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Il portico delle idee

L’idea democratica e i condizionamenti di classe nei secoli

Il progressivo allontanamento dei cittadini dalla vita pubblica, quindi dalla partecipazione ai processi di delega istituzionale e a tutto ciò che comportano, è un dato di fatto che non necessariamente riguarda la stretta attualità dell’oggi; anche se non vi è alcun dubbio in merito all’esponenziale acuirsi di questo fenomeno dovuto ad una molteplicità di fattori che hanno a volte radici antiche, altre volte invece motivi di esplosione del tutto nuovi e, per certi versi, sorprendenti.

Se si leggono le vite dei personaggi famosi della Roma antica redatte da Plutarco vi si troveranno una serie di elementi in merito che, al pari di altre narrazioni storiche, politiche e sociali (da Livio a Tacito, per fare alcuni esempi), mostrano con assoluta chiarezza uno dei fulcri su cui verte il disamore verso la res publica: la corruzione. Ciò che più lascia interdetti è la stretta correlazione tra episodi di oltre duemila anni fa e la nostra stretta attualità. Ad essere tra i protagonisti dei peggiori scandali sono quelli che la gente reputa come i più retti e probi, quelli che sarebbero veramente “insospettabili” di tramare a proprio vantaggio con i soldi dello Stato.

È stato Norberto Bobbio a dare, tra le altre definizioni possibili, una interpretazione che egli stesso bollava come “non esaltante” e che pure corrispondeva a tante declinazioni del regime democratico: «un grande e libero mercato in cui la merce principale è il voto». Non solo il rischio c’è e lo si vede ad ogni tornata elettorale, ma si connatura quasi a quella che dovrebbe essere invece la più alta evoluzione istituzionale in una nuova concezione della politica venuta avanti dall’Illuminismo e con la mediazione delle rivoluzioni europee e americane del Settecento e con i moti ottocenteschi.

Bobbio riscontra una sorta di “fisiologia” della ricerca spasmodica di un consenso per cui il potenziale esponente della nazione è disposto a fare di tutto pur di esserlo, mettendo già così avanti ad ogni interesse pubblico il proprio, senza per questo essere incorso in chissà quale rete di corruttele. Per dare seguito al processo del mutamento di paradigma nello spirito al servizio del Paese, è di per sé sufficiente pensarsi come essenziali, come non già amministratori di un potere che viene quindi assunto pro tempore, ma possessori del medesimo.

L’analisi di Bobbio risponde ad un criterio di osservazione molto più generale che affaccia sulle circostanze strutturali del mondo: se tutto è, in fondo, merceologizzabile, pare quasi consequenzialmente ovvio che pure il voto entri in questo contesto di compravendita continua e di contesa concorrenziale che prescinde dalla veridicità delle assunzioni tanto di responsabilità diretta quanto indiretta una volta eletti e alla guida delle istituzioni repubblicane. La pervasività del mercato, la totalizzazione capitalistica qui mostra tutto il suo rapporto, marxianamente studiabile, tra struttura e sovrastruttura.

Il dominio incontrastato della ricchezza è premessa di una forza che si impone sulle buone ragioni, sul senso comune, sulle necessità collettive e mette al centro di tutto l’individualità, rendendo egoistica la democrazia e spostandone il baricentro, flettendola quasi al di sotto di una tollerabile linea di demarcazione tra sufficienza e insufficienza. Nel prendere in considerazione quella che Rousseau chiama la “volontà generale” che è sintesi, prodotto del sentire comune riguardo quelle che sono le questioni riguardanti la vita di una comunità, di un popolo che, anche in questo modo, si consolida come tale, non va eluso il segno differente concernente quantità e qualità del volere.

La ricerca di una forma associativa che soddisfi i criteri di condivisione del singolo con il collettivo punta alla dissociazione volontaria dall’estremismo individualistico, quindi all’esclusione dell’elemento egotico di ciascuno e anche di uno più propriamente non di massa ma, semmai, di classe, di casta. Non ci può essere vera partecipazione popolare alla vita democratica se la rappresentanza è inquinata da fattori che, nella concretezza di ogni giorno, inducono i poteri dello Stato a privilegiare pochi benestanti e ricchi piuttosto che garantire l’insieme della società.

La questione della “volontà generale” si inserisce quindi in un dibattito che ancora oggi riguarda la sua traduzione pratica mediante meccanismi sempre più diretti, con passaggi burocratici meno invasivi possibili per assemblee rappresentative in cui l’aderenza tra elettori ed eletti sia effettiva e non solamente formale: il rischio per le democrazie è proprio quello di venire meno a causa delle regole democratiche stesse. La piena libertà di espressione e di concorso alla costruzione della vita nazionale non mette al riparo – come osservato da molti esperti di scienza e di filosofia della politica – da involuzioni autoritarie.

Quando questo avviene, si passa dalla “volontà generale” del popolo, che si fonda sull’elemento qualitativo, ad una equivoca “volontà di ognuno e di tutti” che, invece, si regge su un elemento quantitativo e che spinge a passare dal sociale all’individuale: la repubblica è certamente di ognuno di noi, ma questa definizione vale come concetto empaticamente politico, civile e civico se si è consapevoli dei limiti della singolarità che ci riguarda e che si istruisce sul presupposto dei limiti stessi della libertà di azione dell’individuo, quindi delle sue responsabilità nei confronti degli altri, della collettività.

La pienezza democratica delle istituzioni è riscontrabile quindi in un “contract social” in cui – scrive Rousseau – trovi verifica costante l’attuazione di un “io comune“, di una sorta di “pactum unionis” a sua volta alternativo senza alcun se e senza alcun ma ad un “pactum subiectionis” perché l’attribuzione della sovranità è un principio che impone la condivisione delle scelte, di quelle certamente di carattere più generale ma non di meno di quelle anche delle singole, piccole comunità locali da parte proprio dell’intero popolo da un lato e delle singole comunità stesse dall’altro. In linea di principio la democrazia è, quindi, ciò che anche Marx ed Engels interpretavano come avanzato strumento di avanzamento sociale.

Ma non di meno, però, avvertivano i due, ogni potere statale, ogni governo è espressione della classe dominante sul piano strutturale, quindi su quello economico e finanziario. Nella Grecia antica – lo descrive molto bene Tocqueville ne “La democrazia in America” – che è per antonomasia la progenitrice della democrazia per antonomasia, anche l’adozione del suffragio universale maschile non era in sé la dimostrazione di una partecipazione complessiva della popolazione alle scelte della politica, ad esempio, della grande Atene. Si trattava di un regime guidato da una «aristocrazia un po’ allargata».

La constatazione del riscontro della lotta fra le classi, proprio nei rapporti interni e di rappresentanza nel e del potere, è una oggettività data dal fatto che a decidere erano poco meno di trentamila persone mediante il voto, mentre ne erano esclusi centinaia di migliaia di schiavi e circa centomila meteci (quindi gli stranieri liberi che abitavano nella polis). Parlare di “democrazia” per come noi oggi la intendiamo, dopo l’Illuminismo e le interpretazioni liberali e anche socialisteggianti otto-novecentesche, e attribuirla al contesto dell’antico mondo ellenico è fare un torto tanto alla bontà dell’intuizione democratica di allora e a quello molto più moderno.

Si può solo constatare che la democrazia non è mai veramente stata un regime di piena e completa organizzazione del consenso collettivo che ha rispecchiato in tutto e per tutto una vera “volontà generale“: questo perché tra la linea del principio e quella dei fatti si inseriscono una serie di fattori condizionanti che sono espressamente interessi di natura particolare che, inevitabilmente nel corso della Storia, che è storia di lotta di classi, hanno un ruolo decisivo nel mantenimento dello status di dominio da parte di coloro che non vogliono perdere le posizioni acquisite dai tempi in cui la divisione del lavoro ha innescato l’arricchimento di un sempre minore numero di persone a scapito di un sempre maggiore impoverimento delle masse.

Ciò non toglie nulla ad un altro fatto: che la costruzione dello Stato moderno si fonda su un principio di immanenza della civiltà e, dunque, da un passaggio dallo “stato di natura” ad uno “stato di diritto” in cui la scrittura delle leggi è la premessa di una regolamentazione il più condivisa e condivisibile possibile per garantire sempre maggiori diritti e distribuire equamente i doveri. Siamo sempre sullo scivoloso piano inclinato del principio; eppure ciò che conta è aver stabilito questo principio stesso e aver fatto in modo che divenisse, nel passare dei decenni e dei secoli, un punto di non ritorno per poter chiamare “democratica” una società.

Fondata quindi non sul libero arbitrio di un singolo ma sulla sovranità popolare che riconosce ai decisori un ruolo e che, nel farlo, limita anche le loro capacità e poteri decisionali. Nel tempo come nell’azione concreta dell’esercizio delle funzioni che le vengono attribuite mediante le costituzioni. Ovvio che le coscienze collettive, tanto quella borghese quanto quella proletaria, che si sono andate formando con l’avvento della società moderna, con l’avvio delle grandi produzioni di merci e dell’inizio della globalizzazione capitalistica, hanno influenzato il principio puro democratico. Vale anche qui la stretta interconnessione tra struttura e sovrastruttura.

Ma vi è, tuttavia, una discriminante che penetra proprio nelle leggi fondamentali degli Stati moderni, ad iniziare dalla prima Repubblica francese, quella rivoluzionaria, quella della Costituzione giacobina del 1793 là dove si dice espressamente che la libertà «ha come regola la giustizia». Il che significa porre un freno alle pretese della borghesia che pretende di sostituirsi al governo aristocratico e fare la parte della nuova proprietaria della nazione in un contesto certamente “democratico“, ma borghese per l’appunto. I giacobini oppongono il governo invece della giustizia che è capace di limitare certe libertà che finiscono con l’essere liberi arbitri di classe.

Luciano Canfora ha scritto che si può interpretare questa affermazione costituzionale come «una anticipazione di socialismo» riconoscendo però che all’epoca i tempi non erano maturi. Lo sarebbero stati secoli dopo e con risultati altalenanti, dentro un contesto di globalizzazione dei mercati che ha fatto delle democrazie delle variabili dipendenti dagli indici borsistici e dalle quotazioni azionarie. La democrazia, quindi, se non è un sogno, rimane una ricerca costante di una perfettibilità delle relazioni organizzative, sociali, civili, politiche e morali di ogni popolo.

Rimane una questione aperta su tutto il mondo, sempre più urgente: proprio oggi e proprio dove gli arretramenti nel suo nome sono più evidenti e conclamati. Dagli autoritarismi di nuovo modello alle guerre fatte proprio per “esportarla“, facendola conoscere piuttosto con altri nomi: affarismo, militarismo, caos, imperialismo.

MARCO SFERINI

8 marzo 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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