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Lo straniero
Convulsa apaticità, dissacrazione dell’esistenza come punto principale di conversione di tutte le nostre problematiche in altrettante false rappresentazioni di sé stesse e, quindi, di un semplice ludicissimo comportamento tanto autoreferenziale quanto autoconsapevole del fatto che nella quotidianità nulla è veramente importante. Tranne quello che noi decidiamo lo possa essere stando nel “senso comune“, nel “diritto comune“, nella “tradizione“, nei “costumi” e in ogni altra forma di assolutizzazione dell’etica e del comportamento che, per l’appunto, viviamo e di cui ci facciamo vivere stando nel “sociale“.
La drammatica osservazione dell’inconoscibilità dei perché che ci attanagliano fa parte di un tratto indubbiamente esistenzialista che, tuttavia, Albert Camus negò di tradurre nei suoi romanzi, nei suoi scritti, nelle sue parole e, quindi, di lasciarsene oltre-passare tramite i pensieri più grandi che lo venivano a visitare ogni qual volta si accingeva a dare nero su bianco uno dei suoi capolavori letterari. “La peste”, tanto per citarne uno dei più celebri. E, per quel che qui ci riguarda, “Lo straniero” (edito da Bompiani nel 2015, con una prefazione di Roberto Saviano) che ha un positivo sconvolgente posto nell’attualità del nostro tempo, con tutte le non-domande che Meursault non si pone, affacciandosi di volta in volta sul limitare della sua vita come se si trovasse innanzi ad una dinamica del tutto sconosciuta.
La morte della madre lo trova apaticamente introverso ma non sorpreso: tutt’altro che addolorato; almeno non nel classico umanissimo modo in cui chiunque (o quasi…) lo sarebbe. Non c’è disperazione, non c’è rimpianto se non nel prendere considerazione del fatto che la casa abitata anni prima era molto più in ordine rispetto a quanto non lo fosse stata dopo il ricovero della genitrice in una casa di assistenza. Ottanta chilometri per andarla a trovare erano troppi: ma non si pensi subito ad un cinico calcolo di opportunità rispetto alle proprie faccende, al proprio lavoro, a quei doveri che sono spesso degli obblighi veri e propri. In quel luogo la madre stava meglio: con il figlio si sarebbe certamente annoiata.
La narrazione in prima persona costringe lettrici e lettori a fare i conti direttamente con l’interiorità di Meursault, avvicinandovisi così tanto da percepire i suoi stati d’animo; eppure, nonostante l’afferenza continua, gran parte dei suoi modi di fare, di dire, di rapportarsi con gli altri, col mondo che gli (e ci) pare tanto estraneo e insensato, restano in ombra, per usare un eufemismo. Perché il soggetto è straniero di sé stesso, è straniero del luogo in cui vive (l’Algeria ancora colonia francese) ed è straniero di una vita che gli è sostanzialmente indifferente tanto, probabilmente, gli trasmette un niente dal punto di vista emotivo e sentimentale. Persino i rapporti che ha con Maria Cardona è una riduzione anafettiva, un quasi meccanico svolgersi di uno stropicciamento tra due corpi.
Solo sesso? Includerebbe quanto meno un coinvolgimento, per l’appunto, emotivo. Non affettività, non passione, ma almeno un trasporto di qualche natura verso la persone che ti sta dedicando attenzioni, che ti si offre liberamente perché, molto semplicemente, prova qualcosa per te. La madre è morta da poche ore, l’hanno appena sotterrata con quel funerale religioso che – pare – avesse richiesto manifestando la volontà agli amici ospiti della casa di riposo. Il figlio pensa ad un bagno in mare e, incontrata la vecchia collega di ufficio, la porta al cinema e poi a letto. Se avulsità dal senso deve essere, sia a tutto spiano. Un po’ cinicamente? Forse. Ma forse ancora di più lo sia così, senza un senso perché non c’è un significato da ricercare.
Ciò che accade per l’impiegato è ciò che accade e niente di più. Stupisce persino il portinaio dell’ospizio quando, pur avendo notato che la bara non era ancora chiusa completamente e che le viti erano solo lì appoggiate tra il coperchio e la cassa, rifiuta di vedere la madre defunta. Non sa nemmeno spiegarsi e spiegare le ragioni. Così preferisce, così è. L’accettazione di una situazione che è nell’ineluttabilità, proprio come tante altre: il fluire di una condizione in cui l’intervento proprio può apparire a volte determinante, altre volte condizionate e, nella maggior parte dei casi, proprio un qualcosa che, in pratica, non muta il corso degli eventi. Né fuori di sé, né dentro di sé. «In un modo o nell’altro si è sempre un po’ in colpa», fa dire Camus al suo personaggio.
Perché il senso di colpa è quasi atavico, ci riguarda costantemente visto che siamo esattamente così: in un rapporto di causa ed effetto dentro un’esistenza che ci predomina, che non ci lascia scampo e in cui vagheggiamo nell’illusoria possibilità di essere dei decisori tanto di noi stessi quanto degli altri. La vitalità proscenica dell’attorialità di una umanità che si presenta nel teatro vuoto della sua stessa storia ogni giorno è la premessa maggiore di un sillogistizzare consapevole per potersi alibizzare, per sequenziarsi e frammentarsi in tanti episodi in cui si tiene la quotidianità esasperante della ripetitività dei gesti, dentro le ore, dentro le case, dentro le famiglie, dentro tutto quello che ha un tribolato ma necessario senso.
Non vi si sfugge. A meno di non decidere che l’insensatezza esistenziale è il metro con cui misurare la pochezza del micro, del medio e del macro di una essenza tutta nostra in cui la dannazione dell’autocoscienza ci ha condannati al tentare di comprenderci, di comprendere e di oltrepassare i limiti iperuranici del cosmo sopra e intorno a noi. Nemmeno di fronte alla morte il giovane Meursault fa quella che si direbbe “una piega“. L’uccisione dell’arabo, lo scaricamento di quattro colpi di pistola quando questi è già esanime, praticamente morto, non pare avere i crismi della brutalità, dell’efferatezza, della gratuita ferocia dell’omicida che ha calcolato tutto. Accecato dal sole rimandato dalla lama del coltello che gli si offre alla vista, agisce per allucinazione.
Sa o non sa quello che sta facendo? Si direbbe se è o meno presente a sé stesso. Ma che cos’è poi, in fin dei conti, questa presenza? Siamo ciò che siamo, siamo ciò che riteniamo d’essere o siamo ciò che altri proiettano verso noi, compresi i millenni di storia di una animalità scambiata per umanità? Nella cella, in attesa della condanna capitale, Meurseult rifiuta una, due, tre volte il prete. Non ha nulla da dirgli. Proprio come non ha niente da dire davanti alla bara della madre. La voglia in lui è mal voluta. Sembra, a volte, ribellarsi alla necessità, al dovere. Ma neppure nel ribellismo ci troviamo qui. Camus lo mette in una cella e poi in un’altra. Da quest’ultima può vedere il cielo, diurno e notturno. Lo fissa come se si trattasse di un volto. Non vuole sfuggire a nulla. Nemmeno con i pensieri.
Tuttavia gli tocca pensare, perché è nella struttura cerebrale che si arrovella la coscienza che è difficile non ascoltare, visto che si tratta di una mescolanza di fattori, macedonici, un rimiscuglio di fattori da cui non si sfugge: proprio come la quotidiana esistenza tenuta a debita, apatica distanza. Umanamente, anche se spesso indifferente agli accadimenti, il prigioniero, l’assassino condannato Meursault si rimprovera di non aver abbastanza approfondito le cronache di altri condannati alla pena capitale. Vi avrebbe magari potuto scorgere un qualche spunto da utilizzare in quel preciso istante lì: nella notte solitaria con sopra il lenzuolo stellare, con uno stretto contatto con sé stesso. Per una volta. Domandandosi se quella ruota dovesse, in fin dei conti, girare proprio tutta e mettere fine alla sua esistenza.
Ricorda del padre che, seppure non così convinto, era andato ad assistere ad una condanna a morte; subito dopo, tornato a casa, aveva vomitato a lungo, tanta era stata l’impressione ricevuta da quella visione ferale. L’immagine del genitore rigettante gli aveva provocato a sua volta un rigetto ributtante: gli faceva letteralmente schifo. Non il padre che era andato in quella piazza a guardare quell’atroce spettacolo, ma il fatto che avesse vomitato e che, in un certo qual modo, si fosse pentito di averlo fatto. Lui no, lui l’impiegato finito nelle maglie della giustizia e diretto a breve al capestro, ha come delle illuminazioni: ora capisce, sì, capisce: «Come facevo a non comprendere che nulla è più importante di un’esecuzione capitale e che, da un certo punto di vista, è addirittura l’unica cosa che sia veramente interessante per un uomo!».
L’esclamazione restituisce quella che saremmo indotti a considerare come la prova di una alterazione mentale, di un disagio oggettivamente espresso da una eccitazione per la morte che non è “naturale“, in quanto autoannientatrice, nichilistica nel senso più volgarmente peggiore dato a questo termine dalle masse (e da un discreto parterre di intellettuali…). Se gli fosse mai capitato, per un granello di chissà qualche polvere, di sfuggire al moto definitivo della ruota che muoveva l’ingranaggio della sua salita sul patibolo, lui sarebbe andato, da vivo, ad assistere a tutte le esecuzioni possibili. Camus la definisce, per conto del suo protagonista, una “gioia avvelenata“. Non è da compatire, ma nemmeno da condannare, da avversare, da ricoprire di pregiudizi negativissimi. Si tratta, alla fine della fiera, di una manifestazione – pure questa – dell’animo umano.
Fa schifo? È cinismo allo stato puro? Può darsi, ma è un qualcosa che istintivamente può stare sotto la cenere dell’abiezione che riguarda l’umanità e da cui nessuno può dirsi immune. Nemmeno colui che si valuta il più pio, probo e santo dei santi di un regno di Dio che rimane in un al di là tutto da vedere. Meursault però rientra per qualche istante nella sua umanità che lo opprime più della condanna: rabbrividisce di fronte al pensiero di gioire dello spettacolo della morte tanto di un colpevole quanto di un innocente. Sente freddo, trema e si rannicchia sulla sua branda. Invoca una ragionevolezza che, quanto è evidente…, non gli appartiene perché altrimenti non sarebbe così insensibile verso sé medesimo. Così straniero di sé stesso.
Per quanto Camus si sforzasse di negare di essere uno straordinario scrittore aderente, più o meno consapevolmente, alla corrente esistenzialista, ogni pagina di questo capolavoro, ma pure molte altri di altrettanti suoi scritti famosi, tradotti in decine di lingue, ce lo formano figurativamente ed essenzialmente per quello che è: un uomo tormentato dall’esistere, dall’essere senza un senso, dall’essere oltre ogni significato. Dall’essere. Punto e basta.
LO STRANIERO
ALBERT CAMUS
BOMPIANI, 2015
€ 13,00
MARCO SFERINI
10 giugno 2026
foto: particolare della copertina del libro
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