Marco Sferini
L’orrore di Gaza e il progetto israeliano
Madri e bambini in fila per avere dei medicinali e del latte. Poi un bombardamento israeliano. Corpi a terra, senza più vita. Sono quelli dei piccoli che erano tra le braccia e per mano dei loro genitori pochi istanti prima. Ma non si tratta di un genocidio, no… Si tratta di una guerra.
Il termine di per sé è ormai riduttivo, perché non vi sono due eserciti che si fronteggiano, ma da una parte uno dei più potenti eserciti del mondo e dell’altra dei civili che muoiono ogni giorno con un perché grande quanto il mondo: sono palestinesi e il governo di Israele ha deciso di recintarli nuovamente a Gaza per ghettizzarli nuovamente e poi spingerli a lasciare la Striscia da annettere definitivamente allo Stato ebraico.
Il termine genocidio veniva usato per Srebrenica in cui morirono più di ottomila bosniaci; il termine genocidio viene negato nel caso di Gaza in cui i morti sono oltre cinquantamila. Non è una questione di numeri, si dice. Ciò che si intende far rilevare è l’intento sterminatore di uno Stato nei confronti di un popolo.
Come si può altrimenti chiamare l’azione criminale di Netanyahu e del suo governo verso la popolazione palestinese? Pulizia etnica, certamente, ma genocidio – che fa così paura perché evoca ciò che è stato fatto agli ebrei dal Terzo Reich nel corso della Seconda guerra mondiale – è senza dubbio, purtroppo, il termine che meglio rappresenta gli orrori di Gaza.
Pensiamo ai bambini: quelli israeliani, tanto in Israele medesimo quanto in Cisgiordania nell’ampio, maculato territorio colonizzato, vivono in un contesto in cui il bisogno è inesistente, ma conoscono l’allarme permanente di una condizione di vicinato cui li ha costretti il loro governo, per cui i bunker sotto le abitazioni sono la norma.
Quelli palestinesi, invece, non sanno cosa sia la soddisfazione dei più elementari bisogni materiali e non hanno nemmeno un bunker dove rifugiarsi. Diventano cadaveri nelle strade di Khan Yunis, di Rafah, di Gaza, là dove le macerie sono l’unico spettrale aspetto di città prima certamente oppresse ma pur sempre quotidianamente vive.
Adesso c’è il deserto che qualcuno pensa di poter trasformare, con l’azione delle ruspe, in grandi campi di concentramento, mentre pochi chilometri dopo il confine della Striscia i vicini israeliani vivono col ricordo del 7 ottobre, con un governo che gli fa credere di essere in democrazia e con una prospettiva di occupazione del Territorio palestinese una volta per tutte.
Quale sicurezza può mai venire da una condizione di precarietà totale come questa in termini di politica di vicinato e internazionale? Israele, in pochi anni (ma sarebbe meglio dire “pochi mesi“) ha attaccato Gaza, continua a vessare la Cisgiordania (dove abitano tre milioni di palestinesi), si espande in Siria oltre le terre del Golan.
Muove verso il sud del Libano e con azioni chirurgiche uccide i capi di Hezbollah. Muove guerra agli Houthi yemeniti, poi all’Iran. Ma con quest’ultimo le cose vanno differentemente rispetto agli altri fronti di guerra. Teheran risponde non come nelle rappresaglie convenzionali facendo più che altro ricorso ad azioni dimostrative: questa volta i bombardamenti penetrano gli scudi antimissile e fanno morti, feriti.
Portano la guerra in casa israeliana e seminano il panico e il terrore. Per un attimo, davvero con tanta tristezza, le immagini che arrivano dai circuiti internazionali mostrano immagini uguali, parallele tra Gaza e Tel Aviv, tra Khan Yunis e Haifa, tra Rafah e Ashkelon.
Macerie, morti, distruzione. Ovunque. Interi pezzi di quartieri delle città israeliane sono colpiti e così Netanyahu chiede aiuto agli Stati Uniti, a Trump per farsi aiutare nell’escalation militare che pretende nei confronti dell’Iran.
Ma la politica americana non ha quell’obiettivo: il presidentissimo intende spacciarsi per uomo che merita il Nobel per la pace (sic!) ma, soprattutto, ha altre intenzioni. Ridurre l’Iran a mesti consigli senza sconvolgere completamente lo scenario mediorientale. Quindi Washington cambia rotta: sì all’attacco contro gli ayatollah, ma solo per fermarne temporaneamente il programma nucleare.
In qualche modo al mondo bisogna mandare un messaggio che stabilisca ancora una volta quel tanto esibito primato morale dell’Occidente (e di Israele, anche biblicamente parlando) che, stavolta, risiede nel deterrente dell’impedimento dello sviluppo della bomba atomica per la dittatura teocratica della Repubblica islamica. Pazienza se Stati Uniti ed Israele ce l’hanno: loro possono, gli altri no.
Questo non è un elogio del nucleare, tutt’altro. Ma è un dato di fatto che esistono due e più metri con cui si misura la morale a livello globale e locale. Quindi Netanyahu viene, in qualche modo, fermato nella voglia di annientamento del regime iraniano. Trump si mette in mezzo.
L’obiettivo è riportare un equilibrio nel Medio Oriente, naturalmente sotto l’egida del duo Washington – Tel Aviv, recuperando magari il peggio dei Patti di Abramo. Il punto focale della politica imperialista israeliana diviene una esasperazione nazionalistica che ha bisogno, per affermarsi completamente (quindi nella concezione suprematista di personaggi del calibro di Itamar Ben-Gvir), di oltrepassare persino quelle che erano le novecentesche istanze del sionismo.
Un’idea che, già in allora, non piaceva nemmeno a tutte le comunità ebraiche sparse per la vecchia Europa. I sefarditi, ad esempio, e soprattutto quelli del mondo arabo, si erano opposti a questa concezione nazionalista.
Una teorizzazione della formazione di un nuovo Stato ebraico che sarebbe dovuto sorgere in Palestina e che, ovviamente dopo la tragedia olocaustica perpetrata dall’hitlerismo omicidiario di massa, prese ancora più vigore visto che, dopo il 1945, l’unico rifugio pensabile, anche geograficamente lontano dagli orrori della guerra e dello sterminio genocidiario, era proprio il territorio del mandato britannico.
Dopo le guerre con i paesi arabi, dal 1967 Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza sono sotto una occupazione illegale. Che continua e che oggi ha fatto un salto enorme di qualità negativa: la determinazione del governo Netanyahu ad utilizzare i fatti del 7 ottobre 2023 per giustificare la pulizia etnica nei confronti dei palestinesi.
Questo è quanto. Tutto ciò che vi si può ricamare intorno sono belle parole di circostanza, propaganda e poco altro. Le parole che usiamo per definire l’occupazione israeliana sono (e non da oggi): colonialismo, per quanto riguarda la Cisgiordania, occupazione militare, apartheid, guerra, disumanizzazione ed espropriazione quindi di tutti i diritti per milioni di palestinesi che vengono trattati alla stregua di un popolo inferiore da cacciare e, quindi, eliminare dalla terra tra il fiume e il mare.
Sappiamo, altresì, perché è un dato di fatto inoppugnabile, che Israele non rispetta il diritto internazionale e oggi si permette, vista la debolezza strutturale in cui è finita l’ONU, di irridere alle deliberazioni del Consiglio di sicurezza così come a quelle dell’Assemblea generale.
Non dovendo rispondere a nessuna idea o forma di giustizia, se non alla propria concezione teocratica del mondo in cui vivono, i fanatici sionisti alla Ben-Gvir spingono la barra dell’azione governativa alla creazione di milizie, inquadrate nei ranghi ufficiali della polizia di Stato, per opprimere ancora di più i palestinesi della West Bank.
Del resto mica è un mistero il fatto che il programma del partito di ultradestra “Otzma Yehudit” (“Potere ebraico“) mette tra i primi punti l’annessione della Cisgiordania in tutto e per tutto. Per fare questo, da anni ormai si pratica nei confronti della popolazione palestinese un confinamento fisico esasperante, associato alla confisca delle terre, a quelli che un po’ eufemisticamente potremmo chiamare “sfratti forzati“.
I coloni israeliani si appropriano di tutto quello che era dei palestinesi, li cacciano, spesso ne demoliscono le abitazioni e creano nuove installazioni facendo leva su una violenza veramente inarrestabile perché sostenuta dal governo di Tel Aviv. Che cosa diviene la “Legge” in un simile contesto? È presto detto: il bastone con cui il più forte impone al più debole la sua determinazione senza se e senza ma. Per il palestinesi c’è la legge marziale e per i coloni la giurisdizione civile.
Ha scritto Francesca Albanese nel suo “J’accuse” (una straordinaria intervista fatta con il giornalista Christian Elia): «Il riconoscimento e lo smantellamento dell’occupazione militare e coloniale di Israele in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza è condizione necessaria per l’inizio della fine del regime di supremazia razziale che è stato imposto in diverse forme e metodi a tutti i palestinesi».
Ecco uno dei cardini del sionismo moderno: dall’elezione biblica del popolo prediletto da Dio all’elezione umana del popolo che ha più diritti degli altri il passo è brevissimo, anzi, forse, del tutto inesistente. C’è una continuità che non ha soluzione alcuna. Una legge approvata dalla Knesset il 19 luglio 2018 rafforza questo principio entro il territorio dello Stato e fa di Israele il luogo in cui l’autodeterminazione del popolo ebraico è assoluta. Solo gli ebrei hanno tutti i diritti costituzionali: civili, sociali, umani…
Questa diviene la cartina di tornasole di quel suprematismo razziale che non lascia nessuno spazio alle ipotesi di fare dello Stato israeliano un paese multietnico, superando l’ipotesi contenuta nell’assioma “Due popoli, due Stati“. Il tutto perché non siamo davanti ad una nazione laica, ma profondamente innestata sull’elemento religioso.
Non è un mistero nemmeno che i palestinesi che vivono in Israele (e che vengono chiamati arabi-israeliani) non hanno gli stessi diritti dei loro concittadini: lo sostengono Amnesty International e molte altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Le forme di discriminazione sono tante e si producono in diseguaglianze accettate come dato di fatto: dai trattamenti scolastici alle disparità economiche; dall’affidamento o acquisto degli appartamenti ai diritti propriamente legali. Del resto, la diseguaglianza è data per legge parlamentare, appunto, dal 19 luglio 2018…
La comunità internazionale per molti versanti è complice di tutto questo e, spesso, condivide, perché ne è promotrice in molti ambiti che la riguardano direttamente, il trattamento razzista, imperialista, apartheidico e persino genocidiario riservato al popolo palestinese. Tuttavia da un po’ di mesi qualcosa sta cambiando: l’enormità della distruzione totale di Gaza, dell’annientamento della sua gente passa nei media come un messaggio sempre più evidente dell’insopportabilità di uno sterminio che insulta la memoria del popolo ebraico a sua volta sterminato dallo stesso istinto criminale che è insito nel governo israeliano.
C’è una domanda che forse ci si è già fatti, ma che torna utile quando si vuole avere chiara tutta la pretestuosità del richiamo ai fatti altrettanto criminali del 7 ottobre 2023 perpetrati da Hamas nei confronti degli israeliani: come mai Netanyahu riesce a sgominare l’intera rete di comando militare e politica di Hezbollah, così pure quella dei Pasdaran e non ha ragione invece di Hamas in un lembo di territorio grande quanto le nostre più popolose città italiane e poco più esteso dei loro circondari?
Non c’è mai stata la volontà di distruggere completamente Hamas, per prolungare la guerra di annientamento, per avere sempre un motivo da sbandierare all’opinione pubblica israeliana che consentisse pretesti su pretesti finalizzati alla perpetuazione del conflitto divenuto quindi non più tra le milizie del gruppo terrorista jihadista e lo Stato ebraico, ma tra il governo di guerra e tutto il popolo palestinese.
Il piano è sufficientemente chiaro: la morte di ogni palestinese è ogni giorno la cinica verifica dell’avanzamento di un progetto del sionismo religioso, del khanismo come presente e futuro assetto teocratico dello Stato ebraico, di un Israele condannato a vivere nella minaccia costante, seppure sproporzionata, di un vicinato arabo costantemente ostile. Ma nel mentre questo può e potrà essere, dei palestinesi cosa sarà?
MARCO SFERINI
11 luglio 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria


















