È Hegel il più moderno frequentatore di una dialettica che viene letteralmente rivoluzionata rispetto ai secoli, nonché ai millenni passati. Per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, il processo di confronto tra le idee, i pensieri e i concetti viene surclassato non tanto da una interpretazione della dialettica medesima, quanto da una vera e propria elaborazione quasi ontologica del termine. Per cui il “divenire incessantemente” del soggetto o, se vogliamo della Ragione (con la erre maiuscola) è il processo dialettico logico, razionale per l’appunto, che riguarda tanto l’individuo quanto l’interezza del mondo.
Sta anche qui una delle grandezze di quel ragazzo che i suoi compagni di scuola avevano denominato come “il vecchio“, per via di quel carattere un po’ particolare, ombroso, dedito alla conoscenza per la conoscenza, al sapere per il sapere ulteriormente e quindi all’indagine di una filosofia che per lui aveva il compito di spiegare il più possibile tutto, chiarendo con evidenza le cause e gli effetti dei rapporti tra cose, persone, e tra queste stesse e tutto ciò che scaturisce dall’esperienza come dal primo incontro con nuovi fenomeni.
La dialettica di cui sopra si accennava è praticamente una oggettività, una evidenza: chi può ritenere di negare che il mondo proceda mediante continui e incessanti rapporti tra “tesi” e “antitesi” per addivenire ad altrettante sintesi? Il carattere del divenire in questione non è un qualcosa – sostiene Hegel – che riguarda il mero campo della speculazione filosofica: per quanto la stessa filosofia abbia qui ed ora un compito gnoseologico e si ponga, appunto, oltre al problema del “come” conoscere anche l’obiettivo della conoscenza in sé e per sé.
Il carattere del divenire del mondo, infatti, comprende il pensiero, comprende il sapere; include dunque quella autocoscienza che ci è singolarmente propria. Singolarmente, perché la possediamo, ad un livello di autoconsapevolezza e di consapevolezza, quindi, di ciò che ci sta intorno (dal più limitrofo oggetto all’infinitudine dell’Universo), molto più esteso e ampio di tutti gli altri esseri viventi. Gli animali non umani non si domandano (almeno apparentemente, seguendo una constatazione dei loro comportamenti puramente empirica) cosa sia la vita, cosa rappresenti, cosa sia il cosmo…
Se, dunque, esiste una logica nella sequela di avvicendamenti che ci riguardano e che sono inclusi e compresi nell’esistente che, ricordiamolo, per Hegel in quanto “reale” è indubitabilmente “razionale“, questa stessa è un prodotto tanto della naturalità delle cose quanto delle modificazioni che intervengono grazie all’evoluzione della specie umana che, però, non è padrona per queste ragioni di superiorità mentale e di coscienza, alle altre specie. La realizzazione del processo storico-razionale riguarda lo “Spirito“, quindi una “Idea” con la i maiuscola che è anche il pensiero dell’essere umano che lo pensa, ma che prima di tutto è la coscienza.
Questa coscienziosità dell’esistente in fin dei conti assume le proporzioni sempre più mastodontiche della realizzazione di una umanità che obbedisce alle leggi della Natura ma che, in tutta chiarezza, ne è permeata perché nulla sfugge ad un panteismo in cui Hegel si riconosce e che, effettivamente, è parecchio seducente nel ritenere la presenza di Dio ovunque, in qualunque parte della materia, in tutto ciò che c’è. Una perfetta collimazione che esclude piani di superiorità tra la metafisica religiosa dell’iperuranicità dell’essere supremo o la mitologizzazione degli stadi da attraversare dopo la morte seguendo uno schema etico tutt’altro che dialettico.
La realtà hegelianamente intesa non è innervata di quella “Sostanza” di cui parlava Spinoza, non è qualcosa di immutabile pur nei suoi mutamenti irrefrenabili. La trasformazione dell’esistente è non solo qualcosa di riconoscibile perché si situa nello spazio-tempo, ma è anzitutto logica, razionale e ha come finalizzazione ultima l’essere umano, noi in quanto individui che hanno contezza dell’essere e dell’esserci. Partendo da questi presupposti si può però fare uno sforzo ulteriore e porre le basi di una critica che riguardi prima di tutto proprio questo teleologismo hegeliano che, a dire il vero, è molto meno fascinoso rispetto al panteismo o al monismo logico.
La rappresentazione dell’unità tra esistente e “Assoluto” (o “Spirito” o “Razionale” che dir si voglia…) differenzia l’idealismo hegeliano da quello classico, ponendo la logica su un piano per l’appunto dialettico e, quindi, superando quello che è sempre stato il vecchio architrave aristotelico poggiante sull’astratto e l’astrazione. La concretezza è il ruolo della nuova filosofia che deve, dunque, avere una funzione anche pratica e non solo di osservazione e, in questo caso, di di “conservazione” del pensiero umano o di una semplicistica, mera interpretazione.
La funzione del confronto delle idee è nella vita di tutti i giorni qualcosa che Hegel mette al centro di una indagine che si nutre della coscienza e dell’autoconsapevolezza umana che, a sua volta, si esprime nella vita come ultima espressione dello Spirito, della Ragione e, in una parola, dell’Assoluto di cui si faceva poco sopra cenno. Se la logica non aderisce pienamente alla realtà in quanto insieme di fenomeni razionali, poiché appunto reali, allora è un esercizio sterile, inutile; diviene una ricerca dell’impossibile che si aggrappa non tanto ai princìpi della metafisica, ma alla speculazione fine a sé stessa.
Invece il procedimento dialettico, unitamente a quello logico, interpretano una realtà di vita che è, di per sé stessa, il principio della realtà che comprende la realtà: al centro delle osservazioni hegeliane risulta esservi sempre lo “sviluppo” come motore incessante di produzione di elementi tanto concretamente oggettivi e sensibili quanto immateriali e metafisici, perché il pensiero, da qualunque punto angolare si voglia osservare il cuore del problema, è il prodotto della materialità di cui siamo fatti. La coscienza, dunque, sedimenta nell’ontologico per eccellenza: è non il frutto, ma il compreso nell’essere e nell’esistenza.
C’è nella materia che si evolve e si fa sempre più complessa già tutto questo: dai fondamentali atomi di gas, di liquidi di cui si compone l’origine della vita degli esseri senzienti e, nello specifico, di noi sapiens, di noi animali umani, si trovano le leggi di uno sviluppo (eccolo che ritorna…) a cui si giunge con una logica che è oltre il pensiero umano e che non è condizionata dallo stesso. Anzi, proprio il pensiero umano sta dentro le leggi della trasformazione del tutto. Quindi – afferma Hegel – dialettica e logica obbediscono ad una sorta di “coincidenza degli opposti“: nel momento in cui si crea qualcosa di nuovo, cessa anche di esistere ciò che lo precedeva.
Pertanto l’essere e il non essere della materia che muta, pensati in un determinato punto dello spazio e del tempo, sono coincidenti e non sono separabili fra loro: nonostante, ad un primo guizzo di intuizione possano apparire più che dialettici. Diciamo pure in aperto contrasto tra loro. Ma, come si è potuto evidenziare nella lettura delle opere di filosofi come Eraclito o Bruno, non c’è soluzione di continuità tra la fine dell’essere e il non-essere, tra il non-essere e il ricominciamento dell’essere in forma diversa o, comunque, nuova. Ecco che qui la dialettica sembra quasi venire meno in una determinazione meccanicistica che ha una sua sequenza logica di carattere assolutamente naturale.
Come può l’essere umano inserirsi in questo processo e condizionarne gli sviluppi? Se tutto viene assunto come un incessante processo, si può essere obiettivamente tentati di rappresentarlo quasi fosse una catena di montaggio di stampo fordista. Ma la natura è molto più articolata di uno stabilimento improntato alla logica del profitto. Oggettivizzazione e soggettivizzazione delle condizioni dello sviluppo biologico sono inscindibili proprio nel divenire dialettico tanto delle mutazioni strutturali dell’esistente e dell’individualità che noi siamo, quanto nell’evoluzione che ci riguarda come esseri coscienti ed autocoscienti.
Entro questi margini di pensiero hegeliano prende vita una esteriorizzazione di quell’Idea (con la i rigorosamente maiuscola!) che è poi la condizione stessa dello “Spirito soggettivo“, quindi di una manifestazione del nostro essere nella Natura medesima, come parte di essa ma anche come sua coscienza evidente come punto di approdo dell’inveramento di una idealizzazione che non è traducibile con un concetto di “esaltazione” miticheggiante, bensì più che altro somiglia ad una ininterrotta catena di fatti che danno seguito ad un punto finale di approdo. L’essere umano è per Hegel il punto finale. Il punto non conclusivo, ma certamente ultimo in questa analisi, a cui addiviene l’esistente.
Vi sarebbe parecchio di cui discutere in merito alle capacità dell’animo umano, dello Spirito in quanto plasmatore della materialità tanto esteriore a noi stessi quanto a quella che ci riguarda: il corpo. La sensazione è qui il primo passo di una conoscibilità che altalena il suo potenziale con quello della percezione. Qui il pieno sviluppo del processo dialettico riguarda proprio l’interiorità dell’essere umano che è la sede dell’autocoscienza: quell’autoconsapevolezza di sé che è la premessa di una serie di domande irrisolvibili che concernono tutto ciò che lo circonda in un iperuraneo cosmogonico inestricabile.
Il fascino che la filosofia hegeliana esercita ancora oggi è prima di tutto rintracciabile nell’intuizione molto poco pratica e anche molto poco metafisica, perché riunisce queste due antitesi in una sintesi che, tuttavia, dell’essere autocosciente in quanto essere dotato del discernimento di una ragione che non risponde alla mera istintività ma, per l’appunto, si sofferma, sospende il tempo, lo interiorizza ed è capace di pensare in questo limbo in cui le influenze esterne sembrano quasi venire meno. Anche se solo per brevi istanti, la mente umana ragiona e produce i suoi effetti in azioni che sono rivolte non soltanto nella direzione univoca nostra ma più di tutto verso l’esterno.
Lo Spirito soggettivo, quindi, vive un cammino di autocoscienza che è sempre maggiore tentativo di conoscibilità (e di conoscenza) dell’io e di quello che non è l’io. La dialettica non deve mai venire meno, semplicemente perché è atavicamente presente nell’esistente, nel suo prodursi e riprodursi, nel mutare costante e incessante. Un cursus degli eventi che non si può fermare e che è la trasposizione terrena dei cambiamenti di tutto l’Universo.
MARCO SFERINI
10 agosto 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria















