Marco Sferini
Libere e uguali ovunque, contro qualunque dominio
Tra poche ore è l’otto marzo. Di un 2026 in cui la guerra la fa da padrona o, per meglio dire, il capitalismo neoimperialista spadroneggia mediante i conflitti, punta a conquistare nuove zone di sfruttamento della Terra per ridisegnare i rapporti di forza in quella che, ormai da un po di tempo, chiamiamo “competizione multipolare“. Tra poche ore qualcuno, e forse più di uno, plaudirà nuovamente, per l’occasione, alla liberazione delle donne in Iran da un regime teocratico, oscurantista, che reprime ogni dissenso, che uccide chi è “diverso“, che fa strage dei civili che protestano, che impone la via metafisica verso il paradiso con una brutale forza, un cieco terrore.
Tutto vero. Gli ayatollah sono non “il peggio“, ma uno “dei peggio” che la vecchia Persia poteva trovarsi a subire o, involontariamente, a scegliere, dopo il dominio imperiale, altrettanto brutale, della dinastia Pahlavi. Donald Trump è un altro di questi “peggio“: perché l’affarismo cinico delle ormai superate democrazie occidentali, soprattutto di quella americana, non guarderà in faccia niente e nessuno. Le donne potranno, una volta tolto di mezzo il regime dei turbanti, togliere i veli ma calerà sul paese la cappa pesante delle opportunità da raggiungere e non il via libera dei diritti da condividere.
Qui non si tratta nemmeno di rientrare nel famoso paradosso pertiniano, condivisibilissimo, per cui alla migliore delle dittature è preferibile la più imperfetta e claudicante delle democrazie. Se già prima l’esportazione dei valori istituzionali, civili e sociali a stelle e strisce non era sinonimo di libertà vera e propria, quindi di rispetto delle singole nazionalità, della loro autonomia e indipendenza, oggi con la forma trumpiana assunta dal governo di Washington, crolla letteralmente ogni minima, residua speranza che nel passaggio dal teocraticismo degli ayatollah e dalla brutale muscolarità dei pasdaran si possa passare ad una democratizzazione laica dell’Iran, ad una svolta a centottanta gradi.
Non servono molte prove del nove per rendersi conto di quale considerazione abbia Donald Trump delle donne. Vi è da osservare che lui e i suoi collaboratori si distinguono nei giudizi, nei punti vista; ma li unisce comunque un fervore religioso che si sposa con un’intransigenza maschilista che realizza così tutte le premesse per una teorizzazione patriarcale dello Repubblica degli Stati Uniti d’America: l’uguaglianza se ne va in soffitta e, tanto più, essendo un qualcosa che i teocon e i conservatori MAGA in generale ritengono come un accessorio formale, non vi è nemmeno poi tanto da ragionare sulle conseguenze pratiche, nella vita di tutti i giorni.
Da James David Vance a Peter Brian Hegseth il culto della femminilità è un ancestrale riferirsi alla subordinazione della donna a Dio, alla Patria e alla Famiglia. Il trittico cui, del resto, fanno riferimento le destre europee più inveteratamente retrive: dall’Abascal di Vox a Meloni in Italia, dai lepenisti francesi ai neonazisti tedeschi dell’AfD e, non di meno, Orbán nell’Ungheria della negazione dei diritti civili e dell’esaltazione del primato magiaro come elemento di differenziazione etnica entro l’Europa che sta a guardare un po’ tutte le sciagure che la riguardano senza entrare assolutamente nel merito.
Dunque, l’otto marzo 2026, proprio perché questo è il clima, queste sono le reali condizioni di un disordine mondiale che rimette in discussione confini di Stati oltre che di diritti di vario tipo, a cominciare da quelli fondamentalmente umani, sociali e civili, più che mai si avverte la necessità di una riconsiderazione del ruolo di ogni essere vivente su questa terra perché il punto è chi ha diritto su chi, chi ha proprietà su chi e su cosa e se si possa ancora pensare al diritto come fonte di regolamentazione dell’esistenza comune o se valga invece soltanto la forza esercitata mediante il militarismo più indefesso e risoluto, veicolata dalla benedizione divina dei pastori evangelici alla Casa Bianca, dal richiamo al patriottismo imperniato su un autoctonismo senza se e senza ma.
Quelli che si accingono a “liberare” l’Iran dalla dittatura sono dei dittatori, degli autocrati della peggiore risma. Sono individui che hanno in spregio la democrazia, che la sopportano soltanto perché ne sono stati inclusi fino ad oggi e perché è utile per tenere calme le masse. Nonostante la brutale aggressione israelo-americana abbia oltrepassato la settimana, non si sono ancora viste nel mondo, Medio Oriente compreso, grandi manifestazioni di massa per dire NO a questa ennesima offensiva dell’imperialismo a tutto spiano. Non c’è mobilitazione, non c’è reazione. L’assuefazione nei confronti dei conflitti è tanta e tale che le notizie degli stermini causati dai droni, dalle bombe e dai missili che piovono su scuole, ospedali, centri abitati, non fanno quasi più notizia.
Poi, si intende, la narrazione ufficiale contribuisce a far apparire questa guerra un esempio di reazione occidentale nei confronti di una nazione governata da un pugno di criminali (che tali sono) pronti ad attaccare con l’atomica i paesi vicini e, forse, persino gli Stati Uniti. Trump mente di continuo e ormai abbiamo fatto il callo anche a questo suo modo di porsi: la prepotenza, l’insulto, il dileggio dei giornalisti, delle donne, le finte carinerie nei confronti di chi lo asseconda, la piaggeria che ne consegue. Sono tutti anti-stili di una politica che ha raggiunto un livello bassissimo anche nella comunicazione dei suoi più torvi disegni messi in pratica con il dispiegamento delle portaerei nel Golfo persico e con la ventilata minaccia di inviare persino le truppe di terra per “liberare” l’Iran…
In alcuni ambienti giornalistici di questa povera Italia dell’era meloniana si vagheggia della dura necessità della guerra, proprio per mettere fine al peggio e scivolare nel meno peggio o per qualcuno in un presunto “meglio“. I bombardamenti sarebbero necessari e persino “morali“. Nel nome delle libertà dei popoli si sono combattute le guerre più cruente per poi arrivare a interstiziali periodi di non conflittualità che non hanno nulla a che vedere con la pace vera. Questa guerra non darà all’Iran una nuova stagione di libertà e la situazione attuale è un vero dilemma: se prevarranno gli ayatollah e il regime dei pasdaran non solo tutto rimarrà come prima ma le repressioni aumenteranno e si rinfocolerà, nel nome della difesa della patria, una piena, austera adesione alla politica islamista e nazionalista.
Se invece dovessero vincere Netanyahu e Trump, il proconsolarismo sarà il futuro della vecchia Persia piegata nuovamente al volere dell’Occidente, ridotta a provincia dell’impero americano con un destino non dissimile da quello patito da tutti gli altri paesi del mondo arabo e mediorientale che sono stati “liberati” dall’intervento delle coalizioni guidate da Washington. Il movimento delle donne e, più nel complesso, di un popolo che si è ribellato dopo la morte della giovane Mahsa Hamini, non è stato e non è tutt’ora un qualcosa di riferibile ad un dato esclusivamente politico. Indubbiamente ha questo valore, ma è un’aspirazione ad una vita veramente altra rispetto a tutte quelle che le donne vivono.
Anche in un Occidente in cui i diritti civili sono rispettati (nella maggior parte dei casi…) ma dove l’alto tasso di femminicidi esprime tutta la drammaticità di una incultura diffusa riguardo la considerazione della donna in quanto veramente soggetto individuale e sociale al tempo stesso, al pari dell’uomo. La femminilità viene ancora oggi equiparata a debolezza, a fragilità; mentre la maschilità non si scosta dalla sua millenaria rappresentazione come emblema della forza e della determinazione. I tentativi di parificazione dei diritti, di stabilire una vera, sostanziale uguaglianza sono andati a volte a buon fine, altre volte hanno subito dei tortuosi percorsi e hanno smarrito il loro primario significato.
Da questo punto di vista, l’Iran è molto indietro rispetto all’Europa e l’America di Trump sta facendo grandi passi in questa direzione di retrocessione se si tratta di rispetto dei diritti fondamentali. I fanatismi puntano, da entrambe le parti, ad eliminare qualunque pensiero critico e, dunque, autonomo da parte delle donne e di qualsiasi minoranza. La volontà di dominio da parte della maggioranza è un caposaldo tanto dell’intransigenza iper-religiosa e militarista della Repubblica islamica quanto dell’oscena interpretazione della democrazia americana da parte del trumpismo. Nel manuale di “difesa della Rivoluzione” iraniana, aggiornato dopo la mote della giovane Amini, si dispone una correlazione tra simbolismo e pratica realtà: chi si oppone al velo indossato non correttamente si identifica con la difesa della nazione.
La nazione qui è religiosamente intesa come un tutt’uno tra fede e patriottismo, predilezione divina per il popolo iraniano e predestinazione: il solito prodotto delle credenze molto popolari perché diffuse da chi detiene il potere vero e usa l’arma del culto come elemento di fondamento della propria supremazia (anche di classe, visto che ayatollah e figli degli stessi non sono poi così miserandi e poverelli come intendono far credere, condividenti le sofferenze del popolo…). Quindi, da dove possono partire le donne critiche e libere per poter esercitare la loro critica e poter esigere la libertà di tutte e di ciascuna? Dov’è materialmente lo spazio per contribuire al riscatto della femminilità, dell’essere non per altri ma per sé stesse?
Vi sono più opportunità nell’Iran del dopo-guerra o nell’America di Donald Trump? Difficilissimo rispondere. Un tempo sarebbe stato naturale, anche per un marxista, scegliere l’opzione americana, pur con tutte le sue contraddizioni evidenti tra diritti sociali, civili ed umani. Oggi la svolta superconservatrice MAGA impedisce di optare senza dubbio per l’altra sponda dell’oceano. L’otto marzo delle donne in Occidente è certamente diverso da quello delle donne ucraine, palestinesi, iraniane: da tutte coloro che vivono sotto le bombe e che non hanno alcun diritto rivendicabile perché sono costrette prima di tutto a pensare alla sopravvivenza. Questa diviene il diritto primo: alla vita contro la morte imposta da svariate forme di regime che spendono miliardi di dollari in armi e nulla per il sociale.
La lotta internazionale per non solo per la difesa ma per l’avanzamento dei diritti delle donne è, quindi, anzitutto oggi una lotta per la pace, per il disarmo, per la fine di ogni pulsione neoimperialista. Perché la guerra è espressione della più cieca voglia di predominio politico e militare, economico e antisociale, incivile e immorale. L’otto marzo del 2026 è quindi una giornata da dedicare all’unità delle lotte: femminismo, pacifismo, giustizia sociale, internazionalismo.
MARCO SFERINI
7 marzo 2026
foto: screenshot ed elaborazione propria














