Libia, l’accordo è già stato scritto. Ma nessuno sembra crederci

Di male in greggio. L’auspicio è «la formazione di un governo unico approvato dalla Camera dei rappresentanti libica»
Fayyez al-Serraj

La Conferenza di pace per la Libia di oggi a Berlino si tiene sotto gli auspici dell’Unione europea e dell’Onu e con una nutrita partecipazione di Stati (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Emirati Arabi, Turchia, Congo, Italia, Egitto, Algeria, Unione Africana e Lega degli Stati Arabi), ha comunque come attori principali la Turchia e la Russia con Fayez Al Sarraj e Khalifa Haftar a muoversi come ombre nel palcoscenico della politica mondiale.

Secondo quanto ha rivelato Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo, se fosse per i due grandi nemici le trattative non sarebbero neppure iniziate. «La cosa principale ora è che dopo la conferenza di Berlino, se tutto procede come previsto, i partiti libici non ripetano i loro errori passati e non inizino a presentare condizioni aggiuntive e incolparsi l’un l’altro. Il rapporto tra loro è molto teso, non vogliono nemmeno stare nella stessa stanza, per non parlare del parlarsi o incontrarsi», ha detto Lavrov nella conferenza stampa sui risultati delle attività della diplomazia russa nel 2019.

Alle trattative di lunedì a Mosca le 2 delegazioni libiche sono erano state ospitate in sale su piani diversi, con i mediatori russi a far da spola. Come promesso ad Angela Merkel e a Recep Erdogan, Vladimir Putin ha imposto un sì, seppur stentato, ad Haftar sulla bozza di accordo, il quale prima di volare a Berlino si è prodigato con parole di amicizia verso presidente russo: «La ringrazio – ha detto Haftar rivolto a Putin – ed esprimo il pieno sostegno all’iniziativa russa di tenere colloqui di pace a Mosca, che dovrebbe portare alla pace in Libia».

Un dettaglio non da poco quello di Mosca perché nella bozza la sede delle future trattative era stato indicato nella capitale russa ma poi era stato cancellato su insistenza di Al Sarraj. A Mosca di Haftar non preoccupano tanto le mosse tattiche (la sua decisione di chiudere i rubinetti del petrolio libico stanno rifacendo schizzare verso l’alto brent e rublo) quando la malcelata speranza di giungere alla fine a una spartizione del paese. E cioè l’ipotesi ciò l’accordo di Berlino intende mettere in soffitta. In queste ore la Tass, l’agenzia ufficiale russa, ha fatto circolare la bozza dell’accordo che si firmerà domani, giratagli con compiacenza dal ministero degli esteri, in modo tale che il gioco sia a carte scoperte e le fazioni libiche non possano fare scherzi dell’ultimo minuto.

L’accordo è basato in sei punti: «cessate il fuoco, l’attuazione di un divieto di importazione di armi in Libia, la ripresa del processo politico nel paese, il ritorno del controllo statale sull’esercito, l’attuazione di riforme economiche e l’osservanza dei diritti dell’uomo».

Per attuare i sei punti i partecipanti creerebbero «un meccanismo internazionale per accompagnare le decisioni del vertice al fine di mantenere il coordinamento dopo il vertice di Berlino sotto gli auspici delle Nazioni Unite» e lo stesso accordo si afferma nel documento sarà ratificato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. La quale avrà anche l’ingrato compito di monitorare la tenuta del cessate il fuoco.

«Ci impegniamo incondizionatamente e pienamente a rispettare e applicare l’embargo sulle armi imposto dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza 1970, nonché dalle successive risoluzioni del Consiglio, inclusa la proliferazione di armi dalla Libia, e sollecitiamo i rappresentanti della comunità internazionale a fare altrettanto» si dice ancora nel documento fatto circolare dalla Tass.

Il tutto condito con gli scontati appelli di rito al rispetto dei diritti umani, dovrebbe avere poi come suggello «la formazione di un governo libico unico, unito, inclusivo ed efficace, approvato dalla Camera dei rappresentanti della Libia» è scritto ancora nel documento.

Al Cremlino si dice che Putin sia convinto che non sia un programma che diventerà realtà in poco tempo, ma ci crede.  Del resto il «miracolo siriano» gli dà ragione. Intanto Mosca tiene d’occhio anche l’evolvere della situazione in Iran. Quattro giorni fa l’Aeroflot – sola tra le grandi compagnie di bandiera – ha ripreso a far volare i suoi aerei su Teheran, segno di una fiducia che gli ayatollah avranno sicuramente apprezzato.

YURII COLOMBO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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