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Il portico delle idee

Lo storicamente irrisolvibile mistero sugli “anni bui” di Gesù di Nazareth

La distinzione tra la figura di Gesù di Nazareth e Cristo non è un qualcosa di ascrivibile ad una cavillosità puramente intellettualistica. Recentemente sono stati pubblicati alcuni studi e anche testi adatti ad una divulgazione molto più diffusa rispetto ai classici ambienti di nicchia, accademici e, senza dubbio, titolatissimi ad un approfondimento in merito, proprio perché il tema del “dio che si è fatto uomo” è qualcosa di veramente unico nel panorama della letteratura religiosa e delle fedi propriamente dette e intese.

Vito Mancuso ne ha tratto un testo (“Gesù e Cristo“, edito da Garzanti) che merita di essere letto e che intriga già di per sé a cominciare dalla descrizione in quarta di copertina, laddove si affermano tutte le ambivalenze di una persona che ha segnato la storia dell’umanità in quanto è stato elevato ad un ruolo di semidio prima, facendone il “figlio” della divinità stessa e, successivamente, è stato posto “alla destra del Padre” come “persona” parte della Trinità, oltre la semplice umanità che lo contraddistingueva, oltre persino il classico concetto di un entità suprema che, in quanto tale, trascende ogni contesto materiale e terrestre.

I Vangeli canonici non ci dicono quasi nulla riguardo la formazione giovanile di Gesù: gli anni che intercorrono dalla sua fanciullezza alla maturità adulta, in pratica a ridosso degli ultimi momenti della sua esistenza, quindi quelli su cui abbiamo molte notizie perché ci parlano della sua attività predicatoria e di taumaturgo, sono stati definiti da importanti studiosi come Robert Aron esattamente come “gli anni oscuri” di un giovane che molto probabilmente ha trascorso il suo tempo esattamente come gli altri ragazzi e adolescenti del suo tempo, ma su cui ancora oggi si vagheggia (e spesso si vaneggia…) su viaggi in Bretagna, in India, su possibili avvicinamenti alla setta degli Esseni.

John Everett Millais, “Gesù nella casa dei suoi genitori”, 1850, Tate Gallery, Londra

Se prendiamo per buono il metodo storico anche in questo frangente, non possiamo affermare di avere sufficienti elementi per affermare che queste supposizioni trovino un qualche riscontro tramite l’incrocio della fonti che, oggettivamente, non ci sono. Non si tratta di fare riferimento esclusivamente ai giudizi dati dalla Chiesa cattolica o da altre confessioni cristiane in merito. Qui si tratta semmai di poter mettere in fila le testimonianze e cercare delle convergenze che dimostrino o che, quanto meno, producano dei chiarimenti sul buio di quegli anni.

Non c’è dubbio, oltretutto, che la mitizzazione di Gesù, la sua trasformazione da predicatore contro tutte le ingiustizie a “agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” sia avvenuta in un momento molto particolare della storia del mondo di allora: la lotta di Costantino per il trono è in pieno svolgimento. Il Cristianesimo si è affermato come potente movimento religioso. Imperatore e rappresentanti del clero di allora si accordano e lo scambio è vicendevolmente utile: l’appoggio al futuro cesare per il riconoscimento come religione ufficiale di tutto l’Impero romano al posto dei vecchi culti pagani.

Il problema in allora fu proprio rappresentato, semmai, dal fatto che il politeismo di origine ellenica era ancora molto diffuso e, dunque, un passaggio il meno aspro possibile alla nuova religione poteva avvenire accostando il nuovo al vecchio, facendo in modo che le credenze del passato potessero in qualche modo trovare una sorta di “continuità” con quelle del nuovissimo presente e futuro. Anche queste categorie temporali sono il frutto del Cristianesimo: il passato è figlio del peccato, il presente è la presa di consapevolezza della “verità di fede” e il futuro è il passaggio conseguente alla purificazione dalle colpe originarie. Prima dell’era cristiana non esisteva né presso i greci, né presso i romani una distinzione trittica come quella citata.

La vita era rappresentata come un ciclo e non era suddivisa in tempi differenti: tutto si teneva in un unicum temporale in cui non vi era nessuna separazione, seppure concepita comunque – perché oggettiva percezione e realtà al tempo stesso – nella sua unità, nella mancanza di una soluzione di continuità. Con il Cristianesimo cambia la nozione della misurazione stessa del tempo e si impone l’avanti Cristo e il dopo Cristo. Tutto si misura prima e dopo la nascita di un bambino che viene alla luce nella città di un’altra figura il cui mito affonda in qualcosa di più dei secoli dei secoli: Davide.

Del suo favoloso regno, ereditato poi da Salomone, non vi sono prove archeologiche, non è rimasto praticamente nulla. Questa è una conclusione, per ora provvisoria, in attesa di nuove eventuali scoperte (e sarebbero quindi le prime in tal senso), di una totale assenza di aderenza tra il mito e la realtà, tra la narrazione biblica e ciò che realmente è riscontrabile oggi in Palestina e nella più vasta regione mediorientale. I misteri sembrano avvolgere quelle che sono le fondamenta delle religione monoteiste che si rifanno al medesimo dio e che si distinguono per l’interpretazione del suo messaggio affidata ora all’attesa del ritorno del Messia, ora al profeta Muḥammad, ora a Yĕhošua (il nome di Gesù in ebraico, a sua volta tratto dalla lingua dell’epoca sua, l’aramaico).

Carl Heinrich Bloch, “Il discorso della Montagna”, 1872 circa

Ed il mistero degli “anni oscuri” o “bui” di colui che sarà messo a capo di una nuova fede, trasformato nel figlio stesso della divinità antica che ritornerà nel Nuovo Testamento come promessa di liberazione dell’umanità dal flagello del peccato tramite il sacrificio di quello che, quindi, sarà non più soltanto Gesù, ma il “Cristo“, dal greco Χριστός (“Christós“, l'”Unto“, quindi il “Consacrato” dal Signore), quel mistero rimane intatto. Ed è un enigma che porta con sé un altra questione: se fino ai trent’anni il “figlio del carpentiere” (è più opportuno tradurre così il termine greco τέκτων (“Tektón“)) ha certamente aiutato il padre Giuseppe nella sua bottega artigiana e ha vissuto quasi sempre nella città dei genitori, cosa ne ha determinato quella vocazione che lo ha indotto alla predicazione?

Qui le scuole di pensiero si dividono: vi è chi ritiene che le premesse vi fossero già tutte fin dalla primissima infanzia del Nazzareno, quando sfuggì ai genitori nel pieno della calca delle strade di Gerusalemme (dove era stato condotto sui dodici anni per divenire “figlio della Legge” (il cosiddetto “bār mitzvāh” ebraico) e venne ritrovato, secondo il racconto di Luca (2,48) ad ascoltare e interrogare i dottori della Legge, e vi è chi invece pensa che ciò non basti a ritenere che lui fosse consapevole di essere parte di un disegno divino. Del resto, nemmeno Maria e Giuseppe sembrano essere consci di ciò, visto che proprio nei testi evangelici si mostrano stupiti di questo interesse del ragazzo per le pratiche religiose, per le fondamenta anche politiche su cui poggia la società ebraica del tempo.

I Vangeli apocrifi (quelli quindi non riconosciuti come validi dalla Chiesa cattolica) restituiscono del giovane Gesù una figura molto diversa rispetto a quella del culto del “bambino” tutto dedito all’obbedienza genitoriale e quindi pienamente inserito nell’immagine-concetto della “sacra famiglia“. Siccome quelli canonici non ci rivelano niente altro circa l’infanzia e l’adolescenza di Yĕhošua, potremmo anche essere tentati di prendere per buoni dei racconti che – ad essere onesti e sincerissimi – paiono molto più inventati rispetto a tanti altri – che pure lo sono – e che vengono invece ritenuti “parola di Dio“.

Il bimbo Gesù degli apocrifi ha tutte le umanissime caratteriste dei suoi coetanei: è dispettoso, capriccioso, a tratti buono e a tratti anche perfidamente cattivo, persino vendicativo. Gli scrittori di quelle storie gli assegnano già i poteri che anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni gli riconosceranno. Può guarire, ma può anche fare del male: ad esempio fa morire sul colpo due suoi coetanei che gli hanno fatto uno scherzetto. Poi, visto che i genitori di questi ragazzi si disperano e lo accusano, li rende ciechi. È uno scolaro impertinente e si vendica anche del suo maestro che vuole educarlo. Insomma, molto poco buono, tanto imperfetto come ogni umano e, quindi, decisamente poco afferente alla figura del Dio che abbraccia d’amore i suoi figli.

Quindi, nemmeno i Vangeli apocrifi sono utili nel testimoniare se la vocazione di Gesù, che sarà la premessa per la sua trasformazione nel Cristo, sia nata in tenera o tarda età. Siamo nel campo delle probabilità ogni volta che tentiamo una supposizione su come siano trascorsi gli anni della giovinezza di questo giovane ebreo che da figlio del falegname-carpentiere di un piccolo villaggio divenne l’esempio prima morale, civile (ed anche politico) prima e poi un simbolo di fede assoluta poi. Interessanti approcci sulle finalità della predicazione di Gesù sono stati fatti da studiosi moderni come Bart Ehrman che hanno ipotizzato una sorta di profezia apocalittica doppiamente rappresentata dalla venuta del “regno di Dio” e da quella del “figlio dell’Uomo“.

Cosa realmente significa tutto ciò? Influenzato probabilmente dalle tante declinazioni di pensiero presenti nella cultura ebraica dell’epoca, Gesù non sembra avere – visto che non ne possediamo alcuna notizia storicamente (e nemmeno miticamente) riferibile e attendibile – una “chiamata” alla predicazione mistica, al divenire dunque un maestro spirituale (oltre all’essere definito più volte “rab“, ossia “maestro“). Se escludiamo la predestinazione divina che l’ambito religioso gli assegna, il difficile – anche sul piano semplicemente filosofico – è comprendere quale tipo di messaggio volesse inviare ai suoi contemporanei.

La sua è una missione socio-politica o è una missione esclusivamente religiosa che ha tutti gli altri risvolti del caso? Per poterlo sapere con certezza dovremmo sbaragliare il mistero degli “anni bui“, ma abbiamo visto che non è possibile per assoluta mancanza di fonti e di informazioni. L’unica controprova che possiamo avere è data dal raffronto tra la sua predicazione itinerante e ciò che avveniva in qui momenti in Palestina: quindi possiamo conoscere il suo pensiero, la sua visione del mondo, della società, del rapporto tra ebraismo e romanità, tra cultura popolare e legge religiosa da come si comportò di volta in volta. Il rischio, qui, è che non si riesca a separare l’aspetto agiografico degli evangelisti da una narrazione che forse è un po’ azzardato definire “storica“.

Proprio il dibattito sulla “storicità” dei Vangeli è un qualcosa di veramente accattivante perché è irrisolto: la contestualizzazione dell’attività predicatoria e taumaturgica di Gesù, per quanto straordinaria possa essere stata, tanto da influenzare le più differenti culture che seguirono nei millenni, fino ad arrivare al nostro tempo, è una necessità da cui non si può rifuggire. Senza questo raffronto è difficile capire chi fosse Yĕhošua e perché, ad un certo punto della sua brevissima esistenza, si sia dato alla formazione di un gruppo di fedeli con l’intento di diffondere princìpi di uguaglianza sociale nel complicato mondo palestinese in cui vigevano più autorità contemporaneamente: quella della casta sacerdotale, quella dei re, quella di Roma.

I misteri, via via che si analizzano molti dei risvolti di quei turbolenti tempi, si fanno ancora più fitti e le interpretazioni restano: ora affidate alla laica mediazione dell’analisi esclusivamente storica, ora date invece a quella della fede che è, per sua stessa natura, insondabile e, quindi, mistero che si somma a mistero.

MARCO SFERINI

14 dicembre 2025

foto: copertina, screenshot ed elaborazione propria / altre immagini tratte da Wikipedia

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