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Scienze

L’Intelligenza artificiale, immensi profitti a scapito della natura

Alla contea rurale di Box Elder dello Utah, uno Stato del centro-ovest degli Stati Uniti, è stato rivolto un mega progetto di data center per l’intelligenza artificiale (IA). Il progetto Stratos comprende due siti e una centrale elettrica ed è complessivamente ampio 160 chilometri quadrati, un’area più del doppio della capitale degli USA, Washington D.C. oppure dell’isola di Manhattan, sulla quale sorge in parte New York.

Si tratterà di uno dei più grandi data center del mondo. I tre immensi edifici sono stati approvati dai commissari (assessori, diremmo in Italia) della contea in soli cinque mesi, senza alcuna valutazione dell’impatto che genererà sullo Stato e con la motivazione che ha anche un’utilità militare. Da qui la sinergia con la preesistente zona sotto la giurisdizione di una Military Industrial Development Authority.

Il consumo di energia sarà grandissimo: si presume 9 gigawatt, una potenza doppia di quanto l’intero Utah consuma attualmente. Userà anche tantissima acqua, un stima di 16,6 miliardi di litri di acqua all’anno, necessaria per far funzionare le turbine dell’impianto. Tutto ciò in una zona colpita da una grave siccità negli ultimi anni. Attingendo l’acqua dai suoi immissari, e promettendo di restituirla dopo l’uso (sic), metterebbe in discussione la capienza del Great Salt Lake, e anche il suo ecosistema, che comprende anche un habitat di uccelli migratori già in difficoltà di vita.

L’area, sebbene sia quasi disabitata, nei dintorni della cittadina di Howell che ha 250 abitanti, non è poi così lontana dalla capitale dello Stato che prende il nome dal lago, che se ulteriormente seccasse, potrebbe produrre una futura grande dispersione di polveri. Quattromila cittadini hanno fatto ricorso al progetto presso la Divisione Acque Pubbliche dello Utah per sottrarre al mega impianto i diritti idrici su un affluente del Lago. Mille persone hanno partecipato alla riunione della commissione del 4 maggio scorso per esprimere la loro opposizione.

La procedura di voto dei tre commissari è stata sconcertante: dopo aver illustrato, senza possibilità di contraddittorio, quelli che reputavano essere gli aspetti positivi del progetto (la creazioni di posti lavoro – non si sa quali sarebbero i permanenti – e la necessità di competere con la Cina nell’essenziale settore dell’IA) sono fuggiti in una sala sul retro del salone dell’assemblea pubblica per poter fare tranquillamente il loro voto favorevole e unanime.

Tralasciando qui gli altri grandi aspetti negativi dell’uso padronale dell’intelligenza artificiale, prodotta da pochi intimi per i loro grandissimi profitti ed evidenti scopi, che metteranno progressivamente in discussione l’occupazione lavorativa in interi settori e la privacy dei dati sensibili, si deve notare che i grandi data center dell’IA hanno un impatto energetico grandissimo: i più grandi di essi consumano quanto una piccola/media città, anche se molto spesso le aziende negano ai governi locali i dati che consentirebbero una valutazione indipendente del loro impatto finanziario, ambientale e sociale: come le quantità di elettricità e di acqua utilizzata (per il raffreddamento dei macchinari), l’inquinamento acustico incessante dei motore a getto emesso dai refrigeratori d’aria industriali e la crescita esponenziale delle bollette per i massicci aggiornamenti richiesti alla rete elettrica.

E sono anche, affamati come sono di energia, una delle principali motivazioni di provvedimenti antiecologici di Trump come il ritorno delle centrali a carbone per supplire alla scarsità di altre fonti (come il gas naturale, di cui si nutrirebbe questo impianto dello Utah).

Inoltre essi sono antitetici all’urgenza di combattere il cambiamento climatico: è stato dimostrato anche nella discussione sorta in quella remota contea (in cui sono state presentate dalle associazioni ambientaliste opinioni sul fatto che il gigante aumenterà le emissioni dello Utah del 50%) che i ventilatori per raffreddare i tubi molto caldi produrranno ondate di calore che potrebbero aumentare le temperature diurne nella valle circostante fino a quasi 3 gradi e le temperature notturne fino a 7 gradi (lo afferma uno studio del professor Rob Davies, docente di fisica presso la Utah State University).

Una consistente parte della popolazione ha presentato una domanda per un referendum ostativo del progetto a cui servono solamente 5.422 firme da elettori registrati nella contea nei prossimi 45 giorni per arrivare poi al voto a novembre.

La zona scarsamente abitata era stata sicuramente scelta per evitare contestazioni (anche per la presenza dei militari?). E quelle avvenute sono state accusate di essere “esterne”, oltre che finanziate dal governo cinese (sic). Come se la sopravvivenza locale dei corsi d’acqua, del lago e delle specie di flora e fauna protette (e più in generale del clima del nostro pianeta) potessero essere sacrificate agli immensi profitti di pochi.

Al momento, di fronte agli ostacoli, le ultime notizie sono che i richiedenti dell’area che è stata richiesta per i siti e i diritti dell’acqua, e anche il suo proprietario, paiono ora intenzionati a fare un passo indietro. Magari per farne poi due avanti, magari con le “solite” compensazioni ad alcuni, appena gli ostacoli ai loro profitti si facessero meno coesi e l’acqua fosse recuperabile presso fonti diversificate (ciò che ovviamente non diminuisce l’impatto complessivo sulla preziosa risorsa).

Nel contempo, nel sito dei promotori, sotto il titolo “la valle delle meraviglie”, sono stati pubblicati alcuni rendering che magnificano l’opera. Anche in altri Stati dell’Unione sono in progetto simili immensi data center. In Michigan, la proprietà del data center “Stargate” da 16 miliardi di dollari ha adito una causa contro un’intera comunità rurale dove non solo i cittadini ma anche le istituzioni hanno rifiutato il progetto. Nella parte settentrionale dello Stato della Virginia, dove sono già molto presenti efficaci connettività e grande infrastrutture (e anche incentivi fiscali alla localizzazione dei data center), grandi mobilitazioni di popolazione stanno ritardando progetti per 46 miliardi di dollari e ne hanno già bloccati altri per 900 milioni di dollari.

La crescita dei data center negli Stati Uniti è stata sostenuta dall’amministrazione di Trump e dall’industria dell’IA, che è delle grandi finanziatrici del suo progetto politico. Ciò malgrado in molte zone del Paese anche rappresentanti del Partito Repubblicano siano dalla parte degli oppositori. È evidente che chi controlla tali infrastrutture aggira quel poco di democrazia che ancora esiste nelle istituzioni elettive, ponendo un problema di democrazia ancor più grande dei data center che vogliono costruire.

EZIO BOERO

22 maggio 2026

foto: elaborazione propria


Fonti principali:
D.B.Martinez, A massive AI data center transforms rural Utah into a national flashpoint, Peoples Dispatch, 5.5
O.Milman, ‘Irresponsible’: backlash as Utah approves datacenter twice the size of Manhattan, The Guardian, 13.5

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