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Libercomunismo. Scienza dell’utopia

L’economia politica marxiana è stata dapprima trattata con la superficialità non certo sorprendente di grande parte del mondo accademico liberale e liberista; poi è venuto il tempo dell’accantonamento, pur riconoscendo al Moro che era impossibile comprendere il sistema di produzione capitalistico, nella sua genesi, nel suo svilupparsi e nel suo prendere campo globalmente su tutto il pianeta, senza una traversata propriamente scientifica e, per di più, nella scienza dell’economia che egli stesso aveva contribuito a scoprire con un meticoloso studio dei dati, delle cifre, dei fatti, dei rapporti di forza tra le classi sociali.

A distanza di oltre due secoli e mezzo dalla comparsa dei primi segnali di concentrazione del capitale nelle mani di un sempre minore numero di imprenditori, di proprietari dei mezzi di produzione, di coloro che sono i continuatori del privato in economia e della sua induzione nelle sovrastrutture politiche, sociali e culturali, nella moderna fase iperliberista del capitale, ci si interroga su come il capitale stesso oggi sia cambiato rispetto all’impianto otto-novecentesco che, obiettivamente, pareva rappresentare già la forma più aggressiva dello stesso nei confronti del mondo del lavoro, del proletariato di allora.

Le considerazioni in merito possono essere tante: a partire da quelle oggettive che riguardano una modificazioni dei rapporti concorrenziali tra i grandi agglomerati di potere tanto economico quanto finanziario. Non esiste più una vera spietata concorrenza come la si poteva immaginare ancora soltanto cinquant’anni fa. Oggi il livello è sceso ad un piano che si potrebbe definire stabilizzante, ad un confronto che è scontro non tra grandi aziende, ma ricerca di una perfezione dei rapporti che permetta di evitare enormi crisi verticali o cicliche. Ciò non toglie che gli inciampi, e non certo di poco conto, arrivino in questo nuovo cammino del capitalismo liberista.

Emiliano Brancaccio ci aiuta in questa complicatissima disamina con un libro che è alla portata un po’ di tutte e tutti: lo si legge come un aggiornamento di ciò che abbiamo pensato, criticamente parlando, un po’ da sempre nei confronti del sistema capitalistico. Lo consideravamo irriformabile e tale in effetti rimane, soprattutto oggi in un tempo in cui le contraddizioni si rendono molto più evidenti di ieri e la produzione estesa di numerosi conflitti armati determina un sostanziale e necessario riequilibrio delle zone di espansione delle forze produttive, della ricerca dei materiali primi per nuovi investimenti, per nuove colonizzazioni di territori in cui si trovano risorse che vanno “conquistate“.

Libercomunismo. Scienza dell’utopia” (edito da Feltrinelli, 2026) è un pamphlet che riporta alla realtà i tanti utopismi ancora liberi di volare nelle menti di chi si richiama ad un passato in cui l’applicazione pratica dei princìpi dell’economia politica marxiana sono stati in larga misura traditi in conversioni iperstataliste, giustificando il tutto con una realpolitik che invece altro non era se non il presupposto per una creazione di nuove incrostazioni di potere: a volte personale, altre volte di vera e propria casta oligarchica, autoritaria e, per questo, più lontana di chiunque altro dalla vera natura libertaria dell’opera politica e scientifica di Karl Marx, Friedrich Engels e, non di meno, di Rosa Luxemburg.

Brancaccio prova a mandare un messaggio importantissimo: si deve ripartire dall’analisi marxista dell’economia, ma si deve altrettanto essere consapevoli che questo punto di ricominciamento dell’elaborazione analitica, se calato nell’oggi, nel qui ed ora, ha bisogno di una nuova collocazione scientifica per poter mostrare tutta la validità che ha sempre mostrato e dimostrato nel disarticolare il sistema produttivo del capitale. Non ci si può richiamare a Marx come ad un feticcio esclusivamente ideologico, ma lo si deve valorizzare mediante un metodo di indagine che, seguendo le linee fondamentali di critica dell’economia politica (quindi dell’impianto borghese di un tempo, di quello liberale e liberista poi, di quello iperliberista che ci è coevo) ci permetta di indagare ancora più a fondo.

Che cosa? Le contraddizioni del sistema che si sono moltiplicate: lampante è la commistione tra super concentrazione dei capitali nelle mani di un sempre minore numero di grandissimi ricchi e potenti con il progressivo estendersi delle idee nazionaliste, dei capovolgimenti autoritari di sistemi e di poteri statali che erano stati conquistati dai compromessi tra mondo delle imprese e mondo del lavoro con politiche socialdemocratiche da un lato con gestioni liberali dall’altro. Ma, oggi, riferirsi al moderatismo politico in questi termini sembra davvero anacronistico. Pochissimi sono ancora i governi che resistono proponendo riforme di struttura. Quella che abbiamo chiamato spesso e volentieri come l'”ondata di destra” che travolge le due sponde dell’Oceano Atlantico, è esattamente questo.

Emiliano Brancaccio ci dimostra che il piano economico-finanziario e quello politico sono inscindibili: non si può pensare di occuparsi di economia senza occuparsi di politica e viceversa. Ed, infatti, per chi ha un po’ letto Marx ed Engels, ma anche altri autorevoli autori del filone critico nei confronti del capitale, saprà che è oggettivamente impossibile citare il Moro senza incappare in risvolti che sono pratici e che, quindi, riguardano altrettanto chiaramente il modus vivendi di ciascuno e di tutti. Questa è la politica: non solo un piano sovrastrutturale che si uniforma a quello strutturale rappresentato dall’economia. È altresì, e soprattutto, la partecipazione ai grandi processi di mutamento che intercorrono negli scambi sociali, tra un popolo ed un altro, tra un potere ed un altro.

Ciò che Brancaccio intende mettere a sottolineatura è il fatto che non è pensabile, proprio perché è impossibile realizzarlo nella realtà dei fatti, una analisi compiuta di quello che accade senza un aggancio alla concretezza dell’esistente, di ciò che letteralmente si muove sotto i nostri occhi e che, pur essendo impalpabile in quanto “scambio” di valori che sono apparentemente virtuali, è invece la realtà in cui siamo immersi perché, per quanto ci possa apparire strano, siamo tutt’ora parte di un mondo fatto di merci e noi stessi, che continuiamo a vendere la nostra forza-lavoro, siamo e rimaniamo per i capitalisti una merce da sfruttare, da scambiare, da sostituire al momento opportuno (per i loro interessi, si intende).

La centralizzazione del capitale, il suo essere sempre più densamente compreso in pochissimi enormi conti correnti di azionisti e di grandi menti che sono, come si è visto nel caso del fenomeno trumpiano, i primi sostenitori delle torsioni autoritarie dei regimi istituzionali e politici che si proclamavano patria del democraticismo a tutto spiano, determina oggi un cambio di paradigma che riguarda anche il mondo propriamente scientifico. Il patrimonio rappresentato dalle scoperte che hanno fatto progredire l’umanità nel corso degli ultimi due secoli e mezzo non è più qualcosa che viene lasciato all’utilizzo comune, al bene collettivo, al miglioramento delle condizioni esistenziali di chiunque. Negli ultimi decenni si è fatta strada una privatizzazione sempre più feroce della conoscenza e della scienza.

Brancaccio descrive tutto ciò come una vera e propria “colonizzazione capitalistica” del mondo del sapere e della ricerca. Dalle università fino ai laboratori che sono inclusi nei processi produttivi dalla A alla Z, per cui non è – sostiene giustamente – arbitrario o semplicistico definire questa scienza dell’oggi una “scienza del capitale“. In una lettura ampiamente critica del passato del movimento anticapitalista, comunista, per la liberazione dall’umanità (e di tutti gli altri esseri viventi oltre che del pianeta stesso nel suo insieme) dal regno del profitto e del privatismo, prende nuovo slancio, nuova considerazione il riproporre una alternativa di società che non sia affidata ai pensieri del passato (come avrebbe chiosato del resto anche Marx, e non di meno su sé medesimo), ma ad una nuova utopia fondata sulla concretezza dell’analisi dell’oggi.

Una “utopia della scienza” nel senso più vero del termine: un rimettere conoscenza e scienza alla base dello sviluppo di una intelligente (quindi pienamente consapevole nel suo essere fermamente critica senza appello nei confronti del capitale e dei suoi disastri globali) formulazione di un futuro in cui la pianificazione collettiva possa essere finalmente vicendevolmente consona del pieno sviluppo dell’individualità. In sostanza, la prospettiva anticapitalista e la democrazia possono ritrovarsi, possono riposizionarsi e lo possono fare basandosi sui dati concreti dell’impossibile imperiturità di un sistema che mostra ogni giorno tutte le sue più crudeli, spietate, omicide e genocide incompatibilità con il proseguimento dell’avventura umana sulla Terra.

All’espropriazione del capitale va unita una democratizzazione dei processi produttivi e, quindi, non può realizzarsi nulla di nuovo, di veramente alternativo se ci si irregimenta nelle visioni religiosamente iconiche dei prodotti del movimento comunista del passato. Il comunismo ha ancora un futuro, ma per poterlo realizzare deve rimettersi in gioco, non dimenticare gli errori commessi, non tralasciare nulla della propria storia, e deve, soprattutto, affidarsi ad una ricerca compiuta dei rapporti sociali, civili ed umani. Non deve affidarsi all’ottusità del dogmatismo, ma alla possibilità continua dell’incontro critico, anche aspro, di un confronto incessante: di una nuova valorizzazione della dialettica materialistica.

LIBERCOMUNISMO. SCIENZA DELL’UTOPIA
EMILIANO BRANCACCIO
FELTRINELLI, 2026
€ 13,00

MARCO SFERINI

18 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria


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