Connect with us

Hi, what are you looking for?

Marco Sferini

Lo sciopero generale come presidio completo della democrazia

È stato giusto ribadire dai palchi delle manifestazioni sindacali, in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre, che la questione delle rivendicazioni salari, pensionistiche e sociali nel più lato senso del termine, si lega inevitabilmente allo stato di salute di una democrazia che è continuamente sotto attacco da parte del governo di Giorgia Meloni. La crisi economica è la premessa di una condizione molto più generale che riguarda tutte le problematiche sovrastrutturali che, troppo spesso, vengono pensate come indipendenti rispetto al contesto concreto dei rapporti di forza tra le classi e, quindi, dell’andamento più complessivo della fitta rete di relazioni che intercorrono tra mondo dell’impresa e mondo del lavoro.

Non ci troveremmo nella condizione di dover esigere un rispetto sostanziale dei diritti fondamentali che una democrazia deve saper e poter garantire, se non dovessimo considerare le mille altre questioni che riguardano lo spostamento di ingenti risorse di denaro dai comparti che dovrebbero garantire la stabilità delle famiglie italiane e che, invece, vanno a collocarsi pienamente nell’economia di guerra. Anche in questa molto fallace e presuntuosa epoca della modernità, la problematica dirimente è l’incompatibilità manifesta tra gli interessi di pochi e quelli di tutto il resto della società. Questo governo amico dei ricchissimi, neofascista nel più profondo del suo animo, è un avversario di classe.

Una dualità tutt’altro che nuova quella che lega conservatorismo ideologico e rivoluzione economica, per così dire, neoborghese: la saldatura tra elementi reazionari sul piano meramente politico e il grosso dell’imprenditoria non data certo da oggi. Se si va un po’ indietro nei decenni, quasi all’inizio del secolo scorso, si potrà chiaramente osservare come i regimi autoritari si sono sempre accompagnati, pur nella loro pretesa di essere “sociali“, alle più solide pietre angolari del capitalismo tanto nazionale quanto internazionale. Dice bene Landini quando rivendica il fatto che la CGIL mette al centro delle questioni quella salariale e pensionistica.

Invece che partire dal punto di vista di un padronato che beneficia ad ogni cambiamento di governo di nuovi incentivi fiscali, di nuovi privilegi che lo mettono al riparo dai riflussi delle crisi continentali nell’ambito del crescente, evidentissimo multipolarismo globale, si parte dal punto di vista del mondo del lavoro che è stato spremuto fino all’osso in questi ultimi tre anni: lavoratrici e lavoratori hanno versato oltre venticinque miliardi di euro di tasse che non avrebbero dovuto versare. Ma i “patrioti” di Meloni e Salvini non hanno permesso loro di riavere indietro anche solo una parte di questo maltolto. Contrariamente, alle imprese sono state fornite le più ampie garanzie di tenuta, evitando nuovi incentivi salariali.

I salari, dunque, non sono cresciuti e l’aumento ridicolo di tre euro sugli assegni pensionistici bassi: nemmeno tre caffè in un mese. Qui non siamo nemmeno all’elemosina di Stato, siamo alla presa in giro a tutto tondo, quasi una irrisione sardonica della povertà, tipica di chi non conosce il vero valore del denaro quando è poco, pochissimo e non si arriva quasi mai alla fine del mese. Quei venticinque miliardi di euro di tasse praticamente rubati alle lavoratrici e ai lavoratori, quindi a coloro che hanno un reddito cosiddetto “medio“, non solo non sono stati resi con recuperi nelle dichiarazioni dei redditi, ma nemmeno sono stati destinati a servizi come scuola, sanità, assistenza diffusa, servizi sociali… Nulla di nulla.

Nemmeno sono stati impiegati per dare ossigeno al capitolo della sicurezza sui posti di lavoro. Non un centesimo di euro è stato messo dal governo Meloni per le infrastrutture, per i trasporti. Eppure venticinque miliardi di euro sono una cifra ben più grande del totale messo nella Legge di Bilancio approvata pedissequamente da un Parlamento che è sempre più una appendice di Palazzo Chigi e non il luogo di formazione di normative che dovrebbero essere il frutto della discussione e del rapporto dialettico tra maggioranza ed opposizione. La crisi della democrazia emerge in tutta la sua drammaticità proprio quando si possono osservare i punti di caduta delle istituzioni che fanno il paio con quelli delle singole realtà locali.

Tutte conoscono la medesima sorte: i comuni sanno bene che i tagli alle spese sociali si riverberano sulle amministrazioni che non hanno finanziamenti per poter implementare i servizi più elementare a tutela delle fasce più deboli della popolazione. Questo è il governo di chi ha lanciato anatemi contro la Riforma Fornero e poi ha fatto anche peggio: l’innalzamento dell’età pensionabile è praticamente un dato di fatto, così come lo diviene anche un percorso lavorativo che, nemmeno a dirlo, peggiora sensibilmente per quanto riguarda le tutele e la sicurezza di ogni singola lavoratrice, di ogni singolo lavoratore. A tutto ciò si sommano, nell’ambito più propriamente giovanile, la permanenza di uno stato di precarietà che non accenna a diminuire e che spingerà sempre più ragazze e ragazzi ad abbandonare l’Italia.

Il punto centrale, alla fine, è la mancanza di un vero piano di rilancio di politiche industriali che possano determinare una ripresa economica in cui vero lavoro di qualità abbia la meglio sulle tante attuali storture volute da una politica congiunta tra imprese e governo che punta al minimo delle concessioni e al massimo delle capitalizzazioni profittuali. Cominciando da una lotta strenue contro un sistema di appalti e subappalti che è veramente devastante e che rappresenta una delle punte di diamante dell’aumento delle morti nei cantieri, nelle fabbriche, in ogni dove la sicurezza sia messa a repentaglio dai bassissimi costi dei lavori acquisiti, quindi mal pagati e gestiti peggio. Ma queste precarizzazioni e parcellizzazioni hanno oltremodo agito nel senso classista della divisione del mondo del lavoro.

Chi nega tutto questo, non fa che negare la realtà di una lotta di classe che c’è e che gli imprenditori conducono insieme ad un governo compiacente: un esecutivo, appunto, amico dei super ricchi e nemico della povera gente, della grande platea dei salariati e dei pensionati. Non di meno degli studenti che, proprio in questi giorni, possono toccare con mano la prepotenza che viene esercitata nei confronti di chi vorrebbe accedere ai corsi universitari di medicina, odontoiatria e veterinaria e invece deve passare per la forca caudina del “semestre filtro“, con prove di accesso alla graduatoria nazionale che sono state superate solo dal 10% dei candidati. Quesiti imprecisi, addirittura sbagliati per quanto concerne fisica e cambi di valutazione in itinere. Un pasticcio che la ministra Bernini promette di sanare.

Ma pur sempre un pasticcio rimane. Il carattere di vera e propria prepotenza del governo Meloni lo si vede anche da come i suoi ministri si esprimono: il più delle volte sono parole in libertà; altre volte invece sono vere e proprie bullizzazioni dei contestatori. Proprio agli studenti di medicina, che contestavano Bernini alla festa di Atreju a Roma, la titolare del dicastero della scuola ha risposto: «Sapete come diceva il presidente Berlusconi? Siete sempre dei poveri comunisti. Prima di contestare fatemi parlare. Questo dimostra la vostra inutilità». Ora, qualche studente può anche aver sbagliato gli esami perché ha studiato poco, ma che a sbagliare sia il 90% dei candidati dimostra che c’è un problema di natura differente e che non riguarda soltanto la scarsa preparazione. Qui a studiare molto poco è anzitutto il governo.

Se esiste una correlazione diretta tra tutele democratiche e tutele sociali, questa la si ritrova in particolare nella Legge di Bilancio: perché lì stanno le concrete disposizioni di un esecutivo in materia di finanziamento di tutti i settori chiave della vita pubblica, di quella dei cittadini e dei rapporti che essi devono avere, se lavoratori dipendenti, con il mondo delle imprese e, non di meno, con quello che vi si accompagna e che riguarda la grande finanza. La contestazione sindacale è generale in tutti i sensi: perché riguarda chi studia, chi lavora, chi invecchia, chi è malato, chi è in serie difficoltà per una somma di fattori che non gli permettono di vedere applicati quei diritti che la Costituzione repubblicana prevede per tutte e tutti.

Questo governo è in rotta di collisione con una Carta fondamentale che dalla sua prima alla sua ultima parola è democratica perché antifascista e viceversa. Non ha nulla a che vedere l’esecutivo di Giorgia Meloni con un impianto istituzionale in cui si preserva con cura la separazione dei poteri e, dunque, il rispetto di ogni istituzione dello Stato italiano. L’attacco alla Magistratura ne è un esempio davvero conclamato ed eclatante al tempo stesso: il referendum sulla controriforma della giustizia, voluta da Nordio e caldeggiata da tutte le forze della maggioranza, segnerà un passaggio cruciale nella riformulazione di un tessuto connettivo partecipato, di una rete di relazioni sociali, civili e culturali che facciano riemergere una critica compiuta nei confronti del tentativo di scardinare il principio di distinzione ed equipollenza dei poteri.

Proprio in coincidenza con lo sciopero generale si registrano le agitazioni sindacali dei giornalisti di quotidiani importanti come “La Stampa” e “la Repubblica“: gli Elkann hanno deciso di venderli e non hanno incluso alcuna garanzia – quanto meno negli accordi preliminari con gli imprenditori greci interessati – per il mantenimento dei posti di lavoro, per una preservazione dell’autonomia delle singole redazioni. Possiamo essere o meno d’accordo con quanto a volte scrivono questi giornali, ma dovremmo sempre essere tutti concordi sul fatto che quando prevalgono le ragioni d’impresa a quelle dell’informazione, quando queste pregiudicano la vista stessa di grandi quotidiani che sono parte essenziale dell’esistenza di un Paese libero, è la democrazia per prima ad esserne intaccata.

Oggi esistono molti pochi motivi che supportino la tesi che la nostra Repubblica è al sicuro dal rischio di torsioni autoritarie: qualcuno ritiene che sia così e, addirittura, legittima il melonismo come espressione di una destra moderna capace di discostarsi dal suo passato neofascista. Ma i segnali che provengono da tre anni a questa parte ci dicono esattamente il contrario. Se Meloni rispettasse davvero le fondamenta costituzionali dovrebbe non solo affermare ogni volta che può che l’antifascismo è la religione civile dell’Italia laica e democratica ma, oltre a ciò, dovrebbe tutelare le fasce più deboli di una società in cui si saldano insicurezze pratiche ad incertezze di carattere civile e civico. Le libertà di espressione, di pensiero, di agibilità degli spazi per manifestare, per criticare il governo, sono sempre meno.

I rapporti internazionali di agenzie indipendenti parlano chiaro in merito. Dalla libertà di stampa a quella di riunione, si restringono i perimetri nel nome della “governabilità” e della “stabilità” del Paese. Si minacciano addirittura nuove rielaborazioni della legge elettorale per evitare, date le premesse del voto regionale ultimo, che vi sia una contendibilità di Palazzo Chigi da parte del campo largo. Non si vuole mollare il potere, conformemente alla logica autoritaria non delle gestione dello stesso, bensì del suo possesso. Lo sciopero generale ha legato le esigenze di un popolo che riconosce nel sindacato un presidio di libertà, di autonomia, di indipendenza.

Il tentativo riduzionista delle cifre dei partecipanti alle manifestazioni del 12 dicembre è il timore da parte del governo del montare di un onda che, comunque sia, non potrà essere evitata se le ragioni della crisi economica permarranno, se quelle della crisi istituzionale vi si salderanno.

MARCO SFERINI

13 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

Written By

NO ALLA LEGGE NORDIO

CHI SCRIVE








SOTTO LA LENTE

Facebook

TELEGRAM

NAVIGA CON

ARCHIVIO

i più recenti

la biblioteca

Visite: 77 Non esiste soltanto “un” compito della storiografia, ma ne esiste più di uno. Forse non molti quantitativamente, ma certamente più di uno:...

Marco Sferini

Visite: 193 C’è un pensiero, fra i tanti, che mi ha colpito facendo varie letture di cronache dall’Iran nei mesi scorsi quando prese avvio...

Il portico delle idee

Visite: 186 Esiste un sapere oltre il sapere? Più propriamente: una volta che sappiamo con certezza qualcosa, è possibile che esista ancora altro da...

Marco Sferini

Visite: 238 Prende il via oggi, sabato 10 gennaio, la campagna del Comitato “Società civile per il NO al Referendum costituzionale” sulla giustizia. Prende...