Ex militare oggi leader ambientalista pluripremiato, Víctor Zambrano guida la resistenza civile contro l’estrazione illegale d’oro nel cuore della regione amazzonica peruviana
«L’ultimo difensore ambientale della nostra cooperativa è stato ucciso. Gli hanno sparato. Qui ormai ci si abitua a vedere uno, due assassinati al giorno». Víctor Zambrano, premiato dal National Geographic per aver trasformato un’area devastata in un modello di rinascita ecologica e riconosciuto dall’UICN tra i 15 “héroes de lugares críticos” del pianeta, opera nella regione di Madre de Dios, nel sud-est del Perù, nella zona della Reserva Nacional Tambopata e nella sua fascia cuscinetto: uno dei territori più minacciati al mondo dal commercio clandestino dell’oro.
Oggi Zambrano è presidente del Comité de Gestión, il principale organismo civico contro l’estrazione illegale. «A Madre de Dios lo sappiamo tutti: chi difende la foresta rischia la vita. I minatori illegali comandano e chi si oppone sa che può essere ucciso. La gente è terrorizzata: sono temi di cui si parla solo a porte chiuse».
Víctor Zambrano è considerato, tanto dalla comunità locale quanto dagli organismi internazionali, una delle figure più autorevoli dell’ambientalismo amazzonico. Prima di impegnarsi nella difesa della foresta, ha servito per trent’anni nella Marina di Guerra del Perú. Da anni mette in atto una strategia integrata: monitoraggio della deforestazione, assistenza legale, pressione politica, operazioni contro le miniere illegali, educazione ambientale e sostegno a economie alternative, per contrastare quello che definisce «il cancro che sta uccidendo l’Amazzonia».
È allora che si comprende come i premi ricevuti non siano meri trofei simbolici, ma il riconoscimento di un lavoro quotidiano svolto sul territorio. L’ex militare parla con fermezza di ciò che molti qui non osano pronunciare nemmeno sottovoce. «Non sono cose che mi raccontano o so mediante qualcuno. Ti dico quello che viviamo in prima persona». Si riferisce alla scomparsa di Juan Julio Fernández Hanco, membro del Comité de Gestión e suo collaboratore diretto, che lavorava alla riforestazione delle aree distrutte dall’estrazione mineraria. Il leader del Comité ricorda il suo amico e collaboratore: «Affrontava i minatori faccia a faccia».
Fernández Hanco è stato assassinato nel 2022. Il responsabile è John Fernández Pérez, alias “Coco”, uno dei vertici del gruppo criminale “Los Guardianes de la Trocha”, che controlla accessi, tratta di donne, lavoro minorile e traffico di mercurio. Per l’omicidio di Fernández Hanco, “Coco” ha scontato appena tre anni di carcere. Il 24 aprile 2025 è stato liberato dal penitenziario di Puerto Maldonado, assolto dalla Corte Suprema di Madre de Dios. Giornalisti locali e residenti confermano che la sua scarcerazione ha rafforzato ulteriormente il cartello, riaccendendo le guerre tra bande per il controllo del territorio.
Il più recente omicidio registrato che ha segnato la comunità è quello di Hipólito Quispehuamán, agricoltore e fondatore dell’Associazione Nueva Esperanza, attivo nella promozione di pratiche agricole sostenibili. L’omicidio è avvenuto sabato 26 luglio 2025, al km 285 dell’autostrada Interoceánica, nel distretto di Inambari.
Due uomini su una motocicletta lo hanno affiancato e gli hanno sparato due colpi mentre rientrava dal Mercato Sabatino Apromin de Mazuko, dove vendeva frutta e verdura. Juan Julio Fernández Hanco e Hipólito Quispehuamán non sono morti per caso: sono stati scelti come bersagli perché erano leader visibili e scomodi per le mafie dell’oro. Il leader è risoluto nel dire: «L’obiettivo dei minatori è sterminarci, noi siamo i loro nemici numero uno. Purtroppo siamo meno di loro».
«Noi davanti a questi crimini non aspettiamo a braccia conserte.» Il Comité de Gestión documenta, denuncia, archivia prove. Il leader peruviano pesa ogni parola: sa di muoversi in un campo minato, dove ogni dichiarazione può avere conseguenze reali, tanto sul territorio quanto sulla sua stessa vita. «Attraverso il Patronato del potere di gestione abbiamo trovato dei fondi per accedere agli elementi base di sicurezza.» Mentre lo dice, indica il perimetro del rifugio. «Lei, ad esempio, ora è circondata di telecamere sofisticate». Ma la videosorveglianza, riconosce, può solo registrare, non proteggere.
Dice chiaramente: «La politica locale cammina a braccetto con i minatori illegali e informali». La strategia, insiste, non è gridare allo scandalo, ma costringere lo Stato a confrontarsi con i fatti. «Abbiamo portato prove alle autorità, abbiamo denunciato ai ministeri, all’ONU. Siamo andati a Bogotá a parlare con il relatore dei diritti umani e dell’ambiente. Lo abbiamo portato di persona nella Pampa, perché vedesse con i suoi occhi. Noi cerchiamo soluzioni».
Come ha dichiarato Rubén Vargas Céspedes, ex ministro dell’Interno, che da un’altra prospettiva conferma quanto denuncia Zambrano: «L’estrazione dell’oro è uno dei volti meno raccontati della crisi climatica. Un grammo d’oro vale più della cocaina, eppure se ne parla molto meno». Intanto il prezzo globale dell’oro continua a salire, la domanda industriale cresce e la foresta arretra. Le ferite dell’Amazzonia non nascono nella selva, ma nel consumismo occidentale: l’oro nei dispositivi elettronici, nei gioielli, nei lingotti delle banche internazionali. È una catena invisibile che collega i centri commerciali europei ai villaggi devastati del Perù amazzonico.
Il Comité sa bene che per fermare i minatori illegali non basta agire nella foresta. «Il nemico non è solo chi scava l’oro, ma chi gli permette di farlo», avverte Zambrano. Non si limita a un’accusa generale: nomina funzionari, organismi, responsabilità. «Anche la Direzione Regionale Forestale e Fauna Selvatica (DRFFS) e il Ministero dell’Agricoltura rilasciano certificati di proprietà manipolati, diventando complici degli invasori».
«Attraverso il Governo Regionale e l’OSINFOR, stanno obbligando concessionari forestali regolari — tra cui anche noi stessi — a rinunciare alle loro concessioni con pretesti amministrativi: manca una sigla, manca un documento, una firma. Qualunque cavillo è sufficiente per revocare i titoli e riassegnare quelle terre ai minatori camuffati da agricoltori. Ce ne sono tantissimi, e agiscono con l’appoggio dei governi municipali».
Lo scenario, dice, è talmente evidente da non aver bisogno di essere spiegato: «Nessuno nel suo sano giudizio vuole consegnare la propria terra ai minatori. Gli agricoltori vengono assaltati, invasi, eliminati.» L’economia spiega il resto. «Un campo agricolo è meno redditizio, una miniera d’oro rende molto di più e subito. Il problema non è solo quanti ettari di territorio sono coinvolti, ma la velocità con cui la foresta scompare.»
Dall’altro fronte, anche la ricerca scientifica conferma l’entità dei danni prodotti dall’estrazione illegale su vasta scala. Il Centro de Innovación Científica Amazónica (CINCIA) ha documentato che, solo tra il 1985 e il 2017, in Madre de Dios sono stati distrutti 95.750 ettari di foresta.
Tra il 2024 e la prima metà del 2025, l’area colpita dall’estrazione aurifera illegale nella regione ha raggiunto circa 139.000 ettari — la grande maggioranza in Madre de Dios. I campionamenti sul fiume mostrano livelli di mercurio ben oltre i limiti fissati dall’OMS. Il direttore del CINCIA, César Ascorra — collega e amico di Zambrano — spiega che anche gli scienziati sono bersaglio delle stesse reti criminali che minacciano gli ambientalisti.
«Chi lavora sul campo, anche solo per misurare il mercurio nei fiumi, viene percepito come una minaccia dai minatori abusivi. Io stesso mi sono trovato più volte in serio pericolo». Ascorra precisa: «Devo però essere chiaro, io sono uno scienziato, non un attivista. Confondere i ruoli sarebbe un errore e metterebbe ancora più a rischio la mia vita e quella del mio gruppo di lavoro».
L’8 giugno 2025 si è consumato uno degli scontri armati più violenti dell’anno: armi da guerra, mine, fuoco incrociato. I registri ufficiali parlano di 12 morti, ma i minatori della zona sostengono che le vittime siano molte di più. Chi non compare nelle liste entra in un’altra categoria: desaparecidos. Le fosse clandestine — dicono — sono piene di corpi mai registrati.
Zambrano riassume: «Alla Pampa è tutti i giorni così, ma poche volte viene pubblicato sui giornali, al massimo quelli locali, ma per lo più viene insabbiato.» La soluzione non consiste in operazioni militari sporadiche, ma nel riformare le strutture che rendono possibile l’illegalità. «Bisogna migliorare tutto, dalle radici. Bisogna eliminare le cattive pratiche delle autorità di polizia e della Fiscalía, che sono gli enti direttamente responsabili di questo problema».
L’ambientalista descrive le operazioni armate con pragmatismo: «Se distruggi cinque postazioni, dopo una settimana ne compaiono venti». La violenza è diffusa, ma i primi a essere colpiti sono gli ambientalisti, bersaglio sistematico delle mafie dell’oro. «Nella mia organizzazione, tutti i coordinatori hanno ricevuto minacce. Certo, la prefettura ci dà garanzie personali: un pezzo di carta. Ma cosa significa quel pezzo di carta? Come diceva un leader indigeno: “Tu credi che un foglio di carta fermerà un proiettile? Non serve a niente”».
«Noi siamo la voce di chi non ha voce: delle donne, dei loro figli e delle comunità che vivono qui», afferma Zambrano. Per lui è chiaro che chi difende si oppone ad un’economia criminale che avanza con la stessa rapidità del mercurio nei fiumi. E chiude senza esitazioni: «L’oro non vale nulla se per ottenerlo devi distruggere la tua casa».
PAULA JESUS
Foto di David Riaño Cortés







