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Americhe

«Magari sbaglio, ma mi fido». Così Kim ha sedotto Trump

La «Storia» tanto attesa dal summit di Singapore non si è mostrata davvero nelle immagini di rito: non era dunque dipinta sui volti sorridenti, nelle strette di mano che tutti hanno visto. E non era neanche annunciata nel «documento epocale» firmato alla fine di un meeting atteso da tutto il mondo.

La Storia – in realtà – è sembrata nascondersi dapprima negli sguardi di Kim e Trump appena arrivati al Capella Hotel, un attimo dopo essere scesi dalla macchina e si è palesata nei loro volti tesi, squadrati e nei loro occhi presi a guardarsi intorno e percepire, realizzare – forse per la prima volta – di essere i protagonisti di un evento gigantesco.

Dopo le espressioni del volto, la Storia è apparsa nei corpi non addomesticati e preparati come nelle foto a favore di camera. Kim è sceso dalla sua vettura e ha compiuto alcuni passi, apparendo spaesato. Si è guardato intorno per trovare l’imbocco dell’hotel, ha tenuto gli occhiali nella mano destra, non ha sorriso per niente. Trump similmente è sceso dalla sua auto (più tardi nel corso di una passeggiata a due, ha mostrato l’interno all’amico coreano) e ha guardato dritto davanti a sé, fingendo sicurezza. Ma le sue mani, prese nel gesto di tirare giù la giacca – quasi a piedi uniti –, hanno consentito di cogliere un momento di emozione, benché «marziale». Poi via verso la porta e infine verso il pubblico; per Trump è stato più semplice, Kim sembrava più impacciato. Poi la stretta di mano e da Kim è partito un Nice to meet you Mr President che a Trump deve avere regalato grande gioia. Un ragazzo, il coreano, un astuto uomo d’affari, lui. Mentre camminavano fianco a fianco – poco dopo – Kim ha detto qualcosa prontamente tradotto alle sue spalle: Trump si è fatto una gran risata. Il ragazzo ci sa fare, deve aver pensato. D’altronde il giorno prima aveva detto che in un minuto sarebbe stato in grado di capire di che pasta è fatto Kim Jong-un.

…continua a leggere su il manifesto.it…

SIMONE PIERANNI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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