Marco Sferini
Lo “Starmerggedon”: un monito per le sinistre moderate
Un segnale per la sinistra in Italia, caso mai ve ne fosse bisogno. Il tracollo di Starmer nelle elezioni locali del Regno Unito mostra, dimostra e stramostra che quando i moderati fanno i supercentristi finiscono col perdere qualcosa di più di un punto e anche della cappa. Non è solamente la crisi economica ad incidere sul voto tenutosi in Scozia, Inghilterra e Galles. Proprio quest’ultima regione è uno dei simboli dell’eclatante passo indietro che il Labour registra in questa chiamata al voto. Nel complesso la sconfitta segna meno cinquecento seggi rispetto alle precedenti posizioni.
Il governo autonomo gallese, dunque, passerà di mano. Ma il premier britannico mostra un viso sorridente, propone rassicurazioni: lui rimane al suo posto. Nessun avvicendamento. Il governo va avanti. Ma tant’è la batosta è su tutte le prime pagine dei giornali, delle reti televisive e dei maggiori siti Internet che commentano l’andamento della politica tanto britannica quanto europea. Un insieme di fattori ha giocato un brutto tiro ad un leader che ha portato il Labour su posizioni più che bellicose, più che antisociali, più che liberiste. Come snaturare, quindi, il carattere di un partito che, infatti, da mezzo secolo a questa parte non aveva mai incontrato rovesci di sfortuna peggiori nelle elezioni locali.
E, siccome al peggio non c’è mai fine, di contraltare chi guadagna una caterva di consensi è quel Farage tristemente noto per le sue posizioni di estrema destra: dal Brexit Party al Reform UK la traccia populista non è venuta affatto riformandosi. Vincono quindi i partiti nazionalisti tallonati da un conservatorismo che, nel periodo della pandemia, era il migliore sponsor delle tesi negazioniste sul coronavirus. Perde un partito laburista che nelle zone rurali ed operaie aveva quasi sempre ottenuto risultati discreti se non eccellenti. Sebbene Kier Starmar finga che tutto va bene madama la marchesa, il dimezzamento dei voti è lì a battere cassa in merito alle politiche che il suo governo ha riversato fino ad oggi sull’intera nazione.
Il dramma ulteriore è che, nonostante abbia provato a recuperare le posizioni pro-Brexit di una buona fetta di elettorato socialista e democratico, il peso delle politiche liberiste ha giocato di sponda ed è andato in buca vincendo una partita che per il primo ministro era, probabilmente, già persa in partenza. Poi, manco a dirlo, ci si mette ovviamente il sistema elettorale improntato all’uninominale secco: una sorta di pigliatutto che ingrossa le fila di Farage e, giustamente, gli regala un sorriso a trentadue denti. Qualche successo lo ottengono anche i Green, ma non sussiste alcun dubbio sul fatto che lo scenario è impietoso per il Labour e un trionfo per il Reform UK.
L’elettorato, per quanto si possa pensare di condizionarlo con slogan o promesse, non è poi così sprovveduto come si può pensare sia: la gente capisce se un partito che dovrebbe stare dalla parte della classe lavoratrice e, comunque, dei più fragili e deboli della società, invece se la spassa con tutta una serie di compromessi e compromissioni che lo fanno sembrare poi quel che diviene, ossia una forza di centro con qualche ammiccamento persino a posizioni che, sul continente, sono dichiaratamente iperliberiste e di destra.
Farage quindi porta a casa più di milleduecento seggi e mette una pesantissima ipoteca sul voto nazionale per il rinnovo del parlamento che si terrà nel 2029. Certo, c’è tempo, ma non è detto che questa triennale finestra temporale giochi per forza a favore del Labour se il suo leader si ostina a fare finta che nulla sia praticamente accaduto pur ammettendo la sconfitta. Perché di semplice sconfitta non si tratta affatto. È un vero e proprio tracollo, una débâcle. Perdere mille seggi su cinquemila come si potrebbe altrimenti definire in termini molto pratici? C’è chi, con un abile gioco di parole, ha coniato il termine “Starmerggedon” e poi ci sono deputati del partito che paiono intenzionati a fare qualcosa…
Del resto, puntare sui tempi lungi, far buon viso a cattivissimo gioco e rimanere praticamente immobili non aiuterà la causa di un Labour che oggi è l’immagine di colui che precipita nel vuoto e non ha alcun sostegno cui aggrapparsi. Il voto del 7 maggio è già entrato nella storia contemporanea della Gran Bretagna come il “trionfo di Farage“, quindi di un trumpiano, di un estremista di destra, di un nazionalista che farà molto probabilmente alleanza con le altre forze conservatrici nonostante storiche e non eliminabili differenze. Si sa, ogni nazionalismo ha le sue prerogative, ma gli obiettivi comuni sono anzitutto quelli di mettere all’angolo i progressisti (o presunti tali che ancora si possano così definire…).
Dunque, la lezione che viene dal Regno Unito è piuttosto chiara nella sua tragica esposizione di numeri, di percentuali, di storiche perdite di governi regionali (il Labour, appunto, perde quello di Cardiff da trent’anni a questa parte): se si inseguono obiettivi che vanno nella direzione della protezione dei profitti, di una economia di guerra, di uno stato di guerra permanente, assottigliando sempre più le differenze sostanziali tra destra e sinistra, tra progressisti e conservatori, tra questione sociale e questione nazionale, si finisce con lo smarrire non solo la propria anima politica ma, prima di tutto, il proprio elettorato di riferimento. Quello che in Italia chiamiamo “zoccolo duro“.
Chi apre la porta alle destre, in questo caso, è davvero una sinistra moderata che finisce per somigliarle così tanto da essere, per l’appunto, irriconoscibile dalla gente che l’ha sempre votata o che l’aveva preferita nelle scorse tornate elettorali alle pericolose seduttive sirene dei populismi e dei neonazionalismi filo-trumpiani. Nemmeno gli scandali economico-politici in cui Farage era incorso tra il 2014 e il 2017 hanno intaccato la sua popolarità: se lo hanno fatto, questa flessione è durata molto poco, tanto da permettergli oggi di vantarsi di essere colui che, in fin dei conti, “rimane sempre in piedi“. Chi è avvezzo ai mutamenti della politica britannica, sa bene che, in questi frangenti, vale un motto che ha dell’antico: in pratica se resti fermo e aspetti, qualcosa prima o poi accadrà.
Forse anche Starmer intende replicare l’attendismo farageiano, ma c’è un presupposto da considerare: stando al governo è certamente più difficile ottenere risultati in tal senso rispetto allo stare all’opposizione. Vero è che nel 2024, appena due anni fa, il trionfo laburista era un po’ il risultato di questa impostazione della permanenza nel limbo dell’attesa, del non agitarsi poi tanto e del lasciare fare più agli errori degli avversari (in questo caso i Tory di Rishi Suniak). Segnali di crisi interna al Labour si erano già visti sul finire dello scorso anno, quando il ministro della salute Wes Streeting era apertamente accusato da settori del partito di tramare per sostituire Starmer.
Allora il paventato complotto veniva illustrato dai giornali britannici con la sintetica formula del “king in waiting“. In pratica Streeting sarebbe stato un re in attesa di salire al trono del governo. Al centro della scena vi erano niente meno che le politiche economiche dell’esecutivo. La polemica sbollì, anche perché a smentire fu lo stesso ministro della salute. Ma le frizioni con i ceti sociali che si già in allora si sentivano sempre più traditi e lontani dal Labour non vennero meno e, infatti, la conferma oggi arriva dal voto amministrativo. Il tanto promesso cambiamento sociale, parola d’ordine su cui Starmer aveva investito nella sua campagna elettorale nel 2024, non si era non solo realizzato ma nemmeno era stato impostato.
I tagli alla spesa pubblica hanno pesato eccome nella valutazione dei cittadini riguardo la possibilità che il partito laburista immettesse nella politica nazionale (ed in quelle locali) una reale svolta sociale, un cambio di passo nella direzione di una affermazione del pubblico rispetto al privato, della spesa per i diritti fondamentali di tutti piuttosto che per il riarmo per fronteggiare la Russia da un lato e i nemici di Israele dall’altro. Sul fronte, oltretutto, della svolta ecologista le delusioni sono state praticamente le stesse e l’agenda del governo è parsa del tutto ininfluente rispetto ai problemi di una tenuta economica quotidiana per milioni di famiglie che scivolano sempre più verso la povertà.
Le chiacchiere o i silenzi, oppure i sorrisi di circostanza, per Starmer stanno praticamente a zero: il partito di Farage è, ad oggi, il primo partito nelle elezioni amministrative. A conti fatti, il Labour, nel giro di soli due anni, perde quasi dieci milioni di voti. Più che una sconfitta, come è stata definita dal premier, è una catastrofe. Nelle successive dichiarazioni rese da Starmer il tono, infatti, si è fatto più funereo, tanto da definire i dati come un qualcosa che “fa molto male“. I registri economici dei grandi analisti del settore, tutt’altro che marxisti per impostazione ideologica, parlano di una economia britannica in stagnazione, interessata da un rallentamento che non accenna a diminuire.
L’inflazione è stimata, stando alle ultime rilevazioni nello scorso mese di aprile, intorno al 3,3%, mentre il Prodotto Interno Lordo cresce soltanto di un misero 0,1%. La discrepanza è, quindi, la forbice dal pericoloso taglio che si abbatte sulle condizioni di vita del ceto medio e, quindi, della “working class“. La complicata situazione internazionale non risparmia il Regno Unito nel suo insieme e i costi dei carburanti, derivati dal blocco dello Stretto di Hormuz, si fanno sentire eccome. Sempre i dati ufficiali forniti dal governo di Starmer ci parlano di una povertà reale intorno al 18% della popolazione totale. Per una nazione all’avanguardia come la Gran Bretagna si tratta di un allarme sociale veramente inquietante.
Così si spiega, di fronte alle mancate promesse di svolta progressista del Labour (e nello specifico del suo attuale primo ministro), la svolta a destra nelle amministrative e anche verso una partito verde che è stato indirizzato verso una linea dal timido sentore di un populismo ecologista che tradisce la sua vera vocazione fondatrice. L’instabilità economica, quindi, è tra le ragioni acclarate di una ristrutturazione capitalista e neoliberista che condiziona sempre da destra, e da parte di una destra profondamente improntata all’autoritarismo, i regimi statali per imporre le politiche di austerità che prevede necessarie ad affrontare le crisi della fase multipolare.
Il nuovo fascismo moderno è così che si esprime: tramite l’affermazione di forze populiste, nazionalistissime e fedeli ad una concezione militarista a tutto tondo. Su questo punto Farage non sarebbe migliore di Starmer. Il punto è che quest’ultimo non è migliore del primo in quanto a politiche di guerra, di riarmo, di neoatlantismo e di fedeltà a quell’imperialismo altrimenti chiamato “civiltà occidentale“. Non pochi cambiamenti si prospettano nella politica al di qua e al di là dell’Atlantico: le elezioni di medio termine negli Stati Uniti saranno un primo banco di prova per il trumpismo. Ammesso che Trump permetta lo svolgimento delle stesse nella pienezza delle regole democratiche costituzionali.
Poi toccherà all’Italia, alla Francia, a molti altri paesi europei. E poi alla Gran Bretagna. I conflitti in Ucraina e in Medio Oriente laddove non sono staticamente fermi nell’attesa che i rapporti di forza internazionali evolvano a favore del Cremlino, paventano una situazione ribollente, assolutamente priva di una anche soltanto sufficienza logica, di una “ratio” tra le parti in causa. Tattica e strategia al tempo stesso: logorante, perché di questo ha bisogno l’interesse esclusivo delle rispettive economie. Un cinico gioco al massacro. Per i popoli, si intende. Per chi è protetto, tanto da destra quanto da sinistra, nei suoi grandi affari, poco cambia se a morire sono gli ucraini, i russi, i palestinesi o gli iraniani.
L’orribile attualità dei tempi moderni si palesa ogni giorno per quello che è: il fallimento più completo del capitalismo e la sua capacità, inversamente proporzionale, di condizionare le politiche nazionali per illudere i più poveri. Tutto andrà ancora bene, madama la marchesa.
MARCO SFERINI
9 maggio 2026
foto: elaborazione propria



















