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Europa

L’Europa vuole i raid anti-stranieri in stile Trump

La proposta di modifica al regolamento rimpatri

Mentre il presidente Usa Trump e la dirigenza Maga blaterano di un’Ue paradiso dei migranti, le istituzioni comunitarie si inseriscono con decisione nel solco razzista tracciato dal cugino statunitense. Non solo grazie alle norme sui paesi terzi sicuri che seppelliranno l’idea del Vecchio Continente come spazio di sicurezza e libertà, almeno formale, per chi fugge da guerre e persecuzioni. Ma anche con una proposta di modifica al nuovo regolamento rimpatri che rischia di importare in Europa le scene viste negli Usa: i raid anti-migranti della polizia Ice.

L’articolo 23a è comparso ieri nella posizione negoziale adottata dal Consiglio dell’Unione europea, nella formazione dei ministri dell’Interno, come aggiunta a quanto aveva affermato in materia la Commissione. Allo scopo di garantire rimpatri efficaci, la norma formalizza la possibilità di «perquisire il cittadino di un paese terzo e il suo luogo di residenza o altri locali pertinenti». Per lo stesso obiettivo sarà anche possibile «analizzare e sequestrare effetti personali, dispositivi elettronici e altri oggetti rilevanti» oltre a «imporre misure investigative». Ovviamente senza il consenso dei cittadini stranieri.

«L’articolo non chiarisce se queste retate potranno essere realizzate per preparare o effettuare le deportazioni di persone in situazione irregolare già conosciute dalle autorità o addirittura se potranno servire per andare a cercarle in luoghi ritenuti sensibili», afferma Silvia Carta, advocacy officer dell’organizzazione Picum, che a Bruxelles lavora sulle politiche di criminalizzazione delle persone migranti.

«Consentire alle autorità di entrare nelle abitazioni private con una discrezionalità così ampia è un chiaro tentativo di intimidire chiunque aiuti un altro essere umano e di mettere le persone bisognose in pericolo ancora maggiore – continua Carta – Non possiamo permettere che l’applicazione delle norme in materia di immigrazione diventi la porta d’accesso alla normalizzazione delle pratiche di Stato di polizia in Europa».

In effetti l’ambiguità dell’articolo sembra voluta e con quella definizione di «altri locali pertinenti» rischia di incoraggiare le retate in tribunali, chiese, luoghi di rifugio gestiti dalle ong alla ricerca di persone che non hanno commesso alcun reato, ma si trovano soltanto in situazione di irregolarità amministrativa a causa delle norme europee e nazionali che impediscono loro di regolarizzarsi.

Per il momento si tratta soltanto di una proposta. Tra le varie normative in materia di immigrazione su cui stanno discutendo le istituzioni comunitarie, il nuovo regolamento rimpatri è quella che avrà bisogno di maggior tempo. Ha fatto emergere diversi dissidi tra i paesi membri che andranno risolti, in particolare sull’implementazione automatica tra tutti i partner dei provvedimenti di deportazione emessi da singoli Stati, e il parlamento di Strasburgo deve ancora definire la propria posizione. In ogni caso è chiaro dove soffia il vento: su questi argomenti il solco con le estreme destre è abbondantemente saltato e i Popolari non si fanno alcun problema a votare insieme ai gruppi più estremisti e razzisti.

In un modo o nell’altro passeranno norme che andranno a colpire duramente la vita di decine di migliaia di cittadini stranieri. Tra queste c’è la richiesta di aumentare il periodo massimo di detenzione amministrativa e la possibilità di aprire return hub nei paesi terzi, ovvero centri per i rimpatri in cui parcheggiare i migranti in attesa del trasferimento coatto a casa.

Tutte misure che il governo di Giorgia Meloni sostiene con forza, per dare un senso ai centri d’oltre Adriatico e forse anche per dimostrare all’amico Donald Trump che in materia di politiche liberticide e discriminatorie l’Europa può fare tranquillamente la sua parte. Anche a costo di rinnegare l’identità su cui sarebbe dovuta essere costruita. Che non è l’omogeneità etnica, come sostengono i Maga, ma uno spazio di pace e sicurezza in grado di garantire in senso universalistico i diritti fondamentali.

GIANSANDRO MERLI

da il manifesto.it

Foto di Rahul Sapra

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