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Marco Sferini

L’Ucraina della ricostruzione: una terra di conquista per Est e Ovest

Oltre all’obiettivo di prodursi in un sempre maggiore espansionismo verso est con la NATO, il cosiddetto “Occidente“, che non è solo più una nozione geografica ma più prettamente un punto geopolitico nella fase del multipolarismo globale, sta sfruttando tutti cambi di battaglia possibili per rimettere al centro la teorizzazione (e la pratica) della guerra come prosecuzione vera della politica imperialista. Si fa davvero sempre più difficile il compito di analizzare con le categorie consuete, classiche e da tutti un po’ utilizzate, lo scenario attuale: non si tratta soltanto di interpretazioni mediate da una partigianeria politica piuttosto che da un’altra.

Qui si tratta di comprendere davvero di cosa stiamo parlando e, in questo caso, scrivendo. Di certo c’è che il ruolo del militarismo si è accresciuto, che il riarmo è il nuovo (si fa per dire) paradigma su cui crescono le politiche di spesa dei paesi tanto europei quanto di quelli d’oltreoceano. Di certo c’è, altresì, che questa economia di guerra è praticamente la declinazione ultima di una ferocia liberista che, ben prima dello scoppio dei conflitti aperti in Donbass e dei nuovi rigurgiti di pulizia etnica in Palestina, si era ampiamente messa in mostra nei capitoli di bilancio delle grandi potenze proprio con la prospettiva dell’aumento della spesa bellica.

Citando i dati dell’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace (con sede a Stoccolma), ci si rende subito conto dell’enormità del mutamento di strategia globale e locale al tempo stesso: fino al 2022 in tutto il pianeta si spendevano ogni anno circa duemila miliardi di dollari in armamenti. Soltanto gli Stati Uniti d’America impiegavano ben ottocento miliardi di dollari in questa direzione di presunta difesa e di tanta esportazione omicidiaria. L’Unione Europa faceva la sua parte con circa trecento miliardi. In pratica, l’Occidente da solo rappresentava più della metà del totale mondiale in merito alla spesa bellica.

Ma le cose sono cambiate e, chiaramente, in peggio: se per peggio intendiamo l’aumento dei costi non dovuto all’implementazione delle risorse per lo stato sociale, per più diritti ed egualitarismo, ma alle percentuali cresciute sulla spinta del conflitto in Ucraina prima e della altre guerre mediorientali poi. La Russia ha raddoppiato i suoi investimenti nelle industrie che producono ogni tipo di armamento. Gli Stati Uniti sono passati da ottocento a novecento miliardi e la UE ha messo in capitolo spesa altri cinquanta miliardi. Il tutto fa oltre dieci volte quello che Putin ha inteso far sacrificare alla popolazione russa per l’ormai celebre “operazione militare speciale“.

L’Ucraina, cui oggi viene offerta a Roma una conferenza per la ricostruzione, è un paese ormai sull’orlo completo del collasso: certamente a causa della guerra, ma della guerra proprio a tutto tondo. Non si tratta soltanto della tenuta del fronte, ma di un meccanismo di accaparramento delle risorse di Kiev fatto per vie traverse, facendola indebitare tanto con Washington quanto con Bruxelles per una percentuale esponenziale, che cresce ancora, visto che Zelens’kyj non intende cedere, visto che Putin farà altrettanto e, quindi, l’economia collasserà e la gran parte dei beni pubblici sarà privatizzata e finirà nelle mani di grandi speculatori e affaristi.

Come ha scritto qualcuno, l’Ucraina è passata dall’essere il granaio d’Europa alla sua santabarbara: non solamente un banco di prova del fronteggiamento moderno del multipolarismo nella contesa storica tra Est ed Ovest (e viceversa), ma un vero e proprio terreno di conquista di chiara matrice imperialista. Questo vale tanto per l’Occidente, che ha cambiato padrone e si è notevolmente liberisticamente e autoritariamente imbruttito, quanto per l’Oriente, per la sua prossimità russa che, nel rivendicare il diritto a difendersi dall’espansionismo della NATO (dato oggettivo, vero e inconfutabile), si è spinta nel sogno neozarista di un ritorno ai confini pre-caduta dell’impero sovietico.

Alla distruzione dell’Ucraina corrisponde un ineguale, magnifico sogno di ricostruzione che verrà venduto alla popolazione come l’unica speranza del futuro. Tre anni di guerra sono tanti ed il conflitto è tutt’altro che terminato. Piuttosto interessante, a questo proposito, è il ruolo di una Unione Europea anche nei confronti di Kiev, ma soprattutto nei confronti di Mosca. Che relazioni intercorrono oggi tra i due blocchi che si tangono sulla linea dei Balcani (che qualcuno vede come prossima meta dell’aggressività putiniana), della Polonia e, indirettamente, della Romania (ricordiamoci della Transnistria…)?

Se un tempo il bi(pluri)lateralismo tra UE e Russia era una sorta di rapporto quasi privilegiato, oltre quello naturalmente storico con gli Stati Uniti, oggi ci si guarda e ci si disintende a suon di pacchetti di sanzioni che, a detta di Ursula von der Leyen, avrebbero dovuto piegare l’economia di Mosca e che, invece, le hanno fatto qualche piccolo danno qua e là, senza veramente intaccare il cuore della produzione: tanto più di quella delle armi. Le relazioni del gigante russo con Pechino e alleati sparsi per il mondo (compresa la monarchia coreana del nord) hanno permesso quel prolungamento del conflitto di cui l’Ucraina è una protagonista. Una ma non l’unica.

Suo malgrado, Kiev si è trovata in mezzo alla contesa mondiale, alla prova del riassestamento globale di un bipolarismo morto e sepolto, sostituito dal tentativo unipolare statunitense e, oggi, dal multipolarismo manifestamente tale. Non si vedono smarcamenti europei dalla linea nordatlantica: nemmeno quando Trump è risultato, nei primissimi mesi dalla sua sciagurata rielezione alla Casa Bianca, fortemente ostile nei confronti della UE, questa ha ritenuto possibile abbandonare il progetto del riarmo conclamato da Francia, Germania (prima Scholz e poi Merz), Polonia, Italia meloniana… Con poche voci dissonanti e non certo per amore della pace e della diplomazia (l’Ungheria di Orbán tra le altre…).

Impossibile non rendersi oltremodo conto che la regione euro-atlantica, piuttosto vasta, ha operato sul versante di una mutazione complessiva del suo rapporto col resto del mondo. Qui sta uno degli assi del multipolarismo sempre molto citato e poco descritto in quanto composita conformazione della conflittualità concorrenziale moderna del sistema capitalistico. Washington e Bruxelles si guardano in cagnesco ma non si può affermare, almeno fino ad ora, che si sia prodotta una frattura insanabile tra le due sponde dell’Atlantico. Trump parrà anche giocare con la guerra dei dazi, ma, in realtà, sta provando tutte le mosse possibili per dare una linea “coerente” (molto tra virgolette…) alla sua politica protezionistica che sogna, nel progetto MAGA, nuovamente il dominio americano sul pianeta.

Se la UE, dopo tutti questi anni di riarmo e di sostegno della linea superbellicista della NATO (e dunque del bidenismo prima e del fintamente recalcitrante trumpismo poi), decidesse un cambio di linea si troverebbe davanti allo spettro della sua irrilevanza ancora più manifesta del solito e della sua condanna sempiterna a rappresentarsi come un puzzle mai davvero completato e sempre a rischio di smottamento, di rottura drammatica in ventisette pezzi tenuti insieme dalle singole insufficienze nazionali nel più grande, enorme, titanico contesto planetario della contesa tra USA, Russia, Cina, India e altri paesi dei BRICS piuttosto emergenti in questo contesto.

La frammentazione dell’Unione Europea è sempre dietro l’angolo, perché una vera unità confederativa la si realizza soltanto se si hanno veramente obiettivi condivisi partendo da una autonomia dei singoli Stati che non sia, di volta in volta, la rimessa in discussione del piano complessivo e, quindi, la rielaborazione delle categorie di autonomia e, talvolta, anche di indipendenza. Nel suo più profondo e contraddittorio strutturalismo economico-finanziario, la UE tiene solamente perché sarebbe impossibile nel medio termine tanto per la Francia quanto per la Germania e così per altri Stati, trovare una propria dimensione tattica nel più lungo periodo strategico della rimodulazione imperialista dei poli in contesa.

L’Ucraina, in tutto questo scenario veramente deprimente, è il sacrificio sull’altare dell’interesse particolare dell’una parte ad Occidente e dell’altra parte ad Oriente. Tutte le speranze che Zelens’kyj pensa di poter ancora avere nell’affidarsi non al dono, bensì al prestito europeo in termini di armamenti e tecnologie avanzate, per resistere ancora qualche semestre ad una Russia che, del resto, fa fatica ad avanzare sul terreno ed è praticamente immobilizzata su un fronte che resiste grazie al supporto della NATO per gli ucraini tutto sommato regge, si fondano sull’ipoteca della svendita dei gangli essenziali del suo paese. La Germania è, a questo proposito, una delle nazioni che più mettono in mostra la fase di espansione economica (e militare), recuperando un “ritardo storico” dovuto alla cinquantennale divisione novecentesca.

Mentre gli USA paiono attraversare un periodo di debolezza strutturale, il binomio Parigi-Berlino prova a mantenere saldi i rapporti per dare all’Unione Europea quella ripresa che le occorre per continuare la sua indefessa partecipazione ad una guerra che è fonte di immensi guadagni presenti e di cinici investimenti futuri. Della libertà dell’Ucraina ai commissari europei e ai governi di questo vecchio continente, importa molto poco: in ballo c’è, nonostante tutte le belle parole sulla difesa della democrazia come elemento culturale, politico, sociale e civile tutto occidentale, un rigurgito nazionale che è la premessa di un confronto interno ai Ventisette in cui, peraltro, le forze apertamente nazionaliste sembrano sempre più avanzare rispetto a quelle liberal-conservatrici.

Ma non ci si deve neppure sorprendere più di tanto: la fedeltà atlantica della Repubblica Federale di Germania è un qualcosa di profondamente ancorato nella sua giovane, recente storia. Fa parte di un ricompattamento quasi ideale per una nazione divisa, umiliata non più di tanto per poterle dare la possibilità, dopo l’hitlerismo e la fine della Seconda guerra mondiale, di fare i conti con una denazificazione utile allo scopo di elaborare il dodicennio di terrore del Terzo Reich (e il come tutto ciò fosse potuto divenire possibile…) ma utile, soprattutto, a ricostruire sul paradigma atlantico la società tedesca.

Le guerre del nuovo disordine mondiale multipolare sono una occasione anche per questi Stati che sembravano piuttosto arretrati sul terreno della riconsiderazione delle proprie forze economiche e che, invece, hanno dato prova di grande energia. Quando è sull’orlo della necessità impellente, il capitalismo non fa miracoli, ma fa sempre e soltanto nuovi disastri. Un apparente nuovo benessere, del tutto fintamente sociale, serve alla causa del profitto molto di più di quello che si possa ritenere. Le guerre sono l’utilità aggiunta, chiaramente cinica e bara, per aggiustare le rotte, correggere gli iniziali errori di valutazione e mettersi alla prova per nuovo sfruttamento, nuove diffuse miserie.

Ne sanno qualcosa gli ucraini oggi e ne sapranno ancora di più domani: quando il conflitto sarà finito, quando al posto della pace arriverà la schiera dei battitori di cassa che si compreranno definitivamente le risorse più vantaggiose di Kiev. Le famose Terre rare reclamate da Trump avrebbero già dovuto, in questo frangente, essere un palese, inoppugnabile, evidente monito. Divisa e devastata, l’Ucraina avrà un destino peggiore di quello di tante altre nazioni utilizzate dagli imperi per rigiocare alla crudele spartizione del mondo.

MARCO SFERINI

10 luglio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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