Quando papa Francesco è stato eletto pontefice dal conclave, immediatamente dopo, affacciandosi alla loggia della Basilica di San Pietro parlando alla folla che lo attendeva spiegò che lui, originario dell’Argentina, era stato nominato dai cardinali che lo erano andati a prendere “dalla fine del mondo“. Da Roma alla Terra del Fuoco, dall’Europa, dall’Italia allo Stretto di Magellano, là dove si congiungono gli oceani, dove c’è un passaggio ininterrotto tra le tutte le terre emerse, dove le tempeste infuriano per poi lasciare spazio alla pacificità di un grande mare che il navigatore portoghese chiamò proprio così.
Fernão de Magalhães, altrimenti conosciuto come Ferdinando Magellano, è un tipo piuttosto ombroso, tutt’altro che facile caratterialmente. Sappiamo questo dalle tante note biografiche che gli furono coeve e che, quindi, riportano anche molta parte delle sue avventure marinarescshe, belliche, sempre piuttosto ardite e per cui rischiò la vita anzitempo, prima di terminarla, altrettanto eroiche quanto sfrontate nella loro espletazione per figurare meglio agli occhi di questo o quel signore di turno. Di lui sappiamo ben poco circa gli anni giovanili: non se ne conosce nemmeno con precisione il luogo di nascita.
Un po’ come per Cristoforo Colombo, anche per Fernão la competizione tra le città che si fregiano del titolo di “natale” del grande esploratore è ancora oggi attuale e non c’è speranza che possa risolversi, visto che non sembra esistano nuove documentazioni storiche in merito. Ma, ormai, la tradizione vuole che sia nato a Porto nel 1480. Una vita breve la sua, visto che morirà nel 1521 senza vedere il completamento della sua impresa: la circumnavigazione del globo, l’affermazione di quella intuizione che esistesse un passaggio a sud, oltre le rotte colombiane e oltre quelle di navigatori che avevano provato a navigare il Rio della Plata senza successo.
Per realizzare il suo obiettivo ha però bisogno di avere ben coperte le spalle economicamente, politicamente e anche militarmente. Siccome la sua terra natale, il Portogallo, in questo lo abbandona, Magellano non ci pensa molto nel rivolgersi a Madrid, ad un giovane sovrano, Carlos I, che diverrà un grande imperato un giorno: il futuro Carlo V. La corona spagnola è pronta a sostenerlo: allestisce cinque “caracche” (imbarcazioni simili alle caravelle colombiano ma dallo scafo più tondeggiante) e salpa da Siviglia il 10 agosto 1519. Stefan Zweig ci restituisce tutta questa avventura con una scrittura che va oltre quella classica delle biografie nel suo “Magellano” (edito tra gli altri da Garzanti, 2020).
Lo si legge quasi d’un fiato, perché l’esistenza di questo giovane portoghese è improntata alla dinamicità costante; non c’è una sosta, una pausa, una rilassamento nei quarantanni di vita che lo riguardano: i suoi primi viaggi lo portano nelle Indie orientali dove si batte e sostiene il commercio delle spezie (merce preziosissima allora…). Partecipa alla conquista della città di Malacca e poi gironzola con le navi portoghesi nelle Molucche, le isole a cui intenderà ritornare passando per quella rotta sconosciuta che immaginerà e che percorrerà un decennio più tardi. Quando torna in patria, il re gli comanda di partecipare ad una spedizione per la presa della città di Azzemour, in Marocco.
Lì, durante i combattimenti, viene ferito ad una gamba e rimarrà offeso all’arto, claudicando per il resto dei suoi giorni. Lo chiamano in mille modi, proprio come Colombo: Meghallanes, Maghellanes. Lui stesso prende a firmarsi così quando sceglie definitivamente di passare al servizio degli spagnoli per poter circumnavigare il mondo. Fa parte anche questa confusione di nomi di un aura leggendaria che, tuttavia, non inficia la storicità del personaggio veramente affascinante, attorno alle cui rotte si sono stabilite tante storie differenti e molta immaginazione ha, letteralmente, continuato a navigare nei secoli tutto introno a lui. Parimenti, intorno alle spezie ruota un interesse che farà la Storia. Degli imperi, dei condottieri, dei re e degli imperatori.

Ferdinando Magellano
I cibi nordici sono privi di condimenti, insapori rispetto alla forza del gusto che proviene da questi esaltatori di sapidità orientali. Nessuno vuole più farne a meno e, poi, appunto rendono molto perché il loro commercio è diffusissimo. Così si cercano sempre nuove e più veloci rotte per averne quantitativi maggiori e continuativi. Pepe, macis, zenzero, cannella, fanno delle pietanze qualcosa di assolutamente inebriante e regalano nuovi piaceri soprattutto nelle corti e nei palazzi nobiliari. Non tutti, ovviamente, si possono permettere questo lusso. C’è chi, addirittura, le aggiunge all’antica preparazione egiziana della birra, mentre il vino viene aggiunto di alcune piccantezze dopo un debito riscaldamento.
Poi si scopre che con alcune, come il muschio, la canfora, la gommoresina e l’oppio hanno proprietà mediche, altre possono essere trasformate in profumi inebrianti e così il commercio aumenta ancora e non riguarda più le salmerie e le cucine dei cuochi di corte. I costi però, di trasporto, conservazione e smercio, sono molto alti: anzitutto perché i viaggi sono lunghi. Bisogna circumnavigare l’Africa per arrivare a destinazione e, tra andata e ritorno nel Vecchio Continente, passano non mesi, anni interi. Seppure le navi che fanno queste rotte siano tante e di paesi diversi (inglesi, portoghesi, olandesi tanto per dirne alcuni), i prezzi non accennano a diminuire. Anzi…
La curva dei costi sale e così si inizia a pensare all’ipotesi di arrivare alle Indie orientali per altre vie, meno dispendiose in quanto ad equipaggiamenti delle navi e più brevi da raggiungere in quanto percorso marittimo. Si inizia a comprendere che c’è una continuità ininterrotta tra le coste dell’America del Nord e quelle del Sud. Quindi il passaggio va cercato ancora più a sud del sud stesso. Ma fino a dove è possibile spingersi? Arrivare via terra all’Oriente è una impresa ancora più difficile. Sebbene Guglielmo di Rubruck e Marco Polo siano arrivati in Mongolia il primo e nella Cina dei Khan il secondo, percorrendo al ritorno anche la rotta marittima intorno alle coste indiane e persiane, si continua a preferire il mare-oceano per arrivare alle terre della spezie.
I pericoli terrestri sono tanti di più rispetto alle pelagiche procelle. Zweig le evidenzia con dovizia di particolari, così come è molto accurata la descrizione degli ambienti in cui Magellano e i suoi equipaggi si muovono: queste caracche che sembrano navicelle capaci di muoversi sul filo delle acque, quasi fossero nuvole soffici, tanto paiono leggere nella loro struttura lignea, contengono in cinque stive rifornimenti di cibo e di acqua per oltre due anni di viaggio. Tanto si presume possa durare la spedizione. Partono, dunque, la Trinidad, la San Antonio, la Concepcion, la Santiago e la Victoria. Alla fine della grande avventura ne sopravviverà soltanto una e con pochissimi uomini a bordo.
Ma tanto basterà, nonostante la morte dell’ammiraglio, per ritornare in Spagna e annunciare che la rotta per le Indie orientali a sud ovest è finalmente aperta e che esiste non un mare al di là della Terra del Fuoco, ma un oceano calmo, serafico: il Pacifico. Grazie ad Antonio Pigafetta, un italiano che tiene un diario di bordo accuratissimo, noi sappiamo quasi tutto della spedizione. Compresa la morte di Magellano che Zweig ci restituisce senza agiografia, senza enfasi, constatando quasi storicamente i fatti ma tenendoli comunque entro una cornice a dir poco romanzesca. La navigazione della piccola flotta è per lunghi mesi monotona, sonnolenta. Ma poi ad un tratto basta una tempesta all’orizzonte per rompere ogni indugio.
C’è da passare un confine ogni volta: per la sopravvivenza in aperto oceano, seppure si tenti sempre di guardare se si vede la costa di una terraferma, isolana o continentale che sia, cui aggrapparsi per non disperdersi tra i flutti violenti. Magellano a che fare, al pari di Colombo, con i malumori crescenti dell’equipaggio che, dopo tanto tempo inizia a disperare, a non vedere altra fine se non la propria in una impresa che pare disperata. Ai primi di aprile del 1520, Juan de Cartagena, Luis de Mendoza e Gaspar de Quesada promuovono una rivolta in grande stile. Le cronache lo chiameranno l'”ammutinamento di Pasqua“. Magellano si dimostra apparentemente clemente in questa grave ora: non può perdere molti uomini e più di quaranta ammutinati, invece che essere mandati al capestro, sono amnistiati.
Scrive Stefan Zweig: «Come poter continuare l’impresa se impicca agli alberi un quinto dell’equipaggio? A mille miglia dalla patria, in una zona inospitale, l’ammiraglio non può privarsi di cento braccia che lavorano». Così riprende la rotta, ritenendo di essere in prossimità di un’apertura verso un oceano vasto ma non tanto quanto si sarebbe atteso. Il passaggio da Capo Virgenes avviene a fine ottobre e per un mese le navi si districano in una insidiosa e continua rete di scogli. I marinai notano dei fumi provenienti dalle coste intorno. Sono gli indigeni, si presume. Da quel momento in poi quella terra sarà detta “del Fuego“. Il passaggio c’è in effetti e, dopo un’ultima diserzione, le navi lo trovano superando quello che sarebbe divenuto Cap Deseado. Adesso sono in un nuovo mondo ancora.
Dopo quello scoperto da Colombo, ecco una immensa distesa di acqua che pare non finire mai… Il viaggio per Magellano terminerà qualche mese dopo. La sua morte non è la conclusione della sua impresa. Ma ne è semmai un inizio ulteriore. Con lui vive, infatti, quella leggenda di cui si faceva prima cenno e che va dalle acque del mare fino all’immenso oceano dell’Universo. Dalle profondità dell’oceano alla Grande Nube che gli è stata intitolata.
MAGELLANO
STEFAN ZWEIG
GARZANTI, 2020
€ 12,00
MARCO SFERINI
22 ottobre 2025
foto tratte da Wikipedia
La cartina della rotta nella Terra del Fuoco da Wikimedia Commons
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