Nel centrodestra ognuno ha la sua croce. Quella di Giorgia Meloni è il passato in nero, arma che nel corso delle precedenti sfide elettorali si è rivelata spuntata. Quella di Matteo Salvini è il presente nella migliore delle ipotesi non ostile a Putin, ed è una lama molto più affilata.

Così, mentre in Parlamento e sui media infuria la polemica per le «rivelazioni» della Stampa sui rapporti tra Lega e Mosca, sorella Giorgia, di fronte alla Direzione del suo galoppante partito, deve prodursi nel più stentoreo giuramento di imperitura fedeltà atlantica : «Saremo garanti senza ambiguità della collocazione italiana e dell’assoluto sostegno all’eroica battaglia del popolo ucraino. L’Italia guidata da Fratelli d’Italia e dal centrodestra sarà affidabile sui tavoli internazionali».

Meloni aveva capito sin dal primo secondo quanto fosse vitale parare in anticipo ogni accusa di simpatia per la Russia. Ma oggi c’è un motivo in più per alzare i toni. Il «la» dato da Luigi Di Maio ha finito per indirizzare l’intero coro, dai media al Pd, verso una pessima campagna elettorale, tutta giocata sull’accusa di intelligenza col nemico russo. Meloni parla dopo che il quotidiano torinese aveva denunciato l’esistenza di un non meglio precisato ma incandescente rapporto dell’Intelligence: un funzionario dell’ambasciata russa avrebbe chiesto all’avvocato Capuano, consulente di Salvini, se la Lega intendesse far cadere il governo.

In aula, a Palazzo Madama, è il finimondo. Fuori da quell’aula è peggio. «Salvini deve spiegare questa relazione con la Russia», attacca Di Maio ma il più bellicoso stavolta è Occhi di Tigre: «Vogliamo sapere se è stato Putin a far cadere il governo. Chiedo formalmente il massimo dell’attenzione del governo perché questa campagna elettorale non sia influenzata dalla Russia», tuona Letta. Poi il colpo basso: «A Meloni sta bene essere in coalizione con chi ha tramato con la Russia?».

Salvini se la cava ringhiando uno sbrigativo «Sciocchezze». L’intero centrodestra corre in soccorso ma per l’accusato è molto più preziosa la smentita secca del sottosegretario con delega ai Servizi Franco Gabrielli: «Le notizie circa l’attribuzione all’Intelligence delle asserite interlocuzioni per far cadere il governo sono prive di ogni fondamento come già riferito al Copasir per analoghi articoli». Il quotidiano torinese però conferma: il passaggio chiave sarebbe citato in una «sintesi informale». Mercoledì la faccenda sarà di fronte al Copasir. La speranza di una campagna elettorale giocata sui problemi reali e non sulla retorica bellica ha poche chances di concretizzarsi.

Nel discorso dell’incoronazione, per ora solo a metà, la regina della destra chiede ai militanti di evitare ogni gesto che possa aiutare chi vuol dipingere Fdi, «moderno partito conservatore», come «nostalgici da operetta». I saluti romani, stavolta, sono da «raditori della causa». Altrettanto ultimativo l’ordine di evitare anche il minimo accento polemico nei confronti degli alleati: «Altrimenti si aiutano gli avversari».

È stato questo comprensibile principio a facilitare le cose nel vertice della destra di mercoledì. Nonostante i titoloni trionfali Meloni ha accettato di non essere ancora incoronata. Sul fronte della premiership non ha in realtà portato a casa, nel summit, nulla più di quanto non avesse già garantito: gli alleati avevano già accettato il principio del premier indicato dal partito più votato, né poteva essere diversamente dopo le amministrative. Il vero punto di svolta, nella trattativa sulle modalità con cui scegliere eventualmente il capo del governo è stato quello. Il successo vero la Sorella d’Italia lo ha incassato nella ripartizione dei collegi, dove invece a cedere sono stati gli alleati. FdI ottiene 98 collegi, il 44% del totale, non lontana dal 50% che reclamava.

Alla Lega ne vanno 70 e a Forza Italia 42. In sospeso i collegi centristi, che verranno aggiudicati in nuovo vertice martedì prossimo. Undici seggi dovrebbero essere già in carico a FdI ma altri 11, quelli dell’Udc andrebbero invece a pesare sulle liste di Fi e/o della Lega. Una situazione che i due partiti, già penalizzati dalla preponderanza tricolore, certo non gradiscono. Ma un’intesa si troverà perché stavolta, come chiosa la leader, «non dobbiamo concedere agli avversari neppure un millimetro».

ANDREA COLOMBO

da il manifesto.it

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