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Marco Sferini

L’inesistenza della democrazia sostanziale: oggi più che mai

Ponendo attenzione a quelle che sono le dinamiche sempre più convulse sia della politica italiana sia di quella europea, viene da domandarsi quanto il valore rappresentato dalle conquiste democratiche sia ancora presente tanto nelle istituzioni quanto nella più diffusa sfera sociale. Non si tratta più di affermare dei princìpi, visto che di questi se ne appropriamo con grande disinvoltura quelle destre neonazionaliste che da sempre hanno manifestato una chiara ostilità nei confronti della dialettica tra poteri equipollenti e di un riferimento del potere e della sua rappresentazione presso un popolo da cui proviene la sovranità.

Ma se la compiutezza democratica si realizza nell’affermazione dell’uguaglianza sociale, civile ed anche culturale e morale di tutti i cittadini, se in questo contesto trova il suo inveramento l’esaltazione delle differenze proprio nell’interesse della crescita di un intero paese, allora è piuttosto tristemente facile osservare che in questa fase multipolare, in cui la globalizzazione è affidata ad una contesa tra differenti poli che emergono sulle macerie della vecchia impostazione della Guerra fredda, la tanto data per scontata solidità delle democrazie è, se non superata, certamente molto, molto in crisi.

Alcuni eminenti studiosi del nostro tempo hanno giustamente coniato come termine quello di “democrazia malata“, individuando anzitutto nell’alterazione profonda dei fondamentali pesi e contrappesi che dovrebbero riguardare i poteri (e la loro relazione con i regimi economici dominanti…), il sintomo eclatante di uno squadernamento complessivo degli impianti tanto istituzionali quanto sociali. Quelli di più fedele scuola marxiana hanno osservato che dalla frammentazione e dall’inedia sempre maggiore delle vaste platee popolari in cui aumenta una condizione di neopauperismo prende forma la più grave crisi per la democrazia moderna.

Ed è anche molto improprio parlare al singolare quando ci si riferisce al fenomeno democratico: è un vizio tutto occidentale che, nel presente revanchismo sovranistico-populista, crede ancora di poter essere l’interprete a tutto tondo, senza sbavature alcune, di un concetto unico di democrazia. Anzi, della Democrazia con la maiuscola, quella per antonomasia, quella storicamente intesa, quella proveniente addirittura dalla grande tradizione ellenica. Ma, se la sovranità popolare è la prima tra le caratteristiche fisiognomiche della democrazia tout court, pare piuttosto oggettivo il fatto che, venendo progressivamente meno la partecipazione attiva alla vita pubblica, il sistema entra in profonda, strutturale crisi.

Della democrazia si dovrebbe parlare rigorosamente al plurale. Soprattutto oggi, visto che mai come in questo periodo – di ormai piuttosto lunga durata – sono chiarissime le differenti declinazioni che si vanno registrando in seno ai regimi che si definiscono democratici e che non lo sono. Purtroppo non esiste una scala di valori politici, sociali e civili con cui valutare eventuali sanzioni per chi trasgredisce dal mettere in pratica i canonici fondamenti del “potere popolare” sempre più impropriamente inteso e dato da intendere… Ma se esistesse e se si rifacesse ad una sincretica sintesi tra originaria ispirazione greca, fase illuministica e modernità attuale, il novanta percento delle democrazie attuali ne sarebbe fuori.

La concezione politica della partecipazione viene oggi venduta dai comizianti di turno come ricca scelta di variabili non più ideologiche, ma prettamente riconoscibili nella plasticità del corpo e della sua manifestazione visiva ovunque e comunque rappresentata dal capo, dal o dalla leader. La proporzionalità del voto, la sua traduzione nella composizione delle Camere pari pari a quella che un tempo era una volontà popolare quietamente rispettata perché permetteva una governabilità affidata al pentapartito, si è venuta impietosamente marcescendo sotto il peso dell’innovazione di programmi che puntavano al “governismo” senza alcuna soluzione di continuità, sul modello americano.

Un modello che, guardandolo con le lenti del presente, non ha nulla da insegnare ad un mondo che sceglie altre strade.  Non che siano migliori, ma l’esigenza di una alternativa a quella che la Storia ci ha insegnato a recepire come la prima messa in pratica della democrazia teorica e teorizzata dagli illuministi europei, si è via via fatta strada dopo il crollo delle mitologie antitetiche del liberalismo da un lato e del socialismo (ir)reale dall’altro. Non c’è dubbio che, sulla carta, Stati come quello russo siano delle repubbliche e, quindi, dovrebbero avere come naturale propensione l’applicazione dei valori democratici. Ma nei fatti sono delle autocrazie che rischiano di scivolare in monarchie personali.

Così è pure per altri paesi in cui i presidenti governano da decenni e decenni: dalla Turchia alla Bielorussia, dai regimi teocratici come quello iraniano alle impenetrabili frontiere nordcoreane. Qui si può sguazzare con agio nell’interpretazione anche lessicale di appellativi come “dittature” che si esprimono entro il perimetro di repubbliche presidenziali o semipresidenziali, in cui, comunque, la centralità dei parlamenti è messa da parte e le elezioni sono una proforma che non ha alcun valore se non quello di mantenere la sola parvenza di una pluralità di idee e proposte che, nei fatti, viene negata da chi esercita il potere esecutivo.

In Europa l’esempio più clamoroso è quello ungherese: il regime di Orbán può anche essere scambiato per una democrazia, ma è incompatibile con quello che veramente è l’ABC di una forma repubblicana e democratica di Stato entro il contesto più ampio dell’Unione Europea. Un’Unione, del resto, che ha trovato come primo presupposto per la sua natura confederatrice non nell’amalgama sociale, civile e culturale, ma nello stabilimento di un’unica moneta per i paesi aderenti (e nemmeno per tutti). Paradossalmente, oggi si riscontra la presenza di regimi autoritari più nelle repubbliche rispetto alle monarchie. Si è capovolta la Storia…

A meno di non riferirsi a regimi reali, principeschi o imperiali in cui la funzione del sovrano è quella di una rappresentanza istituzionale da capo dello Stato che “regna ma non governa“, l’antica dicotomia tra monarchia e repubblica risiedeva proprio nella formulazione di due essenziali princìpi non aggirabili in alcun modo: uguaglianza e disuguaglianza. Il re è al di sopra dei sudditi almeno fino alle rivoluzioni seicentesche e settecentesche di Inghilterra e Francia. Prima del taglio della testa di Carlo I e di Luigi XVI l’assolutismo era un impenetrabile, insindacabile, incensurabili metodo di governo dipendente da una sola persona.

La monarchia, dunque, ma già a partire dall’intendimento che ne avevano gli antichi romani (che cacciarono i re e instaurarono la res publica nell’Urbe), figurava un potere in cui la democrazia era impossibile anche solo da concepire perché metteva in netto contrasto il potere di un solo uomo (o di una sola donna) con quello invece delle assemblee (anche ristrette) di più persone che rappresentavano i ceti più abbienti: si pensi alle repubbliche marinare, a Venezia, a Genova, ma anche ad altre forme di signoria come quella fiorentina. In molti casi l’idea della spartizione del potere è stata presente nei regimi repubblicani, ma si è fatta strada solamente da pochissimi secoli.

Oggi, a distanza di soli tre secoli da quello dei Lumi, noi ci ritroviamo qui a scrivere e discutere di una tenuta delle moderne democrazie innanzi a tensioni che spingono verso nuovi regimi autoritari pur formalmente tolleranti la divisione dei poteri, ma dove, ad esempio, l’esercizio della funzione magistratuale è vissuta come un fastidio se intralcia il cammino dei governi, se interviene per far rispettare le regole comuni e se nel mancato rispetto rientrano capi di governo, ministri, sottosegretari, deputati, senatori della maggioranza. Il ruolo dei giudici e dei pubblici ministeri, così, diviene quello tipico degli Stati di polizia.

Dallo spionaggio consentito nei confronti di molti cittadini, ed anzi incentivato dagli esecutivi come espressione del buon funzionamento dell’ordine pubblico, alla repressione del dissenso il passo è molto più che breve. Lo si è visto qui in Italia proprio con i casi riguardanti i giornalisti spiati con tecnologie che sono quelle affidate ai servizi segreti e che non potrebbero essere utilizzate in alcun modo senza l’autorizzazione di un giudice. Tutto questo è chiaramente incompatibile con la democrazia, con il rispetto delle opinioni di ciascuno e di tutti; ma può prendere campo, può manifestarsi sempre più ossessivamente proprio nel momento in cui la priorità è la “tenuta” complessiva del Paese.

Proprio nel nome della “governabilità” si è passati – come si faceva cenno prima – dal sistema proporzionale per il voto di elezione del Parlamento al sistema maggioritario e, decennio dopo decennio, venendo sempre meno la partecipazione al voto stesso, si è regalata ad una minoranza politica la maggioranza dei seggi per poter approvare qualunque legge e per convertire i tanti decreti legge di governi che hanno finito col trattare le Camere come dei notai obbligati (ma nemmeno poi tanto, vista la condiscendenza dei partiti che li supportano) a prendere atto della volontà degli esecutivi stessi.

La democrazia è, francamente, davvero altro rispetto a questa perversione cui è stata sottoposta. La sua malattia va ricercata nelle trasformazioni economiche globali, nell’aspra concorrenza tra i poli emergenti e nella debolezza di un sistema politico che non vuole essere in grado di fronteggiare le richieste delle classi dominanti perché vi si è dedicato in cambio della permanenza al potere e, soprattutto, di prebende concesse ad ogni giro di legislatura. L’evidenza di questa corruttibilità diviene pressoché un qualcosa di chiaramente oggettivo anche per chi ha avuto il massimo della fiducia nei nuovi autocrati. Le contraddizioni del sistema capitalistico sono inevitabili e, quindi, anche i miti come quello trumpiano, prima o poi, sono destinati a venire meno.

Al momento affrontano invece l’apice di un successo internazionale per via della capacità di presenzialismo del presidente-magnate nella corsa alla finta pacificazione di conflitti da cui scaturiranno le occasioni d’oro di far fare affari alle aziende che metteranno le mani sulle ricostruzioni di interi territori devastati da anni di bombardamenti. Ma tutto questo avviene, si badi bene, sotto l’effige antica della democrazia: formalmente tanto gli Stati Uniti d’America quanto Israele e pure l’Ucraina sono delle “repubbliche democratiche“. Presidenziali, certo, ma in cui Congresso, Knesset e Verchovna Rada hanno pur sempre il loro posto di legislatori.

Quindi, di democrazie si può parlare, sapendo bene che molte di queste sono davvero qualcosa di sofisticato, di molto lontano dal concetto originario che si fa studiare a scuola, che ci tramanda la Storia. La “democrazia” in sé e per sé rimane una specie di idea platonica affidata ad un iperuranio in cui almeno lì, nell’immaterialità, può riconscersi in quanto tale. L’unica vera, concreta traduzione di democrazia nel mondo di oggi e di domani non può che essere quella che i movimenti chiamano “dal basso“. Infatti, fino a qui abbiamo trattato sì delle democrazie, ma tutte verticistiche, in cui la divisione dei poteri rimane ma è piuttosto effimera.

La nostra Costituzione la prevede, la contempla ma, vista l’inapplicazione voluta in tante sue parti, a cominciare da quelle del rispetto della vera volontà popolare mediante la proporzionalità del voto, non riesce a realizzarla compiutamente. Non da oggi, certo, ma oggi soprattutto.

MARCO SFERINI

11 dicembre 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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