Considerando proprio la levitazione dell’esistenza come un qualcosa di tutt’altro che effimero e, quindi, di insostenibile al solo peso specifico dell’aria, Italo Calvino prendeva spunto da quello che, molto a ragione e molto poco a torto, sarebbe divenuto il capolavoro di Milan Kundera per descrivere la gravità della vita anche in quegli aspetti che possono invece risultare diversamente tristi accadimenti che ci capitano ogni santo o più laico giorno. “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (Adelphi, con ben 27 edizioni dal 1985) dello scrittore boemo diveniva così il presupposto per considerazioni tanto sulla caducità di ciò che noi siamo, quanto dell’interezza che ci comprende e ci impedisce di separarci da essa.
Chiosava Calvino a questo proposito che il romanzo di Kundera «è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere: non solo della condizione d’oppressione disperata e all-pervading che è toccata in sorte al suo sventurato paese, ma d’una condizione umana comune anche a noi, pur infinitamente più fortunati». La Cecoslovacchia fa da sfondo a questa trama piuttosto volubile di trii e quartetti di amori, di scene in cui la tentata stabilizzazione di un rapporto amoroso si va a scontrare con tutte le convenzioni del caso che le necessità ineluttabili della mediocrità di Stato pongono ad una società irregimentata nelle regole e in tanti, tantissimi pregiudizi.
Il ribaltamento dell’engimatico titolo è geniale! L’ineluttabilità anzitutto: non c’è scampo, non c’è proprio via di alcuno scampo dalla vita bassa, cialtronesca, immedesimatasi nel compiacimento di sé stessa come elemento di straordinarietà che brilla soltanto se la si astrae proprio dal suo contesto e rifulge nella complessità dell’esistente divenendo, a paragone dell’immensità ignota e indicibile dell’Universo, allora sì più che leggera: proprio eterea. Ma se si ripiomba nell’esistente di ogni giorno, nella vita del medico, dell’amante, dell’amante dell’amante e così via, le convenzioni imperversano e si presentano quasi uguali a sé stesse in ogni rapporto umano.
Kundera è attraversato da un’angosciosa considerazione proprio sull’incommensurabilità dell’uguale a sé stesso in un infinitudine temporale che spiazza e se lo pone senza mezzi termini: «L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?». Più che ad una catena di miliardi e miliardi di déjà-vu, qui siamo in presenza di una ciclicità dell’esistenza in un esistente che, almeno nel suo primo aspetto materiale primitivo (dalla teorizzazione del Big Bang in avanti) non è mai veramente uguale a sé stesso.
Tuttavia non è solo una sensazione che ha del metafisico a proporre la monotonia del non senso dell’esistenza in questa continua ripetizione di emozioni, fatti, voglie, desideri, aspirazioni, cose, persone, nature più o meno vive, morte e lasciate alla rigenerazione dell’oggi e del domani. C’è una volontà che permane, che è quella dei protagonisti del romanzo: pur piegati dagli eventi, costretti ad asfissianti rapporti di pseudo-amore, non riescono a ribellarsi alle convenzionalità sociali e, più di tutto, ai propri rapporti inconsci che li indirizzano verso una devastazione interiore, un logoramento delle passioni che si fa perversione quasi dogmatica, perché non la comprendono ma la subiscono quasi.
Senza farsi, quindi, troppe domande. Ma sapendo di soffrire e di far soffrire. Ma piuttosto che abbandonarsi alle decisioni e, quindi, cambiare il corso dei propri eventi, Tomáš, Teresa, Sabina, Franz giocano una partita senza scopo se non quello di trovare quell’equipollenza che li faccia stare in bilico, che li renda per qualche attimo capaci di una serena atarassia che non disconosca e allontani l’amore, vissuto come leggerezza di un essere altrimenti tanto grave, tanto pesante, tanto insopportabile. Eppure anche il più singolare dei sentimenti, soggettivissimo e particolare, non riesce a sfuggire all’eternità di un ritorno che lo ripropone uguale e ugualmente contrario a sé stesso.
La radicalità del nichilismo di Nietzsche si riverbera nelle bellissime pagine del romanzo di Kundera che non ha una linearità temporale logica, non segue uno scorrere degli eventi, ma li tiene a volte in sospeso, ne fa delle analisi tanto sociali quanto civili e racconta della tragedia di una intercapedine tra le guerre e le tentate primavere di un popolo oppresso dai cingoli dei carri armati sovietici. Il sogno del “socialismo dal volto umano” si spegne; si scontra con l’immenso apparato burocratico di una ragion di Stato che ha ben poco a che vedere con quella leggerezza della felicità che è il tentativo di andare al di sopra del grigiore esistenziale in un’Europa che ha ormai il sapore del dramma permanente.
La rettilineareità dell’esistenza, il suo protendersi verso un infinito che non è possibile nemmeno scorgere di un po’, non lascia alcuna speranza all’essere veramente felici, perché – scrive Kundera – «la felicità è desiderio di ripetizione». Come per i sapori più forti, eccitanti: salato e dolce, sapidità e scipitezza. Anche i gusti amari colpiscono il palato, ma di più lo pervadono e lo rendono voglioso di riavere quel gusto tra le papille i pizzichii, le stimolazioni di ciò che ha qualcosa di “forte” da offrire. Uno stimolo a volere nuovamente, a ripetere, per l’appunto, per provare nuovamente desiderio e, pornomanamente, desiderio del desiderio. L’aldilà dello stesso, quella che Carmelo Bene definiva “la voglia della voglia“.
Il quadrilatero amoroso del romanzo è un pretesto per il raccontare dell’autore, dietro i chiaroscuri della sua ombra di narratore che rimane un passo indietro ma che, al tempo stesso, fa piccolissimi passi in avanti senza mai andare oltre l’illecito che romperebbe l’incantesimo dello scorrere dei tanti intrecci che si consumano tra questi uomini e queste donne costrette in un tempo apparentemente imbelle e, invece, concretamente immerso in nuovi scontri di presunte e presuntuose civiltà. Qui si trova il punto di eccellenza del capolavoro kunderiano: nel ricercare il possibile gli vuole sistematicamente fuggire per un superomismo che è sedotto dall’eterno ritorno dell’esistente e dell’esistenza nello stesso.
Ne ha timore, ma ne ha anche esaltazione. La solitudine del dolore la conoscono tanto Teresa quanto Sabina, ma la vivono in modo molto differente: la prima subisce i tradimenti dell’amato, la seconda subisce l’impossibilità propria di creare un qualche legame che abbia un minimo di riconoscibilità come tale, di stabilità, di forsennata dimensionalità in uno squilibrio persistente di emotività che disarciona da qualunque equestre posa in fronte al comune dilagare dei sentimenti altrettanto comuni. Il romanzo di Kundera, a questo punto, potrà apparire “eccentrico” ma non lo è affatto. Non vuole allontanarsi dal punto focale di irrimediabilità dell’essere: la considerazione della leggerezza, quindi, è necessaria per galleggiare in una aria che si sovrappone ai malesseri individuali e sociali.
Ma non è fuga dalla realtà: è vita vera, in quanto è quell'”Ineluttabile Pesantezza” a cui Italo Calvino ha riservato le maiuscole, ontologizzando inavvertitamente il concetto, di cui ci si trascina appresso la catena del ricordo (altra metafora nietschiana) in un percorso in cui gli ostacoli sono determinati dalla perturbabilità di emozioni che paiono ancorate al presente ma che sono un qualcosa che ci appartiene in quanto eredità del passato. Nemmeno nell’amore, quindi, possiamo affermare di essere ciò che noi sentiamo di essere? Noi siamo noi, oppure no? Siamo vissuti o siamo protagonisti del nostro essere, per quanto leggero possa apparire, del nostro vivere? La scoperta della mutevolezza delle sensazioni non ci guarisce dalla prigionia in cui ci troviamo.
La tortura di una coscienza che sa di essere e che, al contempo, non può sapere cos’è l’essere, cos’è ciò che è e che ciclicamente – secondo i sofisti e secondo Nietzsche – ritorna: dalla Natura che si ripropone con le sue leggi e dinamiche uguali, a noi esseri coscienti che ci poniamo tutte queste domande e, spesso e volentieri, lo facciamo per lenire un po’ l’angoscia, la depressione, la ritualità anche del pensiero stesso, cercando una qualche tutt’altro che comoda via d’uscita. In fondo si può leggere Kundera in due, forse anche in più modi: come un semplice romanziere di tormentati amori e di altrettanto ginepraiche vite, oppure come un produttore di immagini individuali (i suoi quattro personaggi) che non vogliono somigliare a niente.
La particolarità delle pagine kunderiane sta anche nella ricerca, attraverso la superficialità dei rapporti amorosi o pseudo tali, dei metodi con cui approcciamo la realtà: tanto quella soggettiva di ciascuno, quanto quella più propriamente oggettiva del vivere in comunità, dell’essere parte di un tutto. L’amore non è leggerezza, è impegno, è “pesantezza” in quanto è un fardello atlantide sulle spalle di chi ricerca la bellezza del sentimento nella condivisione delle emozioni. Ciò permette di assottigliare la durezza dell’inconscibilità della vita, del suo non-senso e, per lo meno qui ed ora, ci regala un significato che non va oltre la volta celeste, oltre la prossimità del cielo diurno. L’indagine di Kundera è nella profondità psichica dei suoi quattro amanti.
Condizionati dalle vicende dell’attualità storica in cui si trovano, tutto appare più sensato e privo di un legame con le domande ultramillenarie su chi siamo, se siamo soli nell’Universo, se c’è un fine riguardo tutto questo. L’eterno ritorno di Kundera è, in fin dei conti, proprio una altalena tra leggerezza e pesantezza: una alternanza di sensazioni e di emozioni con cui ci relazioniamo ogni giorno e di cui non possiamo fare a meno. Non sarà la soluzione del Grande Mistero, ma è, per lo meno, un altro modo per lanciare sul tavolo verde dell’esistenza i dadi di una fortuna con cui, diceva Einstein, Dio non gioca.
L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE
MILAN KUNDERA
ADELPHI, 1985 ed edizioni successive
€ 25,00
MARCO SFERINI
13 agosto 2025
foto: particolare della copertina del libro
Leggi anche:















