirsi qualche pertugio in cui far passare la speranza di cambiare dei momenti, dei tratti del suo essere sociale e familiare. Non c’è ribellismo alcuno nel personaggio dal candore che, in sostanza, lascia da parte ogni istinto ribelle e contrario alla società dei consumi. Qui la critica di Calvino a Marcovaldo si fa sostanziale e viene molto icasticamente espressa tramite la scelta del racconto breve che non indugia nei particolari ma che, tuttavia, descrive con accuratezza soprattutto le percezioni emotive e istintive dei personaggi.
Persino Michelino, uno dei sei figli del lavoratore, seguendo il gregge di mucche che passa per la città e va all’alpeggio, scopre amaramente che la vita in montagna non è quell’idillio che lo faceva sognare. Si lavora duramente e si è sottopagati… Più o meno come in città. I sogni quindi sono impossibili? Non c’è aspirazione al miglioramento, al cambiamento. Un’altra novella ci aiuta a comprendere bene l’impostazione data da Calvino ai suoi racconti e, quindi, all’insieme critico che esprimono verso la società del mercato, dei profitti e dei consumi: “La villeggiatura in panchina“. Si comincia sempre a sorridere dai titoli. Maestria dell’autore. E si prosegue, ovvio, col racconto. È estate, fa caldo e c’è un’afa insopportabile nella piccola stanza dove dorme assiepata tutta la famiglia di Marcovaldo.
Che bello che sarebbe andare a riposare al fresco, su una panchina del parco. Detto, fatto. Ma, appena arrivato sul posto, Marcovaldo trova due innamorati che stanno discutendo animatamente e che sono sedute proprio dove vorrebbe sdraiarsi lui a dormire. Così deve aspettare con pazienza che terminino e se ne vadano. Detto, fatto. Ma, invece di godersi la luce delle stelle, il fresco del vento che passa tra gli alberi e un veramente illusorio silenzio in piena città, gli tocca patire il fetore dei bidoni dell’immondizia, la luce lampeggiante del semaforo che gli staglia in faccia; ed ancora: i rumori di un vicino cantiere edile… Sfranto, alla fine si addormenta. Ma alla mattina è un getto d’acqua a svegliarlo bruscamente: un idrante, con l’aggiunta di tutti i rumori prodotti dal traffico di auto, moto e camion.
Calvino, è evidente, appartiene a Marcovaldo e viceversa. Tutti e due sono un po’ «l’ultima incarnazione di una serie di candidi eroi poveri-diavoli alla Charlie Chaplin». Ma ne biasima (e forse biasima per sé stesso) il disincanto con cui prova a riconoscere nell’estremizzazione consumistica del reale quotidiano degli angoli di preservazione di una purezza naturale che sono, invece, già stati occupati dalle tante ripercussioni che le trasformazioni moderne del sistema hanno imposto anche, e soprattutto, alla Natura. Assolutamente stravagante in quanto praticamente un eterno malinconico, Marcovaldo non è la personificazione dell’incapace a ribellarsi, ma il modello su cui costruire quella critica al consumismo che, proprio grazie a lui, diventa possibile e facile da riconoscere anche per chi non l’ha o non l’avrebbe mai percepita, oltre che vista.
Calvino diverte sé stesso, come nella redazione de “Il visconte dimezzato” e diverte chiunque gli si avvicini e lo legga: ma prima di tutto ci porta dentro una serie di considerazioni che, altrimenti, con la seriosità delle analisi economiche (micro o macro che siano), difficilmente potrebbero essere viste ed elaborate da nuove stagioni di coscienze critiche. La lettura di “Marcovaldo“, per questo, è oggi più preziosa ancora. Perché quel mondo della macchina a cui non si sfugge è più di ieri tutto, proprio tutto intorno ad ognuno di noi.
MARCOVALDO
ITALO CALVINO
MONDADORI, 2023
€ 13,00
MARCO SFERINI
3 giugno 2026
foto: particolare della copertina del libro
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