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Il portico delle idee

L’esistente e la sua continua, irrefrenabile mutazione “logica”

Non così prevedibile come può sembrare è il confronto che tra filosofia e scienza si stabilisce nel diffondersi del positivismo inglese e, oltremodo, di altre nazioni europee. Il dilemma, anzitutto, è quello che riguarda, un po’ perniciosamente per entrambi i campi e discipline del sapere, il discrimine della superiorità quasi etico-gnoseologica, poiché ci si domanda se un approccio metodologico, rigorosamente attinente alle dimostrazioni più che empiriche, in fondo, non sia in un certo qual modo più dignitosamente alto, nel grado di espressione della conoscibilità tutta umana, rispetto al piano inclinato della metafisica.

Insomma, la scienza può, procedendo per dubbi, illazioni e tentando di superarli per averne nuovi e più affascinanti ancora, mostrarci e dimostrarci non solo di essere in grado di applicare il meglio della nostra autocoscienza, della capacità di comprendere il mondo in cui siamo, le leggi che lo regolano (e che, è bene precisarlo, prescindono dalla volontà dell’essere umano), ma di poter stabilire una complessa rete di nessi logici che riguardano discipline differenti e affini al tempo stesso: matematica, biologia, chimica, fisica…

Ma la filosofia, brutalmente parlando, cosa diamine può dirci del mondo se non che si possono fare tante ipotesi sull’esistenza dell’essere e, oltre la comprensibilità del limitrofo che ci riguarda, andare praticamente a sbattere il muso contro il limite dell’inconoscibilità del Grande Mistero dell’Universo? Herbert Spencer tenta, come il Kant del compatibilismo tra religione e scienza, di stabilire una sorta di equilibrio tra speculazione filosofica e pratica scientifica. Non è tanto un voler per forza negare una contrapposizione, quanto semmai rivolgerla ad un rapporto meno conflittuale per comprendere le ragioni dell’una e dell’altra, poiché entrambe sono, lo si voglia o no, frutto dell’attività psichica dei sapiens.

La questione evoluzionistica, dunque, diventa preminente nel momento in cui questo approccio dinamico e, se vogliamo, anche piuttosto dialettico (perché si cerca di far “parlare” le discipline, facendole uscire da una sorta di dorata prigione dogmatica, frutto di un saccentismo presuntuoso e non consono alla critica che filosofia e scienza vogliono comunque, seppure differentemente, rappresentare e praticare), descrive il comportamento non più solamente singolare dell’interazione tra individuo e realtà come nell’emipirismo associazionistico di John Stuart Mill, ma in una conglobazione di fattori che riguardano particolare e universale.

Senza voler utilizzare le categorie filosofiche impropriamente, ma adoperandole per cercare di esplicitare meglio concetti piuttosto complessi, è bene sottolineare che il particolare qui può intendersi come parte elementare di uno sviluppo più organico, mentre l’universale può essere semmai l’evoluzionismo “super-organico” che, in qualche modo, prescinde dal semplice aspetto biologico di ciascuno di noi, ma che tuttavia ci include in una evoluzione unica da cui nulla è estraniabile e separabile.

Spencer fa dell’evoluzionismo qualcosa di prettamente filosofico, distinguendosi così dall’analisi scientifica darwiniana. Se una identità completa, una sovrapposizione lineare e perfetta è impossibile tra lui e il più celebre dei naturalisti, molti sono i punti di convergenza che denotano ancora una volta il fenomeno dialettico esistente tra osservazione empirica e osservazione analitico-speculativa. Se non al pari certamente molto similmente alla scienza, la filosofia spenceriana ha la pretesa di divenire (e quindi poi di essere) letteralmente «il prodotto finale di quel processo che comincia con un puro collegamento di osservazioni grezze, continua con l’elaborazione di proposizioni sempre più larghe e separate dai fatti particolari e termina in proposizioni universali».

Ecco dove si arriva: all’enunciazione di tre punti che divengono materia ovvia di discussione ma che devono venire intesi come premesse di un discorso molto più ampio sull’esistente. Anzitutto il fatto che la materia è indistruttibile e muta di continuo, si trasforma e prende forme sempre nuove o, comunque, sempre differenti. A queste mutazioni corrisponde anche una omogeneità dei processi che sembrano obbedire a leggi intrinseche alla materia stessa: gli scienziati dimostrano che esiste un “comportamento” della materia nel suo divenire non sempre uguale, ma sempre “coerente” con ciò che vi era prima e ciò che diviene.

Da un seme di una pianta non nascerà mai una pianta diversa da quella che il seme stesso ha già, in un certo qual modo, dentro di sé, “in potenza“. Quindi la materia esiste e non è pensabile che possa un giorno terminare in sé stessa, annichilirsi del tutto e sparire dall’esistente che, a quel punto, sarebbe soltanto rappresentato dal vuoto cosmico e – viste le attuali conoscenze scientifiche – dall’ipotetica “materia oscura” che rappresenterebbe il 90% della massa dell’Universo. Le trasformazioni di tutto ciò seguono quella che Spencer chiama la “continuità del moto“: la staticità non appartiene all’esistente e nemmeno all’esistere consapevole che noi siamo.

In continuo movimento sono le nostre cellule, il nostro corpo che cambia di giorno in giorno e, più ancora, i nostri pensieri contenuti in un cervello che è, probabilmente, ciò che di più complesso esiste nell’Universo, perché lì ha sede la capacità cognititva ed autocognitiva. Miliardi e miliardi di interazioni microscopiche, cambi e scambi di energia tra le più invisibili parti del nostro cerebro ci permettono di agire ogni momento, di riflettere, di osservare, di generare una serie di eccentricità geometriche del nostro “io” (inteso come volontà prima, come spirito della Storia) che paiono spandersi quasi all’infinito, tanto sono sempre diverse l’una dall’altra, ogni momento attuale dal breve momento precedente e posteriore all’hic et nunc.

Questa motilità dell’esistente, della materia in senso proprio, è una caratteristica intrinseca alla stessa e presuppone una tensione costante che non viene meno, una forza (non quella straordinaria intuizione cinematografica che è il potere dei Jedi) che provoca la «continua ridistrubuzione della materia e del moto». La potenzialità della scienza – afferma Spencer – ci rivela il funzionamento o, per meglio dire, il comportamento dell’esistente: come appunto nascono gli esseri viventi, come procede la loro vita, come avvengono i fenomeni che impariamo a conoscere grazie al progredire tanto dei dubbi quanto delle sperimentazioni che ne seguono.

Ma la scienza, in sé e per sé, purtroppo (o forse per fortuna…) ha un limite: non risolve il mistero dell’esistenze. Lo può studiare ma non lo può capire nella sua interezza, non può penetrare il senso ignoto dell’essere, dell’esserci. Qui ci si sposta nel settore più proprio di una metafisica che ha gli stessi limiti della scienza in quanto a “conoscibilità” e, pertanto, l’unica – per così dire – soluzione è affidarsi alla fede, alla religiosità, all’ipotesi-Dio. Un semplificazionismo estremo che, infatti, per essere sorretto ha bisogno di tante metaforizzazioni e favolistici racconti che afferiscono al mitologismo tanto antico quanto più modernamente inteso.

Ciò dimostra sia il limite della scienza, sia quello della conoscenza in senso molto più lato: possiamo sapere fino ad un certo punto, mai oltre quel punto che sappiamo di non poter oltrepassare. Ed il punto in questione è il “Grande Perché“, quello con la maiuscola che fa il paio con il “Grande Mistero” sull’esistenza dell’esistente, quindi dell’Universo e di tutto ciò che comprende e include: noi esseri autocoscienti, tutti gli altri esseri senzienti, la meravigliosa evoluzione naturale che è sintesi della materia in una complessità determinata – sempre secondo Spencer – da uno “stato di unificazione” degli elementi.

L’evoluzionismo spenceriano, infatti, si riferisce ad una “incoerenza” dell’elementarità degli elementi stessi che, via via che le aggregazioni atomistiche procedono, si fanno sempre più omogenei e determinano dunque una complessità che risponde ad una “coerenza” tra l’uno e il molteplice, tra il singolare e il plurale, stabilendo così quelle leggi di sviluppo che sono il fondamento dei processi che siamo in grado di vivere oltre che di osservare e provare a comprendere. L’uniformità passa così al livello successivo di una difformità che è una eterogeneità delle esperienze materiali, del loro continuo evolversi senza che noi si possa sapere il perché la materia agisce in tal senso.

Sembra, per l’appunto, avere dentro di sé una regolamentazione predisposta: ogni cosa è e può diventare altro senza scadere nella caoticità dell’inconsapevolezza di una azione. La materia non ha una cognitività comportamentale: si trasforma istantaneamente e, quindi, ciò che avviene sembra quasi avvenire prescindendo dalla materia stessa, come se la governasse nel suo evolversi o involversi (se con questo ultimo termine vogliamo in qualche modo significare una accelerazione entropica). Non esiste il caos in sé e per sé. Esiste l’esistente che è, come rileva Spencer, indistruttibile e continuamente in moto.

Molto interessante l’analisi filosofico-scientifica qui esposta per sommi capi e interpretata secondo personali convinzioni: pare un po’ a tutti noi (almeno così sembra dalle chiacchiere che si possono fare quando ci si eleva oltre il nostro mondo) che una logica permei tutto l’Universo. La logica che deriva dall’osservazione di come la materia procede e continua a procedere nel suo mutamento costante. Non si tratta di situare questa logica ora nel Caos primordiale che cessa di essere tale, magari con le fluttuazioni quantiche e con l’ipotesi di nascita dell’Universo dal Big Bang. Come non si tratta di farne la percettibile manifestazione dell’esistenza di Dio, una sua immanenza nel mondo.

Va solo preso atto del fatto che tanto l’intera vita organica quanto quella psichica, così pure quella sociale nostra, sono espressione di quelle che possiamo definire come “regole di comportamento” che prescindono dalla nostra volontà e che, pur studiandole, non le possiamo capire nella loro genesi prima: da dove originano? Non lo sappiamo. Ma le constatiamo, le vediamo e le rivediamo ogni volta che c’è un processo di causa ed effetto. L’evoluzione massima, il suo apice, il suo punto di sviluppo e di rottura al tempo stesso sta nell’equilibrio tra differenziazione e concentrazione, una equipollenza tra incoerenza e coerenza.

Lì, in quel preciso istante, la dissoluzione è protagonista del nuovo cambiamento: una nuova mutazione, un nuovo evolversi di ciò che c’era prima e di ciò che presto diventerà. Spencer precisa: tutti questi processi sono possibili grazie ad una energia che rimane costante nell’Universo, perché nulla si crea e nulla si distrugge. Ma, per l’appunto, tutto si trasforma. Anche la nostra esistenza fa parte di questa ciclicità e, dunque, la coscienza che ci riguarda si sviluppa seguendo la legge dell’autoconservazione (o almeno così dovrebbe essere, visto quello che combiniamo per distruggerci ogni giorno da migliaia di anni…).

La formazione della coscienza è, in questo senso, un prodotto dell’estrema complessità della materia e, caso mai la logica che riguarda l’esistente fosse prossima ad una mente intelligente ultraterrena, potremmo allora, come affermava Anna Magnani, che sì, in fondo «Dio è poi la nostra coscienza».

MARCO SFERINI

3 agosto 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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