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Il portico delle idee

L’intrigante, misteriosa e sfuggevole esperienza dell’intuizione

Ne “Il concetto dell’angoscia” Kierkegaard coglie, se non l’essenza, almeno l’importanza dell’attimo come preciso istante ciclicamente presente nell’immediatezza del qui ed ora per descrivere, seppure in un contesto metafisico sfuggente, ciò che meglio ci restituisce la sensazione di una impotenza tutta umana: quella di non riuscire ad afferrare il tempo pur essendovi immersi e pur vivendolo o, se vogliamo, essendo da esso attraversati. Così come i pensieri: che vengono, vanno, si riaffacciano alla mente, divengono a volte ossessivi e paiono manipolarci mettendoci in una condizione quasi di estraneazione rispetto a quello che riteniamo dover “rettamente” essere.

Ma la rettitudine risponde più che altro ad una disciplina del “possibile“, del “concepibile” perché razionale, logico e interpretabile praticamente nel mondo in cui viviamo e che, se astratto dal contesto universale di un’esistenza incomprensibile, una sua parvenza di consequenzialità coerente degli eventi, delle situazioni; in una parola ha una sua rigorosa e sistemica sensatezza attribuibile, per l’appunto, alla “ragionevolezza“. Il rapporto di causa ed effetto quindi si sposa molto bene entro la cornice del razionale, perché – ce lo insegna Hegel – «Wer die Welt vernünftig ansieht, den sieht auch sie vernünftig an», ossia «A chi guarda il mondo razionalmente, il mondo si mostra razionale».

Speculare rapporto di reciprocità, ne conclude der professor. Ma, l’interpretazione soggettivamente umana della realtà, per quanto possa tradursi in una visione che tende all’oggettivo nella condivisione molteplice delle esperienze, resta inevitabilmente su un piano di logicità che non può affidarsi all’immediatezza dell’intuizione per poter essere più genuinamente appreso più che compreso. La comprensione è figlia di modi e tempi notevolmente più lunghi rispetto all’apprendimento che è, se non immediato, quanto meno molto afferente ad un rapporto di vicinanza estremamente breve tra l’accorgersi, l’entrare in contatto con una realtà e ciò che di rimando ne abbiamo.

Se una somiglianza anche vaga si può stabilire tra intuizione e processo conoscitivo, certamente questa risponde meglio all’incontro con all’apprendere piuttosto che con il comprendere, la cui esigenza primaria è l’approfondimento della conoscenza e, quindi, la sostanziazione della conoscenza stessa in quanto tale. Non si deve però ritenere, proprio leggendo e rileggendo Kierkegaard, che l’essenza dell’attimo intuitivo sia un qualcosa di non concreto, soltanto quindi immaginabile, quasi ascrivibile alla sensazione psichica soltanto ed, ergo, praticamente separato dal mondo sensibile, dalla naturalità dell’esistente. Proprio perché siamo soggetti pensanti, senzienti e autocoscienti, non possiamo non tenere conto del grande valore che ha l’immateriale (o il pensato in quanto tale) nella nostra esistenza.

Se lo ha per noi, dunque, se ne conviene che, dato il fatto che abbiamo un ruolo nell’essere (e nell’esserci), si può persino azzardare che una ontologizzazione di tutto ciò che è nell’immediatezza del singolo, breve, irripetibile istante, compresi i lampi fulminei dell’intuizione, non è poi così ereticamente ipotizzabile o, per meglio dire, asseribile. Nel dialogo su Parmenide, Platone discute di questa temporalità così ristretta o che, per lo meno, appare a noi tale rispetto a fenomeni riguardanti la nostra mente e la nostra vita materiale che si svolgono in varchi temporali ben più estesi ed estendibili secondo anche la volontà che ci riguarda primariamente.

L’intuizione viene, del resto, anche distinta da Kant rispetto al concepibilità intellettiva del mondo, di noi stessi, dei rapporti che intercorrono ogni giorno, ogni momento tra ciò noi siamo per noi stessi e ciò che noi siamo in relazione agli altri e al resto che ci sta intorno di volta in volta. Intuire vuol dire percepire un fenomeno, avere, molto più banalmente, “una idea” e soltanto quella in quel dato istante: la rappresentazione immediata di un qualcosa che ci arriva mediante la sensibilità e che stimola la nostra mente a produrre una invenzione, a creare da ciò che apparentemente sembra essere il “niente“.

Da ciò che già esiste si trae un ragionamento, perché vi si pensa e vi si ripensa. Ci si arrovella su ciò che empiricamente è dato alla nostra capacità di osservare, di toccare, di sentire, di percepire quindi mediante i sensi. Ma l’intuibile è, per quanto ipotizzabile, celato nella penombra di una misconoscenza che ha un retrogusto di ostilità manifesta: vorremmo sapere ma non riusciamo ad arrivare ad un dato punto di conoscenza. Quindi ci affidiamo alla formulazione delle ipotesi: alcune si rivelano vere, in quanto hanno un riscontro palese, oggettivo nella realtà da noi interpretata e definita secondo le nostre leggi di apprendimento del sapere e mediante il sapere stesso che ne diviene strumento e mezzo; altre si rivelano invece irriscontrabili con la realtà e le chiamiamo, quindi, false.

Un ragionamento, quindi, nella lunghezza di una sperimentazione, che ha bisogno di tempo, può essere vero o falso a seconda se esca dalla plausibilità ed entri nella concretezza del verificabile e del riscontrabile, oppure no. Ma l’intuibile è un a priori che non può trovare una simile verifica oggettiva. Semplicemente perché l’intuizione – come afferma Kant – è una forma veramente particolare di rappresentazione (che il filosofo di Königsberg definisce vorstellung“) di una realtà che deve trovare ancora una sua collocazione nell’immediato stesso su cui pare ragionare istantaneamente e, dunque, istintivamente. Non c’è, in apparenza, traccia di premessa empirica nel processo intuitivo. Ma, almeno logicamente, pare impossibile affermare che, senza pregressa conoscenza, senza esperienza, si possa intuire.

Non fosse altro perché l’intuibile, se gli si deve trovare una collocazione “logica“, necessariamente deve poggiare su ciò che lo rende tale: ciò che viene prima e che, quindi, appartiene al piano della pre-esistenza rispetto all’immediatezza dell’attimo presente in cui si intuisce. Senza ciò, l’intuibile si fonderebbe davvero sul “niente” im-materiale. Volendo metaforizzare un po’, il lampo dell’intuizione viene comunque prima del tuono dell’intùito. Del rapporto tra intuizione libera (che viene definita “pura“) e conoscenza poi volontaria ne scrive ampiamente Benedetto Croce, soprattutto quando, nel 1908 partecipa al Terzo Congresso internazionale di Filosofia nella città tedesca di Heidelberg.

In quell’occasione, il massimo filosofo italiano del momento, teorico e pratico del liberalismo, espone alla platea un saggio dal titolo: “L’intuizione pura e il carattere lirico dell’arte“. Bisogna fare attenzione a non confondere la purezza qui richiamata da Croce con l’incontaminazione, con l’autenticità di una pulizia, di un verginale candore. Come poco sopra scritto, purezza qui è sinonimo di libertà, di possibilità senza limiti per un processo intuitivo che prescinde quindi da qualunque condizionamento tanto psichico quanto materiale; pur non disconoscendo il fatto che l’intuizione è tanto un fenomeno psichico quanto, poi, nell’appena post-intùito, anche squisitamente afferente alla realtà materiale.

Croce intuisce molto bene l’intuizione stessa (si perdoni lo sciocco gioco di parole…) e scrive che «l’intuizione pura non producendo concetti, non può rappresentare se non la volontà nelle sue manifestazioni, ossia non può rappresentare altro che stati d’animo. E gli stati d’animo sono la passionalità, il sentimento, la personalità, che si trovano in ogni arte e ne determinano il carattere lirico». Ecco che una delle migliori forme di intuizione che riguarda la nostra interiorità diviene quindi, per fare un esempio, la poesia che è espressione tanto dell’inconscio del suo creatore quanto dell’esperienza che egli ha tratto dal suo rapporto con il mondo. C’è, dunque, un lirismo, un tratto del tutto spirituale che sembra riguardare l’intuizione.

Questo non la pone necessariamente in relazione stretta con la metafisica e con l’ultrasensibile, perché, nonostante anche dalle intuizioni si possano trarre più rappresentazioni della realtà piuttosto che analisi concrete sulla stessa, il fenomeno è comunque una produzione materiale del nostro cervello con la mediazione della nostra mente. Qui si pone semmai il contrario rispetto alle asserzioni un po’ malevole sul grado di conoscibilità del reale dato dall’esperienza dell’intuizione: Aristotele ne fa il cuore di una conoscenza molto più affinata e certa rispetto alla razionalità sillogistica che prende spunto dall’esperienza sensibile. Come abbiamo visto, Kierkegaard immette nell’attimo intuizionistico un che di misterioso in cui risiederebbe la ragione di quello che, più laicamente rispetto al filosofo danese, potremmo definire il Grande Mistero.

C’è, dunque, nell’intuizione una sorta di primordiale essenza dell’animo umano? C’è correlazione tra materialità cerebrale e immaterialità psichica? Oggi si parla di “interdipendenza” e più che oggettivamente, visto che scientificamente sappiamo del gran numero di interazioni elettriche che sono sviluppate nel nostro cervello e che sono il frutto degli scambi sinaptici: nel momento in cui premiamo i tasti di un computer per scrivere, come in questo preciso istante, noi esprimiamo una volontà che si è già manifestata nel nostro organo pensante e cosciente. L’intuizione è parte di questi processi biologici.

Ma il fascino delle questioni filosofiche che le gravitano ancora intorno rimane tutt’ora graniticamente inattaccabile: perché appartiene ad una serie di eterogenesi dei fini che sono premessa e conseguenza, causa ed effetto delle nostre azioni, del nostro essere che muta di continuo. Scrive ancora Croce a questo proposito: «La conoscenza ha due forme: è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l’intelletto; conoscenza dell’individuale o conoscenza dell’universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è insomma, o produttrice di immagini o produttrice di concetti» (da “Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale“, 1902). Non vi è quindi una univoca possibilità di conoscere, ma una molteplicità tanto nell’apprendere quando nel più meticoloso, circostanziato e lungo processo del comprendere.

MARCO SFERINI

1° febbraio 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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