Marco Sferini
Malevole insipienza italiana nella tragedia bellica mediorientale
Esattamente un anno fa, al riaprirsi della grande crisi mediorientale innestata su tre assi portanti (Palestina, Siria e Iran), Lorenzo Noto segnalava sul numero di “Limes” dedicato ai “Misteri persiani“, che sarebbe stato bene per l’Italia mantenere un qualche canale di comunicazione e qualche spazio di maggiore interazione proprio con la Repubblica islamica per evitare di rimanere letteralmente soffocati dagli effetti della destabilizzazione che iniziavano ad essere presagibili. Che allora, ed oggi, fosse e sia in corso un riordinamento più generale dell’asse tra Occidente, Medio Oriente e Asia è indubbio e non sembra dover stimolare chissà quale dibattito.
Semmai già allora ci si interrogava sul ruolo tra bacino del Mediterraneo (come basamento di una Europa che non lo ha mai veramente riconosciuto come tale preferendogli la rotta baltica e una concentrazione degli stimoli economico-strategici spostata sull’area mittle-nordica del Vecchio continente) e Golfo Persico individuando proprio nei passaggi strettissimi di Hormuz le chiavi di volta di un possibile allargamento del conflitto e, quindi, su un disinnesco anche uguale e contrario della crisi in corso, della guerra che avrebbe preso poi pieghe non del tutto inaspettate ma certamente sorprendenti (in negativo, si intende…).
Cosa è avvenuto in poco meno di dodici mesi dall’articolo scritto da Noto? In sostanza che la frattura tra Est ed Ovest si è acuita e che le detonazioni ricorrenti causate dai grandi interessi in gioco si sono avvertite internamente a quello che dovrebbe essere la parte di mondo presuntuosamente autoproclamatosi “libero e democratico“, capace di esportare questi valori egualitari, laici e liberali nel resto del pianeta; soprattutto là dove dittature e regimi teocratici impongono vessazioni di ogni tipo alla popolazione, reprimono, torturano, uccidono. Se lette con attraverso lo sguardo della realtà odierna, viene da domandarsi se stiamo ancora parlando del solo Iran o se, invece, non ci si riferisca anche agli Stati Uniti d’America.
Donald Trump, con la sua seconda presidenza MAGA, ha trasformato la grande Repubblica stellata in un qualcosa di molto simile ad una autocrazia, ad un apparato statale dedito esclusivamente alla volontà del presidente che, in questa cornice, non è poi così dissimile dalla Guida suprema della Repubblica islamica: cambiano le premesse, ma alla fine si marginalizzano le critiche, si trattano gli oppositori come dei nemici, degli anti-patrioti, dei destabilizzatori della politica tanto interna quanto internazionale; si mandano le polizie presidenziali per le strade ad arrestare migliaia di persone che rappresentano – secondo la narrazione di questi poteri – delle minacce alla convergenza dei fattori unificanti nazionali.
Si tortura e si uccide. Tanto a Teheran quanto per le vie delle grandi città americane. Le azioni dell’ICE sono, grazie alle riprese amatoriali dei cittadini americani, arrivate in tutte le nostre case, sui nostri telefonini e hanno documentato il piglio autoritario del trumpismo: un vero e proprio ricorso alla violenza sistematica, all’arbitrio oltre il diritto, fatto nel nome di una Legge con la elle maiuscola datale dal Presidente-onnipotente. La spinta data da Netanyahu alla ripresa della guerra contro l’Iran è parsa quindi a Trump una ottima occasione per levarsi di torno le problematiche interne, intestarsi il titulum di salvatore dell’economia americana unitamente a quello di liberatore dell’Iran dalla teocrazia degli ayatollah. Non è stato nuovamente così.
La capacità di tenuta del regime iraniano, nonostante la decapitazione quasi completa del vecchio apparato di governo (ad iniziare dalla morte di Alì Khamenei), ha creato le stesse grosse grane registrate in decenni precedenti con guerre aperte allo scopo di far cadere centri di potere che hanno, invece, saputo resistere e, nel farlo, hanno anche condannato la propria popolazione ad una lunga attraversata di un deserto di macerie morali e materiali, di sofferenze inenarrabili. Viste le premesse di un anno fa e vista la situazione attuale, gli innumerevoli cambi di registro repentini dell’amministrazione Trump, la cui affidabilità in termini di dichiarazioni su aperture di dialogo e ultimatum è sotto lo zero della credibilità minimissima, la situazione italiana sembra ancora più irrimediabile rispetto a poco tempo fa.
La completa insufficienza del governo Meloni in questo frangente è stata data, e lo è clamorosamente tutt’ora, da una pedissequa acquiescenza nei confronti proprio del Presidente-magnate basata su elementi anche direttamente ideologici ma pure da una sorta di commistione di interessi politici nell’immediato che la compagine di maggioranza delle destre ritrova molto di più nel trumpismo d’oltreoceano rispetto all’unionismo europeo al di qua dello stesso Atlantico. La crisi dello stretto di Hormuz si fa sentire ovunque: ma se negli Stati Uniti il costo dei carburanti sale di dieci centesimi di dollaro, qui il gasolio sfora ormai abbondantemente i due euro al litro e la benzina tocca quasi l’euro e novanta. Il fallimento del decreto sulla riduzione delle accise, prorogato al primo maggio, è del tutto evidente.
Questo perché gli effetti della crisi non sono stati dati soltanto dalla pure drammatica chiusura dell’ormai più famoso stretto al mondo; ma perché l’insieme del conflitto si è rivelato molto più di lungo termine del previsto e, quindi, l’oscillazione dei mercati e le aperture delle borse ogni mattina hanno segnato un grande sbalzo all’inizio con ricadute devastanti sulle settimane e sui mesi successivi. Trump è finito in una rete che ha cucito egli stesso insieme a Netanyahu e Meloni, Giorgetti e gli altri ministri del governo italiano non sanno ora come uscire da questo grande, caotico periodo di crisi davvero verticale. La missione nelle zone mediorientali del Golfo Persico mostrata da Meloni all’Italia e al mondo ha avuto il solo effetto di mettere ancora di più in risalto la viscosità di una politica “impanicata“.
Nella triangolazione dei conflitti nella vecchia zona di collegamento tra Europa ed Asia si vanno a congiungere le ripercussioni di una impostazione imperialista messa in essere dal duo israeliano-statunitese per acquisire il predominio di una regione che, proprio per la presenza iraniana, non avrebbe mai potuto essere tale senza l’assoggettamento della vecchia Persia al regime dell’instabilità tutta occidentale. Il piano di Tel Aviv è sempre stato abbastanza chiaro, anche se questa “ipotesi” ha generato molte irrisioni da parte di commentatori e studiosi che escludono a priori un allargamento dello Stato ebraico nella regione: soprattutto in termini di acquisizione di nuove porzioni di terra. Il “Grande Israele“, sarebbe una fantasia degli sciocchi antisionisti e magari anche antisemiti dell’oggi.
Eppure l’operazione genocidiaria scatenata contro i palestinesi di Gaza, gli avanzamenti neocoloniali in Cisgiordania, la recente guerra mossa contro il Libano meridionale e parti della Siria consegnata ad un ex jihadista (considerato fino a poco tempo fa da Washington un terrorista primo della lista…) ci dicono che il piano è quello e che Trump è entrato nello spietato gioco al massacro di Israele per trarre un vantaggio dall’indebolimento iraniano: si sono stretti la mano, lui e Netanyahu, ed hanno convenuto che era un grande affare per entrambi colpire l’Iran, metterlo al guinzaglio e spartirsi il Medio Oriente con le benedizioni condiscendenti dei paesi arabi storicamente nemici di Teheran. Ecco, in tutto questo grande, caotico ginepraio, l’Italia ha scelto da che parte stare: quella trumpiana, quella della guerra di aggressione.
Pur cercando di minimizzare: «Non condanniamo, non condividiamo», aveva pilatescamente asserito la Presidente del Consiglio. Noto scriveva un anno fa: «L’Italia si trova dinnazi l’opportunità di convertire in risorsa un suo deficit: la tradizionale tendenza strategica italiana a non scegliere da che parte stare , a voler essere amici di tutti e nemici di nessuno, può per una volta essere sfruttata come asset» (Limes, 5/2025, pag. 287). Dopo la grande sconfitta referendaria del 23 marzo scorso, sempre per tentare di rimediare sul terreno della mera comunicazione istituzionale e riaccattivarsi parte del consenso perduto a destra, Meloni e Crosetto hanno disposto che dalla base di Sigonella non sarebbero partiti voli militari per la guerra.
Ma prima e dopo questo episodio di ritrovato, “patriottico” orgoglio militare e politico, abbiamo continuato a prendere parte ai conflitti in corso in Medio Oriente vendendo armi ad Israele, oltre a non condannare le politiche di annientamento dei palestinesi da parte di Netanyahu. Internamente alla NATO rimaniamo i più risoluti difensori non tanto dell’asse USA-UE, quanto delle prerogative trumpiane entro la cornice traballante dell’Alleanza Atlantica. Trump ringrazia per questo cuneo di criticità nel caotico contesto della politica estera dell’Unione europea e giura e stragiura che, visto il mancato sostegno al militarismo a stelle e strisce intento a riaprire Hormuz, la NATO porterà questa colpa come un’onta per i secoli dei secoli. L’irrilevanza della politica italiana è, quindi, non solo manifesta sul piano estero, ma si riflette oggettivamente in tutto il Paese.
L’inflazione energetica crescente è l’ulteriore sviluppo negativo di una economia di guerra in cui il governo Meloni sta mani e piedi, senza alcuna distinzione rispetto all’agire dell’inquilino della Casa Bianca. Persino gli statunitensi stanno iniziando a distanziarsi da Trump per via dell’aumento del costo dei carburanti e per i prezzi che nei supermercati crescono a dismisura. Il fallimento del referendum contro la Magistratura porta anche questo segno: un chiaro, evidente NO ad una politica di restringimento degli spazi democratici nel nome di un consolidamento di un potere che non sta facendo gli interessi del popolo italiano, bensì quelli di una cerchia ristretta di magnati che sono tutti alla corte dell’imperatore americano.
Bene ne ha scritto Alberto Negri su “il manifesto” alcuni giorni fa, osservando che il mancato avvertimento dello scatenamento del conflitto contro l’Iran era dovuto al fatto che gli effetti dello stesso li avrebbe patiti anche e soprattutto l’Europa. Si parla di questioni economiche e sociali, non certo di minacce logistiche e militari da parte dell’Iran nei confronti dell’Italia. Il regime degli ayatollah ha il suo da fare per sopravvivere in un contesto in cui è difficile ritenere – anche sul piano dello sviluppo delle armi e del sostegno che ottiene dalla Russia in merito e dal silenzio della Cina per metodo – che possa prendere di mira direttamente il nostro Paese. Ma nulla esclude che i risvolti terroristici possano avere un qualche effetto anche qui.
Del resto, un governo conservatore e filo-MAGA come quello di Giorgia Meloni non poteva lasciare supporre che avrebbe preso le distanze dalla prepotenza trumpiana e israeliana. Ciò che ci si poteva attendere era, quanto meno, un intervento interno sul terreno economico di difesa sociale, visto che gli ex missini si vantano sempre di possedere un anima popolare. Lo si scrive qui con tutta l’ironia fornita dalla storia di un partito neofascista che ha sempre puntato al sovvertimento della democrazia repubblicana al fine di creare le condizioni (destabilizzanti) per un passaggio ad un presidenzialismo che, tuttavia, fa impallidire i tentativi autoritari meloniani: autonomia differenziata, premierato e riforma Nordio… Per quanto la situazione sia sufficientemente sfuggita di mano al governo, c’è da rallegrarsi almeno di un fatto: non hanno il controllo di nulla.
Ma, di contro, questo vuol dire che non sono in grado di gestire la fase di crisi in atto e che, quindi, l’Italia dei precari, del mondo del lavoro, dei pensati e di tutti coloro che campano tirando la cinghia già da tempo, è in balia degli eventi e non esiste un vero piano di salvataggio sociale in merito: bisognerebbe tassare i ricchissimi. Ma non lo faranno. Bisognerebbe far pagare questa crisi a chi l’ha provata e a chi la sostiene arricchendosi: alle industrie delle armi, prime fra tutte. Ma non lo faranno. Non ci salveranno da niente e da nessuno. Quindi bisognerà federarsi, mettersi insieme, unirsi ovunque e comunque sia possibile per destabilizzare i destabilizzatori, per mandare a casa questo governo e provare a sostenere una alternativa che dica NO alla guerra, al riarmo, all’economia bellica, al sostegno ad Israele e al suo governo genocida.
L’auspicio c’è. La sua realizzazione è affidata ad una complicata convergenza di fattori che, ad oggi, non lasciano presagire ancora nulla di effettivo all’orizzonte. Intanto la guerra prosegue, la benzina aumenta, gli alimenti pure. Il prossimo ultimatum di Trump all’Iran scade questa sera: ma, c’è da giurarci, se gli gira male, lo prorogherà…
MARCO SFERINI
7 aprile 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria















