L’irrilevanza nella società, l’irrilevanza nel voto

Non è successo niente. O quasi… Minimizzare i numeri del voto umbro, far apparire queste elezioni regionali come un incidente di percorso o, peggio ancora, ritenerle separabili dal resto...
Vincenzo Bianconi, candidato presidente del centrosinistra in Umbria

Non è successo niente. O quasi…
Minimizzare i numeri del voto umbro, far apparire queste elezioni regionali come un incidente di percorso o, peggio ancora, ritenerle separabili dal resto del Paese e farne un unicum, per i contraccolpi degli scandali che hanno portato alla fine anticipata della consiliatura, non sono altro se non infantilismi politici, evitamenti di prese di coscienza di un’onda nera che dilaga in Italia e che oggi si è presa anche una delle regioni storicamente della sinistra, una “roccaforte” vera e propria, perché per decenni hanno messo radici i valori di solidarietà, libertà e uguaglianza nella convivenza civile.

Minimizzare il voto in Umbria affermando che si tratta di “numeri piccoli“, che non siamo innanzi ad un test per il governo e che quindi si tratta soltanto di una estemporaneità politica è commettere un macroscopico errore tanto tattico quanto strategico per chi oggi si trova a sedere a Palazzo Chigi.

Aumenta l’affluenza alle urne rispetto a quattro anni fa e rispetto anche al voto europeo: si arriva al 64,69% con un numero di voti validi pari a 441.877 per le liste e 443.343 per i candidati presidenti di regione. Il 57,5% di chi si è espresso con un voto valido ha scelto le destre sovraniste e, tra questi, il 36,95 ha messo una croce sul simbolo di Alberto Da Giussano che col suo carroccio mai era arrivato a combattere battaglie così vittoriose tanto a sud del Po.

Rispetto sempre alle precedenti elezioni, tanto amministrative quanto europee, cresce notevolmente Fratelli d’Italia, senza sottrarre voti alla Lega (o farsi sottrarre…). Anche questo è un dato molto interessante da analizzare, perché evidenza come tra aumento dell’affluenza e fuga dai partiti di governo, i consensi si indirizzano molto a destra: significa che è un voto consapevolmente dato a chi promette di rovesciare il sistema fino ad oggi esistito, la politica affaristica, quella che sempre più appare compromessa con interessi economici che la condizionano facilmente verso facilitazioni del privato a scapito del pubblico.

Nonostante le destre vincitrici non rappresentino quelle forze sociali atte a separare interesse privato da interesse pubblico, ed anzi siano la dimostrazione di essere anche peggiori in questi frangenti rispetto ai partiti del centrosinistra (la storia dell’Italia berlusconiana è lì a raccontarci questa triste fiaba…), vengono premiate perché riescono a costruire un blocco sociale – si pensi un po’ – su fondamenta antisociali, creando un coagulo di massa attorno a sentimenti di appartenenza nazionale, mostrando nel migrante il vero nemico del povero, facendo apparire il ricco e lo sfruttatore come salvatori della nazione e non invece come avversari di classe.

La classe esiste ma non ha consapevolezza di essere “classe sociale” e per questo diventa la migliore alleata del padrone: tanti servi sciocchi abbandonati dalla sinistra che, invece consapevolmente, ha cessato di essere tale, di difendere i più deboli e ha aperto le porte al dilagare delle destre.

Nemmeno il patto tra PD e Cinquestelle rappresenta ormai una “novità”, pur essendolo: puzza di riciclaggio della politica, di accordicchi fatti per fronteggiare il Satana comune, che Satana è, ma che non si affronta tradendo le ragioni fondative di un fare politica che un tempo era esclusivamente rappresentanza dei lavoratori nelle istituzioni, ferma esigenza delle loro ragioni e dei loro bisogni.

Così viene meno anche la “rivoluzione grillina“: non si tratta più di calo endemico alle regionali per il Movimento 5 Stelle. Ormai il crollo è verticale e arriva nemmeno da tanto lontano, ossia da quando i pentastellati hanno deciso di abbandonare la loro atipicità e allearsi prima con la Lega per governare e poi con il PD per non tornare alle urne.

Dire che, suvvia, non è successo niente (o quasi) perché in fondo hanno votato nemmeno mezzo milione di italiani, è una autoconsolazione da confessare ad un bravo psichiatra piuttosto che una analisi politica del voto.

L’onda nera e i “pragmatici”
Ora i teorici del “meno peggio” e dell’unità del centro sinistra come argine delle destre sono (purtroppo o per fortuna) smentiti elezione dopo elezione.

Hanno fallito tanto le linee politiche riconducibili all’autonomia della sinistra formata da saltimbanchi riformisti e presunti rivoluzionari (tra cui noi stessi di Rifondazione Comunista) quanto i sostenitori del frontismo a tutti i costi, dal PRC fino ai Cinquestelle, così, senza meta ideal-ideologica, senza valori comuni se non l’antitecità come elemento propulsore per salvare le regioni e il Paese dalle destre.

Il tutto proponendo alleanze proprio con altre destre: di stampo economico e di stampo populista, comunque entrambe votate al libero mercato, all’economia privatizzatrice, al mantenimento dei privilegi di classe e alla difesa dei profitti imprenditoriali spacciando il tutto per difesa del “prodotto nazionale“, del “made in Italy“, rampa di lancio di una crescita del PIL mai veramente vista.

A queste persone, a questi compagni piace parlare di sé stessi come “pragmatici” e attribuire agli altri epiteti come “sognatori”, “finti rivoluzionari”, eccetera, eccetera…

Vediamolo dunque, alla luce dei numeri, questo risultato imponente di salvataggio dell’Umbria dalle destre salviniane: Vincenzo Bianconi, un imprenditore che alla fine si è dovuto accollare tutta la sconfitta della coalizione, si è fermato con 166.179 voti al 37,48% dei voti. I Cinquestelle subiscono la batosta più pesante: praticamente, rispetto alle elezioni europee, dimezzano i voti passando da 65.718 a 30.953. Il PD, come si usa dire in gergo, “tiene“: perde 7.000 voti rispetto al maggio scorso, ma subisce una vera e propria rovina se si guardano le politiche del 2018 e le regionali del 2015. Sostanzialmente spariscono 26.000 voti in entrambe le tornate elettorali, ma oggi la sconfitta diventa più cocente per via dell’alzamento dell’affluenza dei votanti: in punti in percentuale, il PD passa dal 37% delle regionali di quattro anni fa al 22% odierno.

L’effetto “coalizione” con i Cinquestelle è, pertanto, non solo ininfluente ai sensi del recupero sul centrodestra dato per vincente ben prima dell’apertura dei seggi, ma sconfessa – soprattutto per i grillini – una alleanza che giocoforza deve ora tenersi in piedi a Roma visto che nessuna delle quattro forze che la compongono (PD, Cinquestelle, Italia Viva e LeU) è praticamente pronta ad affrontare il verdetto popolare. Il governo rimane costituzionalmente legittimo, non c’è dubbio, ma deve avere la consapevolezza di essere espressione ormai di una minoranza nel Paese se insieme, PD e M5S, riescono a mala pena a rappresentare i voti della sola Lega di Salvini.

L’onda nera cresce, proponendosi come alternativa tanto alle politiche attuali quanto al regime costituzionale e alla democrazia repubblicana, sulle macerie del distrutto stato-sociale, del pauperismo cui sono stati ridotti milioni di italiani dal liberismo esaltato come magnifica rinascita sociale, fonte di ricchezza per tutti.

Invece di dare vita a nuove garanzie sociali, venivano tagliate proprio le voci di bilancio sulla sanità, per la scuola, per la messa in sicurezza del territorio, per arginare la povertà dilagante.

Parimenti venivano incrementati i favori per i grandi speculatori ed industriali, costruendo una consorteria di privilegi condivisi, alimentando una corruzione che ha allontanato la popolazione dalla partecipazione politica fino a quando non è arrivato il nuovo conducator ad urlare più forte degli altri, a rompere con i benpensanti, ad esprimersi con le parole rabbiose di tanta parte di gente impaurita dal futuro, spaventata dalla miseria, disperata per quella che già vive oggi.

Oggi, PD e soci raccolgono, e disgraziatamente tocca raccogliere anche noi, i cocci di questa svendita tanto delle idee quanto delle praticità.

Dalle parti di casa nostra
Per i comunisti e per la sinistra di alternativa (chiamiamo così tutta quella sinistra “propriamente detta“, antiliberista e anticapitalista, che esclude quindi qualunque possibile fraintendimento con la sinistra impropriamente detta, ossia il PD e i suoi alleati) non si tratta nemmeno più di comprendere a quale grado di sconfitta ci si trovi: si è talmente nell’irrilevanza da impedire una valutazione in merito.

Proprio da questa irrilevanza, del resto ormai manifesta da più e più anni, da più e più tornate elettorali, bisogna partire per riflettere non tanto sulla contrapposizione tra chi sostiene la partecipazione ad alleanze di centrosinistra (più i Cinquestelle) per arginare il salvinismo sovranista e chi sostiene che, invece, occorre ridare vita ad un blocco sociale mediante la rifondazione di una sinistra di classe, quanto sull’opportunità o meno di presentarsi agli appuntamenti elettorali.

Utilità e necessità si confondono, si compenetrano e si scambiano anche i ruoli sovente: è utile presentarsi al voto perché è necessario per una sorta di sopravvivenza istituzionale che, ad oggi, non si è più concretizzata come tale; diventa necessario presentarsi al voto perché è utile per condizionare le azioni di governo laddove si gestisce il governo del Paese, di una regione o di un comune, oppure per condizionare dall’opposizione sempre le azioni ma di un altro governo per evitare l’espansione di politiche antisociali, contro i lavoratori, contro gli studenti, i pensionati. Contro gli sfruttati tutti, insomma.

Ma davvero il ruolo della sinistra di alternativa è stato utile in questi anni? Davvero è stato necessario a produrre una utilità in tal senso, a modificare assetti di potere, a condizionare rapporti di forza tra società e politica, ad incalzare il sindacato tramite una sempre maggiore propria presenza al suo interno?

O forse proprio il costante, progressivo allontanamento della sinistra moderata e governista dalle ragioni anche solo semplicemente riconducibili ad un pallido scimmiottamento di una qualsiasi decente socialdemocrazia ha prodotto quella tale e tanta sfiducia popolare, modernamente proletaria, da ingrassare per bene il ventre molle delle destre estreme, del neoautoritarismo sovranista?

Abbiamo fatto tante autocritiche. Proviamo a fare ora una critica costruttiva senza dogmatismi, senza preconcetti, senza iconografie infantilistiche, senza queste derive governiste, di una sinistra che ha smesso di rappresentare quel “blocco sociale” del lavoro e del non-lavoro, perché ha servito da un lato i padroni fingendo dall’altro di avere a cuore le sorti dei più deboli.

Non si esce da questo cortocircuito in cui è piombata tutta una residuale, micro-sinistra comunista e di alternativa (escludo quindi pietosamente quella che dice di esserlo e che ora sta al governo con PD e Cinquestelle…) se non con una strategia di lungo termine, con un lavoro ritrovato in campo sociale, quotidiano, affiancando a tutto ciò un corrispettivo lavoro politico: l’impegno deve essere politico proprio perché deve tornare ad essere sociale, mentre in questi decenni abbiamo privilegiato sempre e solo il tatticismo politico e abbiamo tralasciato tanti aspetti di una funzione della “rifondazione comunista” come plusvalore dato al movimento anticapitalista.

Mi è stato detto che, senza una ricetta fatta di piatti concreti, di portate reali, queste parole altro non sono se non sterile massimalismo. Penso che sia vero in parte, perché chi afferma ciò non ha poi una soluzione pratica da proporre e, soprattutto, l’ipotesi delle alleanze e la funzione del frontismo moderno, che avrebbe dovuto sin dalla Sardegna e ora dall’Umbria contenere il Satana comune, non solo non ha funzionato ma ha mostrato in tutta evidenza che l’unità a tutti i costi può essere deleteria, dannosa perché priva di un progetto politico riconoscibile.

Non sono mai stato un sostenitore del “saltare un giro“, del non presentarsi agli appuntamenti elettorali, perché ho sempre ritenuto questo esercizio democratico utile allo spostamento di equilibri sociali a partire proprio dal fronte politico: un timido riformismo che non avrebbe dovuto farci dimenticare che vorremmo poter ancora dirci ed essere dei rivoluzionari.

Invece pare proprio che abbia vinto il riformismo, fuori e dentro noi. Ha vinto nel momento in cui abbiamo pensato che tutti i mali del mondo potessero essere evitati con alleanze anatomicamente spurie, incostanti per natura perché costruite sulla disperazione politica e non su una visione di insieme basata su valori quanto meno simili.

Ci siamo accontentati di aggiungere quei decorosi numeri e quelle decorose percentuali di un tempo alle altre, pensando di fermare una ondata di destra che nel Paese invece cresceva grazie al rispetto delle compatibilità economiche liberiste da parte di tutti i governi che si sono succeduti: primi fra tutti quelli che avrebbero dovuto essere discontinuità con proprio con il centrodestra e che, invece, ne sono stati un surrogato fin troppo evidente.

Quale è dunque il vero massimalismo? Quello di chi taccia i detrattori di nuovi esperimenti in tal senso come utopisti e sragionanti o quello di chi pensa ancora di rendere utile la “rifondazione comunista” consegnandola a progetti di unità a sinistra che escludono una critica senza se e senza ma al capitalismo e che sono pronti, nel nome della salvezza nazionale (come in Umbria), a concedere spazio ad una soluzione compromissoria permanente?

La domanda rimane aperta. A voi la risposta. Se la avete.

MARCO SFERINI

29 ottobre 2019

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