Connect with us

Marco Sferini

L’occasione dell’Hantavirus per una nuova ondata di complottismo

C’è una coazione a ripetere che, per davvero, è a tratti inspiegabile, ad altri tratti insopportabile. Si tratta di un qualcosa di differente dal classico, genuino e anche salutare scetticismo che può nascere dalla fondatezza critica del dubbio. Non è niente di tutto ciò, ma il sospetto che si annida nella preconcettualità, nella disposizione prima di tutto d’animo di ritenersi così acutamente furbi da non lasciarsi per nulla ingannare da chi vorrebbe venderci a buon mercato chissà quali stratagemmi atti al controllo individuale e sociale al tempo stesso.

È una tiritera complottista che si è manifestata durante la pandemia da Covid-19: le piazze e le vie delle città si riempivano di un trasversalismo anticoncettuale fatto di persone che sommavano alla paura della contrazione del virus quella di una eterodirezionalità delle loro volontà, di essere – in sostanza – preda di poteri talmente forti da voler stabilire sull’umanità intera una sorta di “dittatura sanitaria” (era un binomio piuttosto ritmato e ripetuto quindi ad ogni sporgere di microfoni verso i no-vax), accompagnando il tutto alla cantilenante nenia: «La gente come noi non molla mai».

Cinque e più anni fa si era detto, ridetto e considerato ampiamente che il capitalismo moderno non aveva bisogno, in quanto a controllo sociale, di scatenare una pandemia. La globalizzazione dei mercati aveva già fatto il suo corso e la fase del neoliberismo era ed è tutt’ora in pieno consolidamento tramite la multipolarizzazione che, infatti, sta creando sconquassi a non finire: le guerre pseudo-regionali in atto ne sono non solamente la prosecuzione su ampia scala, ma il modo del tutto ipermoderno per mostrare che le rimodulazioni dei rapporti di forza passano anche dalle borse e dalle transazioni finanziarie, ma vengono poi decise dalla compromissione tra il ruolo politico e il ruolo economico di imprenditori nemmeno poi più tanto prestati alle istituzioni.

Il caso di Donald Trump è la quintessenza di questa involuzione ulteriore del moderno capitale finanziario, economico, locale (quindi nazionale) e intercontinentale. Non di meno lo sono, senza dubbio, Putin come rappresentante del gotha liberista russo, Milei in Argentina come proconsole del padronato e dell’imprenditoria rampantista che ha bisogno esattamente di ciò che il presidente delle motoseghe propone: l’anarchia del libero mercato, la sempre maggiore retrocessione del pubblico nei confronti del privato, la spoliazione del ruolo dello Stato nella società e, quindi, nel complesso delle interazioni tra questa e il piano economico-finanziario.

Non era necessario il Covid-19 per riordinare la confusione neoliberista di allora su scala mondiale. Ma, tant’è, quella è divenuta una occasione per fare cassa: per la case farmaceutiche che, nella corsa frenetica alla produzione dei vaccini, hanno commesso errori di non poco conto e hanno esposto a rischi altrettanto tali molte persone. Ciò non toglie che al contro corrisponda il pro: la sintetizzazione non di quelli che i no-vax chiamavano “sieri transgenici“, bensì di medicinali capaci di garantire una certa difesa nei confronti degli effetti più letali del Covid-19, soprattutto per chi soffriva di patologie pregresse.

Esiste, del resto, a sconfessione dell’unità indefessa tra capitalismo e pandemia, vagheggiata dal mondo MAGA in America e da pletore di acritici qui in Europa, capaci solo di nutrirsi di invertebratissime notizie, quindi di falsi palesi e, per questo, creduti ancora di più come le vere verità possibili, il fatto che proprio personaggi come Trump, ma non di meno altri esponenti del multimiliardarismo a stelle e strisce, si siano posti di traverso ieri ed oggi nei confronti della ricerca scientifica da cui, sinceramente, avrebbero potuto trarre un vantaggio tanto economico quanto politico.

Avevano compreso che vellicare le profonde paure dell’America in piena crisi, in decadenza rispetto al modello unipolare post-Guerra fredda, era più conveniente del sostenere un potenziamento del sistema sanitario nazionale. Non è forse stato lo smantellamento dell'”Obamacare” uno dei primissimi atti della seconda amministrazione di Trump? Coloro che affermavano di essere i patrioti per eccellenza, custodi della protezione del proprio popolo e della Nazione con la enne maiuscola, si sono dimostrati i più permeabili alle teorie del complotto per cercare, questo sì, proprio attraverso quelle di controllare maggiormente l’opinione pubblica e farne una docile, condiscendente cagnolina da sala ovale.

Adesso che le cronache quotidiane iniziano ad imperversare sulla possibile minaccia dell’Hantavirus (che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimane comunque improbabile in quanto a risvolto pandemico), spuntano dai sorrisi ironici sotto articoli e immagini che lanciano un allarme ancora piuttosto tiepido (e per fortuna!), accompagnati da commenti che riportano in auge tutta la complottistica di un lustro fa. L’incubo di una nuova chiusura totale è ancora molto, molto lontani e, sinceramente, speriamo che non si trasformi mai in nuova spietata realtà; ma quello dell’imperversare dei no-vax, pronti a sconfessare vaccini addirittura solamente ipotizzati, è di già una vera e propria conquista del patetica quotidianità social.

Chi denunciava la “dittatura sanitaria” ha finito per scivolare tra le braccia dei peggiori populismi: grillismo e leghismo prima, melonismo e vannaccismo poi. Con qualche differenza, va riconosciuto, nei confronti della Presidente del Consiglio che ha marcato le distanze dal complottismo a tutto tondo. Per il resto è il solito tran tran di chi non aspetta che l’occasione per rinverdire i timori acuti di una società in preda alla crescita inflazionistica dettata dall’economia di guerra, all’impoverimento quasi di massa, agli sconvolgimenti naturali, al nemico alla frontiera rappresentato dalla narrazione tossica sulle migrazioni come nemiche dell’identità nazionale. Tutto sembra pronto, quindi, per una nuova ondata di cecità su vasta scala.

Nessuno ha mai chiesto una sorta di dogmatico fideismo nei confronti della scienza. Tanto più nella consapevolezza che, come tutte le sovrastrutture di questa società, è influenzata dai mercati, dalla logica dei profitti, dall’accumulazione dei capitali. Ma per lo meno provare una sana, opportuna e doverosa fiducia – anche come sola forma di rispetto nei confronti dei ricercatori che si dedicano allo sviluppo di nuovi rimedi contro malattie letali – è il minimo sindacale che dovrebbe riguardarci un po’ tutte e tutti. Non prevale certo l’obnubilamento aprioristico di chi è sicuro senza se e senza ma della propria visione del mondo.

Tuttavia una buona fetta di popolazione è costantemente sedotta da queste sirene che cantano complottisticamente, che sono lì per distrarci dal fatto che le pandemie più tremende sono quelle che siamo ormai abituati a considerare come accidenti della Storia umana e che, invece, sono una costante (seppure altalenante) nel corso dei millenni: i conflitti armati che producono altri conflitti, che generano nuovi regimi che, a loro volta, mantengono l’ordine con il ricorso alle investiture teleologiche del teocraticismo: la finalizzazione qui è diretta. Dalla divinità di riferimento al capo supremo, al leader: sia esso un ayatollah, un presidente che si fa circondare dai pastori protestanti che intercedono per lui presso l’iperuranicità metafisica.

Le tragedie dell’oggi sono anche figlie di una economia al disastro globale, di una insicurezza permanente, di un logoramento delle risorse naturali che vengono quindi fatte oggetto di accaparramento continuo; ma sono anche figlie di un compromesso tra capitale e forme più reazionarie di soggetti politici e di governi (definiamole pure per quello che realmente sono: delle nuove forme di autoritarismo neofascista)  che vicendevolmente si compenetrano perché trovano una sorta di equilibrio tra mantenimento dell’ordine sociale e di quello più propriamente pubblico.

L’obiettivo è il contenimento della coscienza di classe, della consapevolezza che il disagio sociale è la premessa del disagio psicosomatico e, quindi, delle diffuse ansie che hanno carattere anche individuale (eccome se lo hanno!). Più ancora, però, questa incertezza sul futuro è alimentata da una tensione che proprio i negazionisti del metodo scientifico (come del cambiamento climatico, del resto… Trump e anche i suoi omologhi europei ne sono un acclaratissimo, tragico esempio…) intendono adoperare come leva per il sollevamento di nuove rivolte contro una razionalità dei processi che, quindi, è messa in forse per dimostrare che le pietre angolari dell’oggettività valgono davvero poco.

A cominciare dal ruolo delle Nazioni Unite e, nello specifico dell’argomento qui trattato, dell’OMS. Anche in questo frangente, non è forse Donald Trump colui che ha ritirato gli States dall’organizzazione sanitaria mondiale? Questi fenomeni del neoliberismo super conservatore colpiscono tutti gli organismi in cui le decisioni non vengono prese da chi la maggioranza delle quote di mercato, ma la maggioranza dei voti in un assemblearismo che, almeno sulla carta, dovrebbe essere democratico. Sappiamo tutti molto bene che nell’ONU esistono membri permanenti con un diritto di veto. Sappiamo, quindi, che non esiste una vera democrazia decisionale. Il vecchio equilibrio del dopo-Seconda guerra mondiale è scomparso.

Così il diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dovrebbe essere riconsiderato alla luce di quanto sta accadendo oggi nell’intero mondo. L’impermanenza non solo non è una caratterista degli esseri viventi, ma, per buttarla un po’ in filosofia (ed in chimica…), non lo è soprattutto della materia in quanto tale: soggetta quindi a continue e anche veloci trasformazioni. Così si comportano i virus: mutano, cambiano. A volte anche per intervento dell’essere umano che fa scelte consapevolmente nefaste nel nome di questo o quell’interesse o che, molto più semplicemente, sbaglia perché è nella sua natura commettere errori.

Il dibattito attuale sull’Hantavirus permette, se non altro, di considerare tutti questi aspetti propriamente antropologici; permette di ripercorrere gli scenari della pandemia da Covid-19 e di rimediare magari agli errori compiuti, contenendo, oltre alla malattia, anche la patologica propensione alla costruzione di castelli in aria, di fantasie di complotto che sono le migliori alleate di chi ci vuole distrarre da un opportuno, necessario, quasi catartico senso critico. Distrarci dalle considerazioni razionali per abbracciare il fantastico, l’impossibile che, in quanto tale, diviene necessariamente utile a chi vuole giocare la partita sporca, è un aggiungere pena alla pena, sofferenza alla sofferenza.

Non è poi tanto dissimile dal credere nell’assurdo, come, del resto, già molto anticamente proponeva Tertulliano: proprio perché non può essere, allora deve essere necessario che sia. Altrimenti che fine fa la fede?

MARCO SFERINI

12 maggio 2026

foto: elaborazione propria

Condividi, copia, stampa l'articolo

1% EQUO

LEGGIBILITÀ

SOTTO LA LENTE

SEGUICI SU

CHI SCRIVE








NAVIGA CON

LICENZA

ARCHIVIO