Dal sindacato
L’urlo dei sindacati: «Sull’ex Ilva, non c’è più tempo da perdere»
I sindacati dei metalmeccanici convocano i partiti per avere garanzie sul futuro dell’impianto
Sono in pressing i sindacati dei metalmeccanici, in attesa che il 15 settembre scadano i termini della presentazione delle proposte per il futuro delle acciaierie ex Ilva di Taranto. Ieri Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil hanno ricevuto nella sede della Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici) le delegazioni di sei partiti di maggioranza e opposizione, cui hanno chiesto di «rendere l’ex Ilva ecocompatibile con un ciclo produttivo che coniughi ambiente e salute, salvaguardando l’occupazione e con lo Stato garante della transizione».
Nella bozza di programma firmata lo scorso 12 agosto al Mimit tra il ministro Urso e le istituzioni locali (regione Puglia e comune di Taranto) infatti sono rimaste fuori questioni dirimenti per lo stabilimento: mancano i tempi certi della riconversione ecologica e la collocazione degli impianti di preridotto Dri (direct redcution iron), necessari ad alimentare i forni elettrici che dovrebbero sostituire gli altiforni. I forni elettrici da realizzare complessivamente sono quattro, di cui tre a Taranto e uno a Genova.
Ieri si sono avvicendate per tutta la mattinata le delegazioni di Fdi, Lega, Avs, Pd, Italia viva e Noi moderati. Forza Italia aveva comunicato che avrebbe incontrato nei prossimi giorni i rappresentanti sindacali nella propria sede, mentre i parlamentari M5S erano attesi ma hanno dato forfait all’ultimo. I sindacati hanno chiesto alle forze politiche una assunzione di responsabilità in particolare su quattro punti: «Integrità del gruppo siderurgico, risanamento ambientale, decarbonizzazione, garanzie occupazionali». Per far ciò hanno chiesto un impegno diretto dello Stato in termini economici, già a partire dalla prossima legge di Bilancio, oltre che un ruolo nella gestione e garanzia del rispetto del piano di deindustrializzazione.
«Non c’è più tempo da perdere. Negli incontri che abbiamo avuto oggi abbiamo reso chiaro qual è la posizione unitaria del sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori: decarbonizzazione e occupazione sono due gambe che devono camminare insieme, non c’è l’una senza l’altra», ha detto il segretario generale della Fiom Michele De Palma uscendo dagli incontri. Le risorse da mettere sul piatto potrebbero aggirarsi tra gli 8 e i 9 miliardi nei prossimi otto anni.
E a proposito della bozza firmata il 12 al Mimit ha aggiunto: «Garantisce il piano industriale che garantisce la ripartenza produttiva e l’equilibrio da un punto di vista ambientale e la garanzia da un punto di vista occupazionale? No. Siamo contrari a qualsiasi ipotesi che vada a uno spezzettamento dell’azienda per questo abbiamo convocato tutte le forze parlamentari perché vogliamo guardare avanti».
Sulla localizzazione del Dri è tornato nel pomeriggio il ministro Urso, rilanciando il tema nel campo dell’opposizione: per alimentarlo serve una nave rigassificatrice, che il sindaco di Taranto Pietro Bitetti è scettico nell’accettare. «La scelta, in queste ore, è nelle mani del Comune di Taranto che ancora non è riuscito a svolgere una riunione dell’assemblea comunale per dare degli indirizzi chiari», ha detto Urso, per poi tornare ad agitare la minaccia, già paventata a inizio agosto, di posizionare l’impianto in Calabria nella zona di Gioia Tauro.
Un’opzione giudicata dai sindacati non percorribile, tanto per ragioni ambientali (avrebbe un impatto maggiore), che occupazionali. Intanto, prima della scadenza del bando, è atteso al Mimit il 10 settembre il tavolo con Acciaierie d’Italia, che lo scorso giugno ha chiesto di ampliare la cassa integrazione a 4.050 dipendenti dai 3.062 autorizzati, a causa dell’incendio all’altoforno 1 dello scorso maggio.
MICHELE GAMBIRASI
foto: screenshot ed elaborazione propria


















