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L’orso bianco era nero

Più parole si possono dire e più democrazia c’è. Da questo assunto si parte per raccontare un libro di Roberto Vecchioni, “L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola” (Piemme, 2025) in cui, nella divisione in quattro grandi macroregioni dell’interpretazione del linguaggio, l’ottuagenario professore e cantautore ci porta in un viaggio estremamente affascinante sull’origine del verbo, sul suo essere divenuto, dai primordi ad oggi, così complicato e così altrettanto seducente pur in una fase dello sviluppo molto articolata e, a tratti, piuttosto separata dall’importanza della parola in quanto tale.

Il nostro appare – per l’appunto – piuttosto il mondo dell’immagine, della superficie delle cose, della etereità dei sentimenti invece della loro intrinseca profondità. Un’esistenza in cui la valenza è affidata all’iconografia, tanto che si ripete con melensa ostinazione il termine modaiolo “iconico” riferito proprio ad una istantanea o “mainstream” se invece si sta parlando di un qualcosa e si esprime un concetto piuttosto usuale e comune. Nonostante tutto, però, la parola non può essere prescindibile, non se ne può fare a meno.

Se tentiamo anche per un secondo di immaginarci muti, privi della capacità orale e, quindi, indotti a comunicare solo tramite la mimica facciale e gestuale, possiamo comprendere come sarebbe molto difficile non solo farsi capire, ma significare anche a noi stessi ciò che intendiamo di volta in volta. Vecchioni non fa un trattato storico, antropologico sulla parola. Semmai ci induce e riflettere sull’importanza di ciò che tutti i giorni adoperiamo e che, con grande pigrizia, spesso e volentieri trascuriamo, considerando un dato di fatto il saper parlare, così come il saper scrivere. Visto che l’analfabetismo è stato sconfitto, dovremmo essere un po’ più rassicurati: tutti sanno esprimersi, leggere, mettere nero su bianco concetti di ogni tipo. E sanno comprenderli.

Ma l’OCSE ci dice che non è così: circa il 35% degli italiani soffre di quello che viene chiamato l'”analfabetismo funzionale“: il che significa che un terzo della popolazione ha difficoltà – tanto per fare un esempio – a scrivere un articolo come quello che state leggendo e, non di meno, a comprenderne uno uguale o simile, così come ad articolare pensieri per poterli tradurre in testo su computer o sul caro, classico quaderno o foglio di carta. Ciò vuol dire che si rischia una regressione culturale di più ampio spettro perché le sue premesse si situano nell’incapacità da parte della scuola pubblica di arrivare a tutte e tutti e di essere, quindi, il punto di partenza di una istruzione collettiva, di massa.

Rimanendo nel perimetro di esposizione del libro che presentiamo, le ragioni di questa regressione socio-culturale sono da ricercare nell’aumento del disagio vissuto soprattutto nelle aree più depresse di una Italia che è, a pieno titolo, dentro un sistema di garanzie sempre meno garantite e di privilegi, invece, sempre più privilegiati. La teorizzazione del primato del privato è una delle cause che legano il venire meno dei diritti fondamentali di tutti: tra questi anche quello dell’istruzione libera e gratuita per tutte e per tutti. Se trentacinque italiani su cento non sono in grado di capire un testo scritto e di ripeterne i concetti, non basta che sappiano leggere e scrivere per affermare che siamo oltre l’analfabetismo.

Non ci siamo. Per niente. La scuola il più delle volte è divenuta un ripetificio di nozionismi, vissuta e fatta vivere come un percorso d’accidenti di cui liberarsi prima possibile per poter fare cose più utili: prima fra tutte cercare un lavoro e mantenere sé stessi e la famiglia. Quando l’istruzione e la cultura passano in secondo piano, vince l’economia del più forte, il punto di vista di un capitalismo che non ha riguardo alcuno per la conoscenza, per il sapere e che, quindi, disprezza senza mezzi termini proprio quell’amore per le parole che, invece, Vecchioni qui ci invita a riscoprire. Proviamo a pensare a quante parole ogni giorno diciamo, leggiamo, vediamo sui cartelloni pubblicitari. Quante volte ripetiamo singoli fonemi a cui non facciamo caso.

Raramente possiamo soffermarci sul perché quella parola è quella parola stessa e perché è stata associata ad una determinata cosa o persona o animale non umano o parte della Natura. Noi stiamo seduti su una sedia ma ci siamo mai chiesti perché la sedia si chiama così? E questo tipo di domande vale per qualunque altra espressione dell’esistente che ci circonda e che include e pervade. Origine del linguaggio vuol dire etimologia delle parole: la ricerca della composizione dei suoni che hanno dato vita al concetto stesso che, a sua volta, è divenuto parte di una frase e, quindi, di un discorso, di un testo. Così come per i monumenti antichi, anche le parole – che sono veri e propri monumenti del nostro rapportarci con il mondo – subiscono l’usura del tempo o, per meglio dire, si trasformano in altro da sé stesse.

C’è una evoluzione del linguaggio che determina, di secolo in secolo, una mutazione profonda del modo di rapportarsi, di interagire e, quindi, non si può affermare che la lingua sia un qualcosa di imperituro: per lo meno non la lingua considerata come identità propria. Lo si voglia o meno, qualunque parlata è destinata un giorno ad essere soppiantata da altre, così come le stesse civiltà lo sono state, stratificandosi nel tempo, rimanendo emerse quel tanto che basta per tramandarne la memoria e, grazie all’archeologia tanto propriamente detta e intesa, quanto a quella della parola stessa, far arrivare alle generazioni di ogni presente il lascito del passato.

Ma, finché una lingua è viva è più che opportuno e giusto tentare di preservarla senza chiuderla agli stimoli di una innovazione che, tuttavia, non deve essere stravolgimento fino a sè stesso, esercizio retorico di banalità inventate per esprimere una identità nell’identità e sentirsi quindi parte di un tutto nella differenziazione che si rimarca adoperando un determinato modo di esprimersi. Le mutazioni delle parole devono seguire un percorso cronologico e logico e non sono affidate al caso o al capriccio dell’invenzione del dire tanto per dire. Quando ci riferiamo all’etimologia, lo facciamo pensando all’accurato studio della trasformazione delle parole.

Come in botanica si sperimentano gli innesti, così nella grammatica, nella lingua tanto parlata quanto scritta si sperimentano altresì congiungimenti di fonemi che permettono la nascita di nuove espressioni: qui sta il fascino dell’origine delle parole nuove che sono sempre e comunque parti di parole vecchie che, a loro volta, sono state parole nuove. Ecco la vita dell’espressione linguistica: un incessante avvicendamento di termini che non muiono mai del tutto ma cambiano e si innovano. Sedia, si diceva. Deriva dal latino “sedes” (luogo dove ci si siede, la “sede” di una attività, di un ufficio, di una istituzione…) Da qui deriva “sedere” e quindi anche il mobile su cui ci poggia per riposarsi, per lavorare, per qualunque attività del caso.

Tante sono le parole, tante le etimologie che possiamo scoprire, facendoci sempre la domanda: «Chissà perché si chiama così?»; oppure, se riferito ad un modo di dire il quesito può riguardare più parole e, allora, ci si addentra negli usi, nei costumi, nelle esperienze della specie umana: una storia che, comunque, per quanto ci appaia lunga, consta di poche migliaia di anni. La parola, come scrive molto bene Vecchioni, non è soltanto uno strumento che abbiamo a disposizione e che possiamo tradurre nell’invezione della scrittura. Già di per sé questo basterebbe a riempire ore e ore di ricerche sulla straordinaria invenzione dei grafemi.

Tuttavia, la parola ci è propria, insita, è caratteristica intrinseca dell’essenza umana: sono quei suoni che abbiamo messo in fila, ammaestrato e disposti ad essere concetti, a rappresentare la realtà. Abbiamo sentito il bisogno di catalogare ciò che ci stava intorno, di dare a tutto ciò che c’era e c’è una identità precisa, a noi riconducibile come elemento di conoscenza comune e non singolare. La parola fonda la socialità dei sapiens, ne descrive il cammino evolutivo e ne fa degli esseri autocoscienti che hanno, dagli albori della Storia, concluso che non si poteva vivere nell’anonimato, nella semplice contemplazione dell’esistente. Si doveva invece acquisirla, provare a stabilire un rapporto, seppure unidirezionale, tra noi e il resto della vita.

Ed ecco che, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, la parola si è affinata, il linguaggio pure e abbiamo utilizzato il tutto per descrivere i nostri sentimenti, le emozioni, facendo poesia, letteratura, scrivendo e lasciando ad altri il compito di interpretarci e di sapere ciò che si pensava molto tempo prima: cosme veniva visto il mondo, come veniva visssuto ed anche subìto. Nessun dubbio, poi: le parole creano – come diceva Carmelo Bene – notevoli “guasti“. Perché il linguaggio ci trapassa a volte e noi non ci accorgiamo che siamo attraversati dalle parole che crediamo nostre ma che, invece, sono prese in prestito da altri.

Ne consegue che la nostra identità, che fondiamo su ciò che “pensiamo“, in quanto espresso a parole, detto e ridetto, è fallace, imprecisa, non corrispondente ad un IO che finge di esistere ma che, invece, è plasmato su un esperienzialismo non del tutto sempre chiarificatore del presente. Per quanto parziale possa essere l’approccio del significante coi significati delle parole, esiste un modo di esprimersi, di dire, di scrivere. In quella particolarità va ricercata l’unicitià che ci contraddistingue criticamente: nel saperci influenzati dall’esternità del tempo e delle cose, ma anche nel comprendere che, a nostra volta, noi siamo, al pari delle parole, caratteri mutevoli di un incessante divenire e che, quindi, influenzeremo chi ci succederà.

Le parole, diceva qualcuno, a volte sono pietre. Ed è vero. Perché ciò che affermiamo corrisponde ad un complicato sistema di codici che ormai sono strutturalmente parte del nostro modo di essere e non soltanto di sentire. La percezione non è astraibile dal contesto e tanto meno da ciò che noi ci siamo dati come profondità di un animo che ha bisogno delle parole per venire fuori ogni volta che desideriamo divenire mediante l’espressione del linguaggio: la voglia di dire è voglia di farsi conoscere, di farsi soprattutto sentire tramite un pensiero che, altrimenti, rimarrebbe celato in noi. Vita e storia della parola continuano e, quindi, noi con lei.

L’ORSO BIANCO ERA NERO
STORIA E LEGGENDA DELLA PAROLA
ROBERTO VECCHIONI
PIEMME, 2025
€ 19,00

MARCO SFERINI

20 agosto 2025

foto: particolare della copertina del libro


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