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la terza pagina

L’Io diviso di Pier Paolo Pasolini

In Italia è in pieno corso un dibattito sulla figura di Pier Paolo Pasolini. Al netto di ridicole strumentalizzazioni politiche, assistiamo alle più svariate interpretazioni in cui molti intellettuali di basso rango ci propongono il “loro Pasolini”, la grande maggioranza delle volte all’insaputa di Pasolini stesso. Questo modesto contributo propone una critica di Pasolini sulla base dei testi, riconoscendo comunque l’importanza della sua produzione.

La ricchissima opera di Pasolini ha reso problematiche le valutazioni di una critica spesso in difficoltà nel trarne le conclusioni. La multiforme e prodigiosa attività artistica pasoliniana, infatti, si sbriciola in una pluralità di scelte espressive, oltre che di manifestazioni variegate sul piano esistenziale, costringendo spesso ad analisi parziali piuttosto che favorire sinottici quadri d’insieme, in grado di cogliere l’essenza piuttosto che la superficie.

Sono diverse e note le contraddizioni che attraversano la vita e l’opera di Pasolini: individualista, allo stesso tempo testimonia con coraggio l’impegno civile e collettivo dell’intellettuale; comunista militante, subisce l’espulsione dal PCI ; ateo e marxista, resta cristiano nello spirito; critico acerrimo dello strumento televisivo e del mondo dei media, si rivela sorprendentemente a suo agio proprio in quel mondo; contestatore vigoroso del “sistema” si schiera contro i giovani contestatori del ’68; pedagogo libertario, riconosce come insuperabile la figura del maestro; omosessuale e ribelle, è un conservatore dei valori della tradizione e del mondo contadino . Contraddizioni vere, non ricomponibili in qualche artificio dialettico.

Tra feroci attacchi alla gioventù consumista, una critica apocalittica all’omologazione borghese, la fascinazione per il blocco sovietico e l’oltraggiosa parificazione tra il vecchio fascismo e il nuovo antifascismo, Pasolini si rivela un pensatore piuttosto estraneo all’ideologia progressista. Contrario pure al diritto all’aborto, era antifascista certo, ma anche fondamentalmente pre-democratico. Resta un poeta, uno scrittore e un regista che ha pochi paragoni.

Scisso tra gentilezza e attitudine alla provocazione, altruismo e rapacità pulsionale, divismo e umiltà, mondanità e solitudine, la sua individualità finiva comunque col prendere il sopravvento su qualsiasi altra considerazione di tipo intellettuale, morale o di forma; non ebbe paura del proprio demone, preda di un fantasma che lo vincolava ad un godimento compulsivo.

Di certo non piaceva agli intellettuali perché era il contrario di quel che in genere essi sono, cauti distillatori di parole e posizioni, anche quelli cui il 1968 aveva dato “cattiva coscienza”. Sanguineti, due giorni dopo la morte, ebbe il coraggio di scrivere: “finalmente ce lo siamo tolto dai piedi, questo confusionario, residuo degli anni cinquanta”.

Pasolini è un sintomo, un universo di sintomi, le sue imprecisioni terminologiche, le infinite prese di posizione e la moltiplicazione degli obiettivi polemici sorgono in lui da un fondamento monistico, in cui la realtà in tutte le sue manifestazioni, inclusa la contraddizione, è concepita come un atto auto divino. Mistico mancato, Pasolini ha cercato troppo spesso di strapparsi di dosso la pelle dell’artista per rivestire quella dell’intellettuale/giornalista, senza possedere quel quoziente minimo di lucidità illuministica che è necessario al mestiere. Se non ne teniamo conto, siamo costretti a prendere sul serio tutto ciò che ha detto, scritto e filmato, abbandonando ogni distanza critica, ogni difesa dal suo vampirismo.

Ma cosa voleva Pasolini? Difendere, sognare, commemorare l’umile Italia che stava scomparendo. Pasolini piange un mondo moribondo, sa che il popolo non ha la forza per una rivoluzione e che si sta vendendo il sorriso per l’ansia di star meglio e nel più breve tempo possibile.

Egli attinge all’Origine, alla fonte prima, alla verità del Mito, ad un “essere non ancora”, come si esprimeva Artaud, “tradito dal linguaggio”. Pasolini=Rousseau? L’esordio dell’Emilio del filosofo francese può suonare come una sintesi perfetta del fantasma pasoliniano: “Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo”.

Lo sviluppo, agli occhi di Pasolini, è “senza progresso” perché ci allontana dalla verità dell’Origine, costringe a perdere contatto con l’immediatezza naturale della vita, con il suo fondamento sacro e mitologico. Nelle mani della ragione strumentale tutto non può che degenerare. Pasolini si muove allora verso Sud – come Nietzsche, Rimbaud, Van Gogh hanno fatto prima di lui – per trovare il corpo nudo, incorrotto e immacolato del popolo (friulano, romano, africano, indiano) e della sua lingua mitica.

Il suo presupposto – come quello di ogni fantasma – è risolutamente antistorico. L’Origine si sottrae all’alienazione della storia, sussiste in uno spazio incorrotto sottratto al tempo, preservando il mito rousseauiano della vita come assoluto Bene – dono della Natura. il rimpianto gli diventa struggente e melanconico nei confronti di questa perdita irreversibile che lo mantiene costantemente ripiegato all’indietro, preda della “spinta conservatrice”, come direbbe Freud, della pulsione di morte e del suo godimento.

Chiesa, patria, famiglia, obbedienza, ordine, risparmio, moralità, secondo Pasolini, non contano più. A sostituirli sono i “valori” omologanti di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale. Il proletariato non capisce che l’illusione del maggior benessere economico porta con sé un compromesso diabolico (“i soldi del giorno della vostra fine”) né comprende, come Pasolini stesso afferma più esplicitamente in un altro testo, “Significato del rimpianto”, che i primi a godere la crescita della ricchezza sono i ricchi.

Leggiamo l’appunto 59 di Petrolio: “non c’era più orgoglio popolare, alternativo. Le mille lire di più che il benessere aveva infilato nelle saccocce dei giovani proletari avevano reso quei giovani proletari sciocchi, presuntuosi, vanitosi, cattivi. E’ solo nella povertà che si manifesta sia pure illusoriamente la bontà dell’uomo”.

Ma la povertà, se non è una scelta, non rende buono nessuno.

Nel mondo di Pasolini, questo eterno maestrino, l’unica cosa importante è che i poveri stiano buoni e che i buoni stiano poveri. Le mille lire in più fanno male solo a loro. Ai borghesi e agli intellettuali evidentemente no; sono già abbastanza sciocchi, presuntuosi e cattivi e dunque, beati loro, non devono farsi tali problemi.

Arretrare, dunque, finché un rifiuto opposto a questo tipo di “sviluppo”, — e chi può opporvisi se non il marginale, o un terzo mondo non ancora arrivato a questa soglia? — non avrebbe offerto un’ancora di salvezza. Altrove, rifugi non ne vedeva: per questo Pasolini tornava, ostinatamente, in borgata e più gli sfuggiva, più vi tornava, tormentosamente.

La periferia pasoliniana sembra quella di Vittorini in “Conversazione in Sicilia”, in cui il genere umano sofferente è più genere umano: “Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato, e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame”.

Se ne fosse uscito vivo, oggi sarebbe dalla parte del diciassettenne che lo ammazzava di botte. Maledicendolo ma con lui perché era il suo mondo, queste erano le creature della sua vita più vera (“io li conosco questi giovani, davvero, sono parte di me, della mia vita diretta, privata”) in cui cercava, ostinatamente, una luce libera dallo “sviluppo”, dai valori del consumismo, del profitto, dell’appiattimento da essi indotto in cui ancora potevano prevalere i rapporti personali, non alienati, non passivamente accolti.

La sua era una visione unidimensionale come la società che criticava, vissuta come fine della storia, imbarbarimento, di fronte alla quale soltanto cercare di tornare indietro.

Cercava un rapporto autentico, ma non tesseva, invece, un rapporto mercificato? Cercava un rapporto libero e non ripeteva lui stesso — l’intellettuale ricco che arriva con l’Alfa e paga il ragazzo davanti a lui, socialmente e personalmente, tanto più fragile — un rapporto fra oppressore e oppresso?

Morte accidentale nell’inseguimento d’un fantasma, si potrebbe dire. Con soddisfazione per i più, con amarezza per chi di Pasolini aveva stima e rispetto.

Pasolini veniva da un mondo in cui la distinzione tra borghesia intellettuale e popolo non intellettuale, tuttalpiù culturalmente spontaneo, non era mai stata messa in discussione.

Gli intellettuali marxisti dell’epoca, influenzati dal maoismo predicavano la “scomparsa dell’intellettuale” la sua dissoluzione nelle masse, come fine auspicabile e soluzione finale alle loro angosce borghesi. Pasolini si commuoveva troppo della sua condizione di intellettuale per essere pronto a pagare il prezzo di una dissoluzione nelle masse, fino ad essere contrario a quella media unificata che voleva abolire e che per molti era stata l’unica porta verso l’istruzione superiore, la sua istruzione, quella di cui lui era fiero e dalla quale voleva proteggere il popolo, per non corromperlo.

Pasolini conquista le menti con il suo stile e con la sua assenza di stile, con il suo candore e la sua rudezza, con la sua profondissima cultura e le sue improvvise superficialità. Se era così ostile all’appiattimento dei comportamenti di massa cosa si dovrebbe pensare della sua intervista a “Il Mondo” del 1974?.

Leggiamo, “Ciò che più impressiona camminando per una città dell’Unione Sovietica è l’uniformità della folla. Non si nota mai alcuna differenza sostanziale tra i passanti nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di essere seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma nel modo di comportarsi”. E questa aggiunge “è una cosa meravigliosa” perché malgrado tutti gli errori, “il fatto che il popolo abbia vinto nel ‘17, una volta per sempre, la lotta di classe e abbia raggiunto l’eguaglianza dei cittadini, è qualcosa che dà profondo, esaltante sentimento di allegria e di fiducia negli uomini”.

Anche in Occidente, anche in Italia, continua Pasolini, si è colpiti dall’uniformità della folla; anche qui non si nota nessuna differenza sostanziale di vestiario di comportamento e di linguaggio corporeo, soprattutto tra i giovani. “Ma mentre in Russia ciò è un fenomeno positivo da riuscire esaltante, in Occidente esso è invece un fenomeno negativo da gettare in uno stato d’animo che rasenta il definitivo disgusto e la disperazione”.

Pasolini sta parlando della Russia di Breznev! e finisce affermando che in Italia ognuno sente l’ansia degradante di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice e nell’essere libero.

Veniamo ora alla sua feroce insistenza di vecchi fascisti e nuovi antifascisti che sarebbero oramai gli unici veri fascisti (cito da La Nuova Gioventù). Ora, era stata la Terza Internazionale, negli anni trenta a dichiarare che non c’era nessuna differenza tra fascismo e democrazia borghese, bloccando così qualunque alleanza tra gli antifascisti di sinistra e gli antifascisti liberali.

Chiunque ripeta, trent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, o se è per quello ancora adesso, che non c’è differenza tra fascismo e democrazia, che il fascismo non è mai finito, non solo ci sta dicendo che il fascismo ha vinto la guerra, ma peggio ancora lo assolve delle sue colpe specifiche.

Certo, la democrazia (ma bisognerebbe sempre specificare se socialdemocratica o liberista) non è un paradiso, ha i suoi aspetti omologanti e anche quelli di pura frustrazione, ma l’equiparazione rimane una bestemmia politica. Davvero Pasolini aveva ragione nel 1975 a dire che i giovani di sinistra e i giovani fascisti erano ormai la stessa cosa, nell’anno in cui il PCI di Berlinguer aveva raggiunto il suo più alto risultato elettorale nelle elezioni locali?

Montale diceva che di Pasolini non bisogna neanche parlare. Sanguineti ha affermato senza mezzi termini che fu un corruttore: “e io allora gli dico, ai sottoproletari di qui, di adesso, ma sul serio: quello che non vi hanno fatto gli Almirantiani, stateci un po’ attenti, ve lo stanno preparando i Pasolini. (Sanguineti lo scriveva in un articolo del 1973 scritto in risposta alla volutamente scandalosa recensione di Pasolini a “un po’ di febbre” di Sandro Penna, che cominciava con il celebre “che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo”.

In ultimo, per quanto riguarda la sua posizione sul ’68, non si può dimenticare la celebre, imbarazzante poesia poi sui fatti di Valle Giulia (il PCI ai giovani), con l’attacco agli studenti figli di papà e la difesa dei poliziotti figli di poveri. Pasolini vedeva nello studente il prodotto d’un ceto che può perfino “provare” la rivoluzione, cosa che al poliziotto, figlio di bracciante meridionale, non è permessa; e coglieva la parte minore della verità.

Avrebbe dovuto sapere che cosa fosse lo Stato, e in caso contrario leggersi “Stato e Rivoluzione” di Lenin dove si spiega chiaramente come fa un’infima minoranza di sfruttatori a dominare le classi sfruttate. Gli sfugge soprattutto quale funzione abbiano i poliziotti, figli di poveri, nella riproduzione di quello stato e di quella società. Pasolini questa poesia può averla rifiutata mille volte ma resta centrale nel suo canone.

Rimanendo al ’68 emblematico è anche il celebre articolo del 7 gennaio del 1973 intitolato: “ll discorso dei capelli”. In questa semiologia del corpo i “capelloni”, protagonisti dell’articolo, vengono interpretati non come la manifestazione dell’inquietudine dell’inconscio, non come il contrasto tra il corpo e il potere, ma come la sussunzione del corpo nelle reti del potere.

Da un lato il capellone entra in un rapporto di radicale antagonismo con il sistema; dall’altro vi appare completamente assoggettato: la critica “totale e intransigente” si capovolge infatti in un’adesione inconsapevole alla logica del potere. Il segno della protesta – i capelli lunghi – verrà rapidamente assorbito nel circuito della moda, perdendo ogni forza contestataria. Sarà, com’è noto, quella di Pasolini, una lettura controcorrente del ’68 che egli giudica come una “malattia verbale del marxismo”.

Fallendo il compito dell’eredità, i figli capelloni sono diventati, secondo Pasolini, solo prodotti di mercato, consumatori. In gioco, come si vede, è il rapporto tra le generazioni. L’opposizione rivoltosa al padre non promette mai nulla di buono.

Per Pasolini è possibile superare il padre – compierne davvero il lutto – solo assumendo in modo dialettico il debito simbolico che ci lega a lui. È proprio questo, secondo lui, l’errore fatale dei capelloni e dei giovani del ’68: la loro condanna radicale e indiscriminata dei padri, eretta come una barriera invalicabile, li ha in realtà isolati, impedendo qualsiasi rapporto dialettico con la generazione precedente. Eppure solo attraverso un confronto, pur drammatico ed esasperato, essi avrebbero potuto acquisire una reale coscienza storica di sé e davvero ‘superare’ i loro padri.

In conclusione, è vero che il capitale ci ha disumanizzato, che la conformazione ai suoi modelli è mostruosa, che scuola e televisione operano come strumenti del consenso. Tutto vero, ma anche molto parziale: perché ogni volta che Pasolini riconosceva queste verità scomode, questa ambiguità del presente, compiva un balzo all’indietro, verso un’umanità passata ritenuta non ambigua, invece di cogliere nel femminismo, nella scolarizzazione, nella critica radicale del ’68 e perfino nella tendenziale omologazione un principio – certo spurio, ma vitale – di possibile progresso sociale.

L’idea che questo itinerario si dovesse compiere fino in fondo, e di qui ritrovare il filo d’un mondo restituito all’umanità, era per lui impossibile. Sarebbe stato ancora più grande se avesse accettato di soccombere del tutto alla sua arte, resistendo al suo tempo senza combatterlo, anzi ignorandolo.

Avrebbe potuto essere un grande scettico, diventava, in senso classico, un “reazionario”.

LUCA PAROLDO BONI

28 novembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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