Connect with us

Hi, what are you looking for?

la biblioteca

L’immoralista

Quando capita di trovarsi in una sala di attesa nello studio di un medico oppure, più ancora, in una di ospedale o in una camera di un reparto, il mal comune sembra avvicinare gli esseri umani, sospendendo giudizi e pregiudizi, ascoltando le storie degli altri e, riconoscendovisi in parte o in tutto, esporre anche la propria, condividendo quel male che, spesso, ci sembra (o invece è…) insopportabile, incontenibile solo per noi stessi. Si mette in moto così un meccanismo di sovvertimento delle convenzioni civili e sociali. Si oltrepassano i riti e ci si apre ad una onesta semplicità, ad una cristallina sincerità che, altrimenti, sarebbe occultata, repressa, dismessa il più delle volte.

I motivi sono tanti: siamo abituati a reprimerci e a non far venire fuori ciò che realmente siamo, e che sedimenta nel nostro inconscio, nei desideri inespressi tramutati in disagio, in angoscia, in ansia, panico, in mille forme nevrotiche. Ce lo impone una impostazione collettiva, un conglomerato di reputazioni, di apparenze, di mantenimento dell’orgoglio da un lato e della buona creanza dall’altro; lo dispone altresì un onore da preservare e mantenere il più intatto possibile: chissà cosa direbbe la gente, altrimenti! Per secoli tutto questo è stato scambiato come il migliore modo per aderire ad una “normalità” quasi costituzionale dell’ambiente in cui ci si trovava catapultati dopo la nascita.

La moralità, quindi, è il presupposto etico fondante di una società che si detta delle regole che non possono altrimenti essere contraddette, disattese e, dunque, violate se non dando quel necessario “scandalo” che affonda le sue radici nel disvelamento di tutta una serie di naturali propensioni dell’animalità umana, circondate da un sacrario ornamentale di belle maniere, altrimenti dette “buon costume“, “buona creanza“, “educazione“, “civiltà“. Sfuggire all’opprimente iperpuritano armamentario del seguire senza fiatare l’ottimo esempio dei nostri padri e dei nostri più remoti antenati, è quindi la missione dell’immoralista, di colui che ad un certo punto della sua esistenza borghesemente grigiastra ha come una folgorazione.

L’illuminazione su una qualunque via di Damasco è possibile quando un elemento estraneo penetra nella nostra vita quasi proditoriamente: ma tutto è tranne che un assassino a sangue freddo, un tradimento inaspettato. Semmai è il principio della fine di un percorso occludente la vera natura che ci abita e che ogni giorno comunica con noi mediante le oniriche visioni notturne, mediante i disagi più incomprensibili a cui solo la psicoanalisi ha provato, per seconda dopo la grande stagione della mitologia ellenica antica, a dare una interpretazione che potesse avere lo scopo terapeutico di lenire i drammi astrusi che venivano fatti passare per follie e che conducevano alla via del riformatorio per i più giovani e del manicomio per gli adulti.

Tutto ciò che strania dalla consuetudine desta quel sospetto diffuso nella maggioranza cui appartengono i normalizzatori a tutto spiano: chi esce dalla tradizione o dal buonissimo costume dell’etica di Stato, della morale del potere, della religiosità come elemento equilibratore tra il possibile e il comprensibile in relazione all’impossibile e all’impenetrabile, è un “anormale“, è un “diverso“, è un “immoralista” o, per dirla con un termine meno arcaicheggiante, è un “ribelle“. Un turpe quindi, oscenamente licenzioso se si tratta di desiderio, di amore, di sesso, di carnalità intrinsecamente legata ad una spiritualità che non viene riconosciuta dalle ecclesie di mezzo mondo. Difficile il recupero di colui che si concede alla “sensualità” intesa espressamente come l’abbandono alla mediazione sensoriale.

André Gide, il cui tormentato animo si è diviso lungo tutta la sua esistenza tra moralismo conformista familiare, politico e pure letterario e immoralismo anti-civile (ma assolutamente non “incivile“), riporta tutto questo in pagine in cui lo stile letterario sublima nell’asciuttezza veramente arida di una narrazione in prima persona che è confessione ma non pentimento, che è ricerca dell’empatia nostrana – proprio come nell’anticamera di uno studio medico – e quindi un tendere con tenace propulsione emotiva verso quella ricerca della verità che, altrimenti, sarebbe uno dei tanti nomi da affibbiare al comportamento cocciutamente uniforme del buon studente, dell’ottimo marito, del patriottico soldato, del meritevole insegnante, del composto letterato.

L’immoralista” (Feltrinelli, 2024), per l’appunto, è questa elastica disposizione d’animo, questo accorgersi che i giorni passati sono stati segnati da una stereotipazione delle ancestralità più recondite, costrette a rimanere tali e a non risultare come la componente invece essenziale della propria genuinità. Un ruolo da passato remoto della psiche ed anche del corpo, imprigionati un elenco asfittico di fattibile e di impraticabile, di sì e di no in cui tutti, ancora oggi, ci barcameniamo costantemente. Il protagonista del breve romanzo del grande scrittore francese, Premio Nobel per la Letteratura nel 1947, è un antichista di buona cultura, un uomo che comprende fin da subito il valore indissolubile dell’amore nella molto moderna e caotica rivoluzione delle passioni quotidiane.

Di sentimenti forzatamente adeguati a sé stessi son piene oltre che le fosse anche le case che abitiamo. Michel non è da meno. Sposa una donna che lo attrae più mentalmente ma molto poco lo coinvolge in una unicità passionale che può dirsi vero amore. Tenta di apparire quindi, più che essere. Tenta di conformarsi ma conservando tuttavia uno spiraglio di conversazione con l’impossibile di quel tempo in cui si trova a vivere e a sopravvivere. Nel raccontarsi ai tre amici che chiama a sé, quasi catarticamente espone non una serie di ripensamenti, semmai tutta la storia di un confronto-affronto con la moralità dominante, esprimendo così il suo essere più vero, quello sentito inconsciamente, quello inconfessato fino ad allora.

L’estrema rigidità delle convenzioni viene meno quando si trova in viaggio con la moglie in Africa. C’è, ovvio, un rimando che l’autore stesso fa riguardo sé stesso, ma “L’immoralista“, come pure altre opere di Gide, non è un’autobiografia romanzata. Non lo è nella misura in cui si possa inavvertitamente – o anche maliziosamente – ritenere che, in fondo in fondo, lo scrittore parigino abbia voluto parlare di sé fingendo di non farlo. Gide smentisce fin dai primordi delle pubblicazioni su vasta scala della sua piccola opera dai grandi riflessi anticonformisti (per l’epoca, ma anche per l’oggi). La sua esperienza di progressivo allontanamento dalla seriosa protestantissima etica del giusto e dell’ingiusto, del morale e dell’immorale, è ovvio che si ritrova nelle pagine, riga dopo riga, ma lui non è Michel. E Michel non è André.

André Gide ritratto nel 1920

Il suo incontro con Nietzsche, con le opere che gli fanno capire quanto non sia riuscito a fare ciò che avrebbe invece voluto, quindi aprire un grande cammino alla rivoluzione della verità di ognuno entro il buio del pedissequo adeguamento al dettame del sociale anche da parte del mondo letterario, pone Gide su un piano inclinato su cui sente di scivolare senza soluzione di continuità, pur rimanendo in qualche maniera saldamente ancorato ai suoi tempi: il limite del contrasto è, quindi, quello che fa vivere a Michel: «Quello che sentiamo in noi di diverso, è la parte più preziosa, quella che determina il valore di ciascuno, eppure si cerca di sopprimerla. Si ricorre all’imitazione, pretendendo così di amare la vita». Non è l’essere perfettamente uguali agli altri che ci rende unicamente speciali, ma l’esatto contrario. Il “capolavoro” che noi possiamo essere proprio di noi stessi, sta nella scissione dal resto.

Non è un muovere guerra al mondo intero, ma un evincere che nell’assomigliare non c’è nessun virtuosismo, perché il conformismo è opacità, è castrazione del pensiero, della voglia di una volontà che è, qui sì, volontà di potenza, di oltrepassare i limiti imposti dalla buona creanza del morale, del giusto, del consono, del sano realismo convenzionale, per realizzare il più possibile ciò che siamo sapendo che le troppe influenze esterne ci estraniano e ci rendono altro da quello che in realtà ci caratterizza più nel profondo ed è costretto a rimanervi e che, per reazione, ci nevrotizza. Tra le motivazioni date per l’assegnazione del Premio Nobel a Gide, spicca proprio – da una giuria certamente molto conformista, anche sul piano letterario – il riconoscimento (letteralmente inteso) allo scrittore di aver intrapreso quella via del vero.

Quel vero che è talmente inesprimibile da essere considerato stranezza se tenta l’emersione dal buio dell’inconscio e si manifesta nell’espressione più teneramente genuina della semplicità di parole e atti che, appena vengono alla luce, sono valutati dall'”opinione pubblica” come qualcosa di oggettivamente “strano“. Sotto accusa è il giudizio, il dito puntato con ostinata pervicacia, con un accanimento che si fa, il più delle volte, Legge con la elle rigorosamente maiuscola, decretando ciò che è lecito e ciò che non lo è. Gli aristocratici membri del Nobel non sono poi così ottusi come si potrebbe pensare: si parla del 1947, di un dopoguerra che ha travolto la Francia tanto quanto il mondo intero. Di un esilio forzato per Gide che ritorna in patria e la ritrova cambiata al punto da doversi riconsiderare a fondo, misurandosi con una realtà che esige non solo nuove idee ma pure nuove parole.

Uno sforzo che lui farà, seppure a volte molto duramente, non tanto per il mutare dei tempi che paiono un po’ a tutti gli anziani non più quelli della prima stagione della conoscenza dell’esistenza propria e del suo rapporto col resto che ci sta intorno; quanto per la constatazione che, a parità di diminuzione delle pregiudizialità e dei borghesissimi impianti moralistici, progredisce una richiesta di spazi per quei diritti negati, anche a lui, di poter vivere alla luce del sole e anche al buio del proprio animo la pienezza dei sentimenti e delle passioni, dei desideri e dell’incontro tutto speciale con il non-sense della vita. Straordinario viaggio interstiziale nell’animo e nella mente, nel cuore e nelle fibre più nascoste del corpo, l’immoralista di Gide è forse il sogno un po’ di tutti: scansarsi non da chiunque, ma stargli invece d’appresso, vicinissimo per costringerlo a denudarsi davanti alla pudicizia.

Per ricrearsi e per scoprirsi ricreabile ogni volta che un differente approccio con il reale si presenta: nulla è mai uguale a sé stesso per due secondi soli del tempo che ci riguarda. Nulla dovrebbe essere moralizzabile al punto da stabilire che la nostra particolare essenza debba sottostare al dettame assoluto della morale con una pretesa di imperturbabilità, con una arrogante disposizione all’immarcescibilità.

L’IMMORALISTA
ANDRÉ GIDE
FELTRINELLI, 2024
€ 11,00

MARCO SFERINI

3 dicembre 2025

foto: particolare della copertina del libro / tratte da Wikipedia


Leggi anche:

Written By

SOTTO LA LENTE

Facebook

TELEGRAM

NAVIGA CON

ARCHIVIO

i più recenti

Marco Sferini

Visite: 150 Ponendo attenzione a quelle che sono le dinamiche sempre più convulse sia della politica italiana sia di quella europea, viene da domandarsi...

la biblioteca

Visite: 146 Tutti abbiamo un luogo in cui troviamo non solamente un rifugio dalle asperità dell’esistenza, dalle fatiche fisiche come da quelle mentali, ma...

Marco Sferini

Visite: 151 Le premesse della pace in Ucraina sono affidate ad ancora altre premesse: quelle di un piano americano che sta subendo una revisione...

Il portico delle idee

Visite: 175 Anche da un paradosso può nascere una qualche forma di verità o, per lo meno, si può osservare che non tutto quello...