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Marco Sferini

L’obiettivo chiaro del governo: sovrastare tutto il resto

La giornata di mercoledì 18 febbraio 2026 è una sorta di paradigma degli attuali rapporti tra i poteri dello Stato, almeno per come sono concepiti da una compagine di governo che si attribuisce, in virtù della maggioranza relativa ricevuta con il voto politico del 25 settembre 2022, il diritto incensurabile di esercitare le proprie prerogative come se fossero al di sopra delle altre parti e avessero, dunque, tutto il diritto di sovrastare qualunque critica, senza recepirla, senza cercare quindi un dialogo e una interazione, ma solo e soltanto lo scontro con chi si permette di muovere osservazioni all’esecutivo.

Giornata paradigmatica perché, con l’antecedente delle dichiarazioni scomposte del ministro Nordio su una sorta di sistema “para-mafioso” rappresentato dal correntismo presente nel Consiglio Superiore della Magistratura, il livello della diatriba sulle questioni referendarie si era alzato oltre ogni misura; tanto da indurre il Presidente delle Repubblica ad intervenire con il consueto garbo istituzionale che lo contraddistingue in quanto arbitro tra le parti, custode e preservatore del buon funzionamento dei poteri dello Stato e del rispetto del dettame costituzionale.

In undici anni di presenza al Colle per antonomasia, mai Sergio Mattarella aveva presieduto una seduta ordinaria del CSM. Lo ha fatto non limitandosi a presenziare per dare un messaggio di necessario abbassamento dei torni bellicosi tra le parti, per ridimensionare le esternazioni del ministro della Giustizia che avevano direttamente attaccato l’organo di autogoverno dei magistrati. Mattarella ha espresso con parole chiare, pacate, nette e risolute il suo pensiero che qui riportiamo per intero:

«Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione.

Istituzione non esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario. In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica – più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio come Presidente della Repubblica – avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole.

In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica».

Un richiamo al rispetto non meramente formale, ma propriamente sostanziale dei ruoli stabiliti dalla Costituzione per i poteri dello Stato che non possono non essere equipollenti nella pur loro oggettiva e necessaria differenza di ambiti, di compiti, di interventi. Un richiamo che si è reso necessario perché il governo Meloni sta dando, in vista dell’avvicinarsi della data di svolgimento del referendum sulla controriforma Nordio, uno spettacolo indecoroso, incapace di essere parte terza nella consultazione non solo per una sorta di istinto primordiale tanto dei ministri quanto della Presidente del Consiglio; ma più ancora per il semplice fatto che a volere questa consultazione nei termini che ha oggi raggiunto è stato proprio l’esecutivo.

Le riforme costituzionali, non per prassi ma per logica collaborazione tra le differenti sensibilità politiche e sociali del Paese, dovrebbero essere scritte da assemblee in cui la partecipazione è la premessa del confronto leale, dello scambio di idee e di proposte poggianti su una dialettica anche aspra ma compresa in un processo di elaborazione assolutamente condivisa per il bene comune, consegnando alla popolazione l’esempio della fattività in tal senso. Questo sarebbe lo scenario ideale. La realtà, purtroppo, è esattamente l’opposto. Giornata paradigmatica, si scriveva poco sopra, perché, qualche ora dopo che il Capo dello Stato aveva presieduto il CSM, Giorgia Meloni e Matteo Salvini pubblicavano sui social due video.

Due interventi in cui si prendono di mira ancora una volta le ONG da un lato e i giudici dall’altro. Il tutto prende spunto dal caso della nave capitanata da Carola Rackete, che, nel giugno del 2019, aveva salvato decine di migranti dalla morte certa nel Mediterraneo, e la cui nave, la Sea Watch 3, era stata sequestrata dopo essere stata malamente abbordata dalla nostra Marina per non aver rispettato l’ordine di divieto di approdo al porto di Lampedusa. In conseguenza di ciò la capitana era stata arrestata e messa ai domiciliari dalla Guardia di Finanza. Veniva rilasciata pochi giorni dopo e, già allora, la reazione di Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, era stata più che furibonda.

Oggi, appena qualche ora dopo il solenne gesto di Sergio Mattarella a tutela delle istituzioni repubblicane e della vicendevole collaborazione tra loro, tanto Meloni quanto Salvini riprendono quella vicenda per attaccare niente popo’ di meno che la magistratura, entrando a gamba tesa in una campagna referendaria che si vuole alterare con una esasperazione dei toni pur facendo finta, come nel caso di Meloni, di esibire aplomb a metà tra il tono comiziale e il tono istituzionale. La colpa dei giudici quale sarebbe? Quella di aver deciso che il fermo della Sea Watch 3 da parte dello Stato italiano fu illegittimo e che, dunque, oggi la ONG ha diritto ad un risarcimento pari a settantaseimila euro.

Apriti cielo. L’occasione è più che ghiotta: Meloni e Salvini vi si lanciano diretti e inveiscono contro i magistrati colpevoli di aver emesso una sentenza che, ipse dixit, «lascia letteralmente senza parole». Nemmeno ventiquattro ore prima, la stessa Presidente del Consiglio si era prodotta in un altro video per esprimere un fervidissimo sgomento sul caso di un un migrante irregolare con alle spalle qualche decina di condanne e non trasferibile né nei lager in Albania né esplellibile dal territorio italiano. I giudici hanno, al riguardo, intimato al ministero dell’Interno di risarcire il cittadino algerino con 700 euro. Pazienza se la legge i giudici la applicano e non la fanno.

Pazienza pure se sotto i tre anni di governo Meloni si sia pensato più a reprimere il dissenso, a fomentare politiche di esclusione senza ottenere quei risultati che Fratelli d’Italia e la Lega puntavano a raggiungere per dimostrare di essere i più bravi al mondo insieme a Trump e a Orbán nell’erigere barriere, muri, confini di ogni tipo contro la tragedia dei migranti che fuggono da teatri di invivibilità allo stato più che puro. La colpa è dei magistrati. Mentre il Presidente della Repubblica cerca una collaborazione tra i poteri, il governo alimenta uno scontro che si innesta si un disequilibrio dei poteri stessi. A questo punta la maggioranza di destra: a fare dell’esecutivo il centro della vita politica del Paese.

Il Parlamento ridotto a cavalier servente, è privato della sua funzione di esame delle proposte di legge, di discussione dei decreti, di elaborazione delle norme. La controriforma Nordio è stata fatta passare nelle Camere senza che fosse possibile proporre emendamenti degni di questo nome. Nemmeno da parte dei deputati e dei senatori della maggioranza stessa. La blindatura è stata totale: o così o niente. O si fa come vuole il governo, oppure l’infantilismo politico tipico delle prepotenze autoritarie di regimi che intendono imporsi a scapito delle democrazia (utilizzando tutti gli strumenti democratici possibili per poterlo fare) inizia a scalpitare, prendendosela con chi deve esercitare altre funzioni.

Dovrebbe essere più che evidente che questa destra è intollerante nei confronti del controllo costituzionale vicendevole tra potere esecutivo, giudiziario e legislativo. Non sopporta un Parlamento autonomo, non ammette una Magistratura indipendente. Chi si ostina a mostrare la riforma di Meloni e Nordio come un insieme di interventi tecnici in merito alla gestione complessiva del comparto giustizia, partendo dalla decostruzione del Consiglio Superiore, o pecca di un ingenuo ottimismo, nella concessione di una buona fede nei confronti di un governo che è un ostinato avversario della Costituzione e del ruolo del parlamentarismo nella Repubblica, oppure è proprio persuaso dal fatto che si debba agire in questo senso.

La direzione, quindi, è quella della limitazione degli altri poteri dello Stato, del privilegiare l’esecutivo come potere sovrastante e non più interagente in modo eguale con giudiziario e legislativo. Messe a confronto, le posture istituzionali di Mattarella e di Meloni, oltre che di Nordio e Salvini, rendono molto bene l’idea di due concezioni diametralmente opposte tanto del potere in senso lato quanto di quello espresso nelle declinazioni previste dalla Carta del 1948. Liberalismo democratico versus neoautoritarismo. Nulla ormai è attribuibile all’estemporaneità del caso. Se la Presidente del Consiglio decide di intervenire con due video sui social denunciando i comportamenti dei magistrati, non è fortuità.

Torniamo quindi alla paradigmaticità di cui all’inizio di queste righe. Quanto avvenuto, nella successione rapida degli eventi citati, giustifica quel termine: il mercoledì delle ceneri non è stato interpretato come un momento laico di convivialità tra le diverse anime dello Stato per garantire alle cittadine e ai cittadini un aprirsi di campagna referendaria basati sui dati di fatto, su numeri, cifre, confronti pratici e anche teorici. Ma è stato un ventiquattr’ore frenetico di un susseguirsi di punti e contrappunti, di richiami, di scuse formali e del mantenimento di una ottusa pervicacia nel voler mostrare i muscoli contro il garante massimo della costituzionalità.

Che cosa si pretende ancora d’altro per rendersi palesemente conto del carattere autoritario delle forze che compongono il governo? Forse non di tutte, forse i contorni centristi moderati e forzitalioti in parte si distinguono dagli altri partiti postpadani e postafascisti. Ma la sostanza rimane pressoché la stessa: la marcia forzata della controriforma di Meloni e Nordio va nella precisissima direzione della mutazione genetica della Repubblica in senso governativo e presidenziale. Anzi: premieristico. Torna e ritorna, corso e ricorso storico, l’antitesi tra capo e popolo, tra vertice e base, laddove invece dovrebbe prevalere il presupposto della delega temporanea alla gestione dello Stato.

Migliore interprete europea dell’impostazione MAGA della politica attuale non vi potrebbe essere: il governo Meloni e, nello specifico proprio lei, la Presidente del Consiglio, è trumpiana fin nel midollo fino a che non intervengono fattori contingenti ed esterni che le impongono di barcamenarsi e di far buon viso a cattivo gioco. Fino a che Mertz non pronuncia parole di biasimo nei confronti del magnate americano prestato alla Casa Bianca, il cancelliere tedesco è amico di Meloni. Ma nel momento in cui lo fa, allora ci si smarca. Quindi, sì, alla domanda se questo governo è una succursale del trumpismo, si può rispondere che, se ancora non lo è del tutto, poco, ma davvero poco ci manca.

MARCO SFERINI

19 febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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