Marco Sferini
L’unico sinonimo possibile per il trumpismo: non “ordine” ma “caos”
Se la realtà ci sta sfuggendo di mano o, per meglio dire, sta sgusciando tra le prese dei potenti di turno che imperano nel mondo a cominciare dai loro paesi in un multilateralismo ormai completamente morto e sepolto, non è che vada meglio con la reazione popolare, nazionale e internazionale, ad una guerra scoppiata appena una settimana fa, strascico pesantissimo delle precedenti aggressioni occidentali al Medio Oriente (da quella israeliana a Gaza, Libano, Siria, a quella israelo-americana all’Iran, la cosiddetta “Guerra dei Dodici giorni“), e che non vede un sollevamento delle masse, un grido di dolore levarsi alto, forte e con una continuità almeno pari a quella del conflitto.
Paul Valery ci aiuta nel dare un contorno alla situazione di vero e proprio caos in cui ci siamo ritrovati ormai da qualche tempo e, in particolare, nella fortissima accelerazione data al tutto con l’operazione “Ruggito del Leone“: «L’Universo era un Tutto / e aveva un centro. / Non c’è più né Tutto né centro. / Ma si parla sempre di Universo». Così è anche se non vi pare: l’impazzimento generale promana dalle alte sfere delle amministrazioni imperiali, si stende su intere regioni continentali e detta le sue regole come se fossero, quindi, prive di una razionalità o, per meglio dire, di una logica tanto politica quanto economica e militare.
Qualcuno scommetteva, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, su un suo approccio più razionale, memore della prima presidenza e dell’ingloriosa fine decretata dall’eversivo assalto a Capitol Hill. Era una scommessa sensata, affidata al fatto che qualunque persona dotata di un po’ di sano pragmatismo e di lungimiranza, anche riguardo l’egoistica voglia di mantenere il potere piuttosto che prenderselo e tenerselo arbitrariamente, avrebbe imparato la lezione e si sarebbe comportata con l’astuzia e la scaltrezza del mostrarsi condiscendentemente aderente alle regole per poi seguire, senza troppi smargiassamenti, i propri scopi.
Trump invece, ringalluzzito dal voto che lo ha premiato un anno e mezzo fa, ha deciso di unire egotico narcisismo personale ad altrettanto personale voglia di lasciare una impronta nella Storia tanto marcatamente pesante da non potere essere ignorata. C’entra un po’ tutto: interessi finanziari famigliari, megalomane voglia di primeggiare, uno sfogare la propria rivincita tanto internamente quanto esternamente, incarnando un patriottismo che riesce ad essere tale soltanto nella generazione di altri nemici, di un nuovo caos mondiale che si sostituisce al vecchio ordine. Non si salvano nemmeno più le forme: la prepotenza, l’arroganza, l’insulto sono le cifre di una comportamentalità ormai data per scontata.
Chi potrebbe mai sorprendersi oggi nel sentire Trump rivolgersi a singole nazioni, capi di Stato e primi ministri con proposizioni di sfida e con la (per l’appunto) consueta muscolarità della sua parola? Strano sarebbe il contrario: assistere semmai ad un rientro nei ranghi non tanto del politicamente corretto, bensì di un formale galateo istituzionale che si rapporti – seppure con un alto tasso di ipocrisia – nei confronti dei governi sovrani di paesi sovrani con il minimo rispetto che è dovuto e che risponde ad un principio di uguaglianza tra le diverse nazioni. La costruzione del caos, congenialissima nella sfida multipolare tra USA, Cina e Russia, non è quindi fine a sé stessa ma si proietta in una dialettica ben più complessa che abbraccia l’intero globo.
Lo si vede tragicamente nell’estendersi del conflitto in Iran e fuori dall’Iran. Gli stessi alleati di Trump, quelli più convinti e fedeli come Giorgia Meloni, sono intrappolati oggi nella difficile condizione di ammettere la condivisione della criminale aggressione israelo-statunitense alla Repubblica islamica e smentire invece di avere quel convincimento, di voler rimanere quindi nel solco del diritto internazionale che, ahinoi, è il vero grande morto che cammina, l’epifenomeno di una situazione irrefrenabile che, anche a detta di esperti militari e non dei primi commentatori a caso, sta assumendo proporzioni difficilmente perimetrabili e contenibili. Non solo per il numero di paesi che vi sono coinvolti, ma più che altro per le dinamiche che vi si esprimono.
Se Netanyahu e Trump puntano su una guerra di medio-breve termine (stando alle parole di due che conoscono la sincerità tanto quanto un boia conosce il rispetto della vita) che dovrebbe piegare l’Iran, condurre al cambio di regime e quindi – per ammissione esplicita dello stesso presidentissimo a stelle e strisce – consentire di mettere al posto di Alì Khamenei qualcuno che sia gradito a Washington e Tel Aviv, più o meno sulla scia di quanto avvenuto in Venezuela: il proconsolarismo come metodo espansionistico di un neoimperialismo che formalmente rispetta la sovranità politica e che entra mani e piedi negli affari economici, nelle strategie, nei rapporti interni e internazionali degli Stati conquistati.
La creazione del caos è, da un lato, una conseguenza dell’impossibilità di essere gli unici governanti della nuova globalizzazione neoliberista; dall’altro lato è la premessa per un sommovimento ulteriore di tatticismi che le altre potenze mettono sul tavolo del cinico gioco multipolare, partecipando alla competizione con sempre maggiori rischi: aumentandoli a dismisura per i popoli, riducendoli il più possibile per chi detiene le maggiori concentrazioni di capitali, di risorse e di centri produttivi. La vecchia America del pre-trumpismo era riuscita a fare del mondo, in una breve fase di para-unipolarismo, succeduto alla fine della Guerra fredda, un insieme di interconnessioni, di vicendevoli dipendenze con l’espansione del mercato globale e del dollaro.
Però, a questa presunta egemonia totale non ha mai corrisposto un equilibrio, una stabilità, una sorta di pax americana che abbracciasse tutto il pianeta. Ed anzi, per tentare di mantenerla si sono scatenate nuove guerre in territori che reclamavano, dopo la fine del bipolarismo USA-URSS, una indipendenza dai blocchi rimasti, delle terze vie che non potevano essere lasciate libere di costruirsi, di consolidarsi e di divenire, magari in un non certo breve arco di tempo, delle alternative concrete all’imperialismo nordamericano. Persino le leggi economiche sono state prese in contropiede dalle contromosse politiche di amministrazioni che avevano provato a garantire al neoliberismo un equilibrio tra rivendicazioni sociali e privilegi di classe.
Vera e propria vanitas di un vuoto intelletto e di un povero calcolo politico è stato l’assurdo tentativo di far combaciare una visione particolare, seppure di grandi dimensioni geo-politiche come quella degli Stati Uniti d’America, con una assolutamente globale. Ma questa incompatibilità, vissuta con grande frustrazione soprattutto dall’egocentricità trumpiana, quintessenza della megalomania del personaggio, era in qualche maniera stata accettata da amministrazioni democratiche che si accontentavano di tutelare il capitale di casa e di renderlo competitivo con gli altri centri di espansione della produzione e della ricchezza (per pochissimi). Trump no, il movimento MAGA no. Lui agisce secondo schemi che non ammettono compromessi con la realtà.
Per cui, se decide che è interesse degli States farla finita con l’Iran, assecondando e anche andando al traino di un Netanyahu che ha bisogno della guerra permanente come dell’aria da respirare per mantenersi a galla, non si deflette da quella impostazione, da quel percorso intrapreso anche se i generali sconsigliano, il Pentagono mette in guardia sulle riserve belliche e gli analisti sintetizzano che le armi di Teheran colpiscono i paesi arabi ed Israele con la tattica delle “mille ferite” e con l’utilizzo di droni molto meno costosi dei missili lanciati dalle portaerei americane contro l’Iran e che, proprio in virtù di tutto questo, la probabilità di un logoramento per parte occidentale non è poi così ipotesi remota.
Quando poi si paventa anche l’invasione di terra, Trump smentisce a stretto giro i suoi fedelissimi: non serve perché in pratica si sta già distruggendo tutto e ben presto l’Iran sarà in ginocchio. La popolazione di sicuro. Il regime è difficile dirlo. Terminata la Guerra dei Dodici giorni e il bombardamento dei siti nucleari, il presidentissimo aveva giurato e stragiurato che Teheran non sarebbe stata in grado di avere l’arma nucleare per almeno dieci anni. Tra le motivazioni dell’attuala attacco congiunto contro la Repubblica islamica c’è la minaccia atomica… Menzogne su menzogne, perché l’onesta della verità oggettiva dei fatti è qualcosa di tipico di una dialettica democratica che mette sullo stesso piano chi la esercita. Lui non risponde a nessuno se non alla propria volontà.
L’unico limite che riconosce. Figuriamoci le Nazioni Unite, più volte umiliate tanto da The Donald quanto da Netanyahu e dallo Stato di Israele nel corso di oltre mezzo secolo abbondante. L’illusione trumpiana di essere svincolato da qualunque possibile condizionamento si infrange ben presto, anzi immantinentemente, con la dura realtà dei fatti che sono costituiti da risorse non solo belliche ma anche e soprattutto umane: i primi morti americani chiusi nelle bare con sopra la bandiera distesa svegliano dal torpore un popolo, soprattutto quello MAGA, che questa guerra non la vuole e non la capisce. Si rende così assolutamente evidente la mancanza pressoché totale di logica strategica dell’impero a stelle e strisce in una fase in cui le debolezze interne sono tante e irrisolte.
Trump fa pagare il costo delle guerra ai più fragili di una società che non può risolvere contraddizioni enormi solamente con l’accaparramento violento delle risorse di altri paesi sovrani. Lo si è visto chiaramente con le prime due guerre del Golfo. Per un po’ le economie respirano, nel senso che rifiatano dalle loro crisi cicliche e paiono nuovamente rientrare nel gioco competitivo globale: poi arrivano i terremoti finanziari come nel biennio 2008-2009 e riparte un turbine di instabilità che si riversa ovunque e non risparmia niente e nessuno. Se a tutto questo si aggiunge la crisi climatica, l’evento pandemico del Covid-19 e la coeva conformazione multipolare, pare ovvio che il trumpismo non ha chance nel dirsi e, soprattutto, nel cercare di essere il paradigma di nuovo ordine mondiale.
Semmai, se proprio paradigma deve dirsi e deve essere, il suo sinonimo può essere soltanto uno: caos.
MARCO SFERINI
6 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














