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Marco Sferini

Luce a giorno su Trump, coni d’ombra su Gaza e Ucraina

Ci siamo completamente dimenticati di Gaza. Giornali, ma soprattutto televisioni e Internet riescono a spostare, come sempre del resto, l’attenzione verso quelli che sono i temi che in un preciso istante dominano l’attenzione dei traduttori dei fatti in notizie, dei propalatori tanto di opinioni quanto, spesso e volentieri, di vere e proprie mistificazioni del reale. Fino a quando una notizia è notizia, quindi cattura l’attenzione dei media perché è capace di coinvolgere milioni e milioni di persone su un piano di ascolto pressoché univoco, quella rimane sulla cresta dell’onda.

Ma quando accade qualcosa che è capace di scalzare la precedente notizia, allora ecco che l’oblio momentaneo (ma non è detto che sia sempre così…) si impossessa delle colonne dei quotidiani, di quelle dei siti web e delle aperture dei telegiornali come dei dibattiti nei tanti studi televisivi che li ospitano. Ci siamo, quindi, dimenticati di Gaza. Ed è bastato un timido cessate-il-fuoco perché questo avvenisse e si imponesse una narrazione secondo cui, ormai, la pace è cosa fatta e si può dare per scontato che il piano Trump vada avanti e si prosegua, dunque, su quella via accidentata.

Intanto, in questi giorni, Israele ha ricominciato a bombardare la Striscia: cinquanta bambini uccisi, un centinaio di palestinesi morti. Ma nessuno ne parla. O, per meglio dire, nessuno ne scrive e ne discute con quel giusto riferimento a fatti e questioni che non sono date all’esame della Storia, ma che sono tutt’ora di strettissima attualità. Cos’è esattamente che non fa più notizia? Da un lato l’abitudine al protrarsi delle guerre, dall’altro lato il subentrare, come già evidenziato, di nuovi fatti che, lo si voglio o no, non possono essere esclusi dalla scena mediatica nel nome della costante attenzione su quelli già annoverati.

Così succede per Gaza ora, ma così è avvenuto anche per la guerra in Ucraina. All’enfasi giornalistica dei primi mesi, più che giustificata del resto dalla potente importanza dell’evento che si stava verificando alle porte dell’Unione Europea, alle dirette maratonete che ogni pomeriggio si ripetevano per dare una copertura informativa pressoché totale e costantemente in diretta sui movimenti dei carri armati che dal sud del confine bielorusso muovevano verso Kiev, si sostituì ben presto il racconto più misurato nei tempi e nei modi. La guerra fa notizia fino a che impatta come un cuneo dentro l’articolato mondo delle notizie altre e consuete.

Ma quando anche il conflitto bellico diventa una delle notizie giornaliere, perché si strutturalizza e si fa cronaca sicura e ricorrente, allora l’attenzione cala con il venire sempre meno della sorpresa dei primi giorni, della curiosità delle settimane successive. Oggi, quindi, tocca a Gaza. C’è stato un lungo periodo, negli oltre due anni di aggressione mossa da Israele contro la popolazione palestinese della Striscia, in cui questo fenomeno dell’abitudinarietà alla cronaca si era imposto sul resoconto allarmato dell’aumento del potenziale offensivo in tutto il Medio Oriente.

Le telecamere dei cellulari e quelle dei tanti cronisti morti a Gaza non si sono mai spente e hanno permesso, nonostante i divieti del governo di Netanyahu, di conoscere compiutamente i massacri avvenuti, la pulizia etnica e il genocidio messi in pratica con meticolosa e puntuale preordinazione di intenti e di volontà. Giustamente si ricorda spesso che mai come in questo conflitto sono morti tanti giornalisti, tanti operatori dell’informazione: sulla loro fine si farà un giorno luce, si indagherà a fondo e si cercherà di capire se sono stati vittime indirette delle operazioni militari o se, invece, sono stati un bersaglio scelto. Politicamente e militarmente.

Nonostante la tregua, nonostante Hamas abbia restituito tutti gli ostaggi vivi e stia continuando a rendere anche i cadaveri di quelli rimasti uccisi sotto le macerie, a causa proprio dei bombardamenti israeliani, Netanyahu ha deciso di riprendere le azioni offensive, di bombardare nuovamente. Con un plauso specialissimo di Itamar Ben-Gvir che si augura, da ministro di un paese che si vorrebbe “democratico“, che ora il governo riprenda – letteralmente… – a “scatenare l’inferno” su Gaza. Come se non fosse già stato ampiamente scatenato, radendo al suolo intere città, desertificando tutto e tutti per poter poi lasciare posto agli affaristi americani, arabi e israeliani per ricostruire e fare enormi affari.

Il punto è che, nonostante gli oltre cento morti causati da Israele in questi ultimi giorni, si continua a parlare di tregua che regge, perché, sostanzialmente, Donald Trump tace, non rimbrotta il primo ministro israeliano e lascia correre perché, a quanto gli hanno detto, la reazione dello Stato ebraico sarebbe appunto tale in quanto un soldato di Tsahal sarebbe stato ucciso da Hamas. Più che fatti, questi sono pretesti per giustificare una ripresa delle ostilità mascherate da legittime rappresaglie, là a Gaza, dove niente è più legale, dove non c’è nulla che sia improntato ad un rispetto del diritto internazionale e, tanto meno, di quello israeliano.

Le colonne di fumo si alzano dai pochi palazzi rimasti in piedi, giganteggiano nel vuoto che non è ancora la linea dell’orizzonte, ma quella degli alti cumuli di macerie. Le immagini arrivano anche qui, dove fino a poche settimane fa si seguiva con trepidazione la navigazione della Flotilla (anzi, delle flotille…). Ma non hanno un effetto trascinante, non mobilitano più i cortei studenteschi. Ed anche questo è, in un certo qual modo, comprensibile: le mobilitazioni, davvero di massa, si sono susseguite per decine di giorni. Persino i più ostinati difensori della causa della libertà del popolo palestinese hanno dovuto prendere atto che non era certamente facile tenere in tensione così tanto popolo e per tanto tempo.

Del resto, la Storia ce lo insegna molto chiaramente, i movimenti più duraturi, quelli che in sostanza riescono anche a dare seguito a delle rivoluzioni che, solo con il proseguire del tempo, si mostrano poi per quello che realmente sono, hanno la capacità di rifiatare, di ricomporsi, di rigenerarsi nel momenti in cui c’è nuovamente bisogno di loro perché le circostanze lo suggeriscono prima e lo impongono poi. Quella coscienza sociale, civile e morale che ha portato nelle vie e nelle piazze delle cento città d’Italia centinaia di migliaia di persone, soprattutto di giovani e di lavoratori, non è scomparsa. Si è ripresa la scena dopo tanto tempo. Si è riconquistata un protagonismo innegabile persino per gli avversari.

I riflettori si sono abbassati su Gaza, ma la tragedia incombe: si muore nuovamente sotto le bombe, si muore per la malnutrizione, per la fame vera e propria imposta come arma di distruzione di massa dal governo criminale di Netanyahu: le organizzazioni internazionali affermano che vi sono oltre 132.000 bambini al di sotto dei cinque anni che rischiano l’inedia. Oltre un milione e mezzo di palestinesi vaga nella Striscia da sud a nord per riprendersi un posto in un’esistenza che è fatta di macerie morali proprio come quelle materiali di quelle case che non troveranno più al loro rientro. Si parla sempre meno di tutto questo, come si continua a parlare meno di un’altra sconfitta per le cosiddette “democrazie occidentali“: quella in Ucraina.

Lì gli europei e il governo di Kiev hanno elaborato una sorta di piano verso la pace che prevede un sostanziale congelamento della linea del fronte come punto di partenza per l’apertura di trattative con la Russia di Putin. Anche di questo si parla molto, ma molto poco. Sarà perché, dopo quasi quattro anni di guerra, dopo aver speso praticamente intere annualità di prodotti interni lordi di altrettante intere nazioni in armamenti leggeri e pesanti, trascurando le necessità primarie dei cittadini, il fallimento del contrattacco imperialista occidentale a quello dell’imperialismo russo è pressoché oggettivo.

La NATO si è foraggiata con la pretesa dell’alzamento al 5% delle spese militari dei singoli paesi che ne fanno parte. Le sanzioni europee non hanno sortito un effetto poi così duraturo nei confronti dell’economia di Mosca che, per salvarsi, si è rivolta alla Cina e agli Stati BRICS. Ma la guerra degli imperi moderni ha comunque ridefinito gli assetti di un multipolarismo che ha avuto come principale fattore la fine dell’egemonia economica e militare statunitense sull’intero globo. L’emersione delle nuove potenze, Russia compresa, ha costretto i grandi imprenditori a prendere le redini di una Repubblica stellata dilaniata al suo interno.

Di questo forse si parla un po’ di più, perché non tutti gli interessi capitalistici coincidono con la visione unilaterale, para-autarchica ed autoritaria di Donald Trump. Quindi prende corpo il dibattito sulla durevolezze di un regime il cui carattere democratico scema sempre più e che, quindi, rischia di perdere anche quell’autorevolezza morale che pretendeva di avere da duecentocinquanta anni a questa parte. Sotto i riflettori, del resto, c’è Trump che si muove per mezzo mondo per avere le carte in regola come “presidente della pace“. Il conflitto con la Cina, tenutosi con la reciproca battaglia dei dazi, è per il momento congelato.

Trump e gli Stati Uniti lo hanno, per il momento, perso. Se le percentuali delle tassazioni doganali fossero rimaste al 150 e più per cento, le merci cinesi avrebbero preso altre direzioni rispetto al mercato a stelle e strisce e il contraccolpo sull’economia del Grande Paese sarebbe stato enorme. Di questo, dunque, si parla perché l’attenzione è ora tutta sulle dinamiche più globali e perché l’agenda della comunicazione la detta il comportamento bislacco del magnate-presidente. Di Gaza, dell’Ucraina, si deve tornare a parlare. Come di altri conflitti che durano da tanti decenni e che sono veramente dimenticati.

Non è semplice poter mantenere una coscienza criticamente attiva in un così forte stato di condizionamento dell’informazione e sull’informazione. Tant’è bisogna provarci, perché altrimenti l’alternativa sarebbe perdere qualunque autonomia di valutazione e di giudizio e lasciarsi trasportare là dove lor signori vorrebbero che tutti, proprio tutti andassimo…

MARCO SFERINI

31 ottobre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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