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Marco Sferini

L’esempio spagnolo e l’alternativa progressista in Italia

Il rischio che si parli sempre e soltanto di parole (Carmelo Bene docet) si accompagna ad un altro rischio: che, in vista delle elezioni politiche del 2027, si finisca col parlare sempre e soltanto di nomi di aspiranti presidenti del Consiglio dei ministri. La vera bipolarizzazione delle campagne elettorali è, in fin dei conti, data dalla leaderizzazione esasperata, dalla concentrazione nella figura del capo della coalizione di un programma che, il più delle volte, è stato solamente un insieme di punti proclamati nei comizi, nelle trasmissioni televisive e nei tanti interventi nel mare magnum dei social.

Ciò che occorrerebbe riuscire a fare nel concreto è distinguere la figura del leader dal programma che dovrebbe essere un elemento di condivisione che vada oltre il perimetro delle coalizioni e, nello specifico, di quella progressista. Se si vuole veramente costruire una seria alternativa al melonismo, bisogna operare nell’esatto senso opposto: non far sbiadire le proposte di riforma del Paese dentro la sola figura del capo (o della capa), ma valorizzarle oltre la plasticità dell’emblema figurativo di una fisionomia troppo ristretta entro la fisicità stessa del rappresentante dell’alleanza.

Sarebbe tanto più utile se ogni forza politica chiamata a compartecipare a questo compito si mettesse a disposizione pensandosi e, quindi, agendo come l’espressione di un particolare settore sociale, civile e culturale dell’Italia frantumata nei diritti tutti da quasi quattro anni di destrutturazione da parte delle destre sovraniste e populiste. Davvero servirebbe una riconsiderazione della stessa logica di partecipazione al voto: non solo una competizione elettorale fatta di concorrenzialità interna, bensì un moto unitario in cui le differenze sono messe a valore e non disperse nella sola raffigurazione onnipresente del leader.

Ciò non vuol dire sminuire l’importanza dell’esposizione mediatica, della comunicazione diretta proprio del programma attraverso la persona scelta per federare partiti e movimenti in un progetto di cambiamento radicale della politica nazionale e, non di meno, di quelle locali. Ma, in un ragionamento molto articolato e comprendente tutti gli aspetti dirimenti della prossima tornata delle elezioni politiche, dovrebbe essere compreso un ripensamento dei rapporti di verticalizzazione della propaganda e quelli di condivisione orizzontale di quel programma che, pure ricercato e lodato come motore del mutamento e apertura nei confronti dell’astensionismo, viene puntualmente poi disatteso un attimo dopo la proclamazione dei risultati.

Certo, i condizionamenti esterni sono tanti; non di meno lo sono gli interessi dei singoli partiti che sono fatti di donne e di uomini che non vengono dal nulla e che, quindi, avendo delle lunghe storie politiche alle spalle non possono reinventarsi tutto d’un botto e disconoscere o, quanto meno, capovolgere ciò che sono stati per tanto tempo. Per creare le premesse di una fiducia diffusa nei confronti di una proposta politica alternativa a Meloni, Salvini, Tajani e Lupi, tuttavia serve mostrare e dimostrare che proprio un altro modo di intendere la politica stessa è possibile, per mutuare un vecchio slogan socialforumista dei primi anni del nuovo millennio.

Conta partire dal bilancio dello Stato, rimettendo al centro di tutto il lavoro e, pertanto, passando da una economia di guerra ad una del disarmo e della riconversione verso settori di ripresa sociale, di implementazione delle strutture di protezione dei più deboli e fragili, di tutela dei diritti umani e civili. Questo significa dire NO a tutta una impostazione di subalternità della politica italiana al mercato più profittuale che esista oggi: quello delle armi. Se un punto fermo deve essere messo, questo non può non essere quello del disarmo e, in contemporanea, lo stabilimento di un salario sociale che possa divenire anche il parametro su cui innestare un aumento delle retribuzioni e delle pensioni.

I soldi ci sono, basta andarli a prendere là dove sono accumulati grazie allo sfruttamento di milioni di persone che ogni giorno sono trattate alla stregua di moderni schiavi del capitalismo neoliberista. Non esistono opzioni logiche per rifiutare anzitutto una tassazione fortemente progressiva e per applicare una tassa patrimoniale (non una tantum…) su quelli che sono i grandissimi beni, le immense proprietà e sostanze di imprenditori che, il più delle volte, non pagano un centesimo di euro di tasse in Italia. Un cambio di rotta in questo senso dovrebbe essere il primo punto all’ordine del giorno di una coalizione veramente progressista.

Paghino i ricchissimi la crisi di un’Italia da cui hanno, fino ad oggi e anche oltre l’oggi stesso, tratto tutto quello che potevano senza ridare praticamente quasi nulla indietro, perché i governi (non solo quello di Giorgia Meloni) non glielo hanno mai chiesto, preferendo invece prendere, con tassazioni indirette come l’IVA, dall’intera popolazione in modo assolutamente ineguale e, quindi, ipso facto antisociale. Riuscirà una coalizione progressista a darsi come punti fermi del programma la redistribuzione della ricchezza, il miglioramento delle condizioni del mondo del lavoro, l’arginamento delle conseguenze delle politiche di guerra e dell’economia di guerra?

Le premesse non lasciano ben sperare ma, proprio per questo, non deve venire meno nell’ambito del campo largo il rafforzamento della proposta della sinistra: maggiori saranno le voci che si faranno sentire in questa direzione di ritrovamento di una qualche forma di giustizia sociale, più saranno le possibilità che il programma della coalizione non contenga solamente un patto interclassista tra capitale e lavoro, tra imprenditoria e mondo salariato e pensionistico; ma che, invece, possa ritrovare in ciò uno spostamento dell’asse verso le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori, dell’arcipelago della precarietà, del fitto sottobosco del non-lavoro.

Guardiamo alla Spagna di Sánchez: non si tratta di ideologizzare nulla, ma di applicare un pragmatico buon senso alle tante crisi in cui viviamo e che si compenetrano negativamente sommando tutta una serie di problematiche che si ripercuotono nella vita di ognuno di noi ogni giorno. Può essere messa al primo posto del programma del campo largo una vera riforma del mondo del lavoro che ponga un limite invalicabile ai contratti a termine, a tempo determinato e che capovolga questo andazzo riproponendo come regola quelli a tempo indeterminato? Cosa impedisce di poterlo fare?

Soltanto la volontà, espressa molto bene fino ad oggi, di non spiacere alla classe imprenditoriale e finanziaria (quindi di tutelarne al massimo tutti i privilegi conseguiti e le immense ricchezze cumulate). In Spagna il salario minimo interprofessionale è circa a 1.080 euro mensili e, per di più, su quattordici mensilità. In Italia, quel poco che era stato fatto in questa direzione, oggi è stato cancellato dal governo di Giorgia Meloni. Dare qui un segnale esattamente opposto, finanziando un salario sociale adeguato, un minimo di 12 euro all’ora, porterebbe sicuramente molte italiane e molti italiani a considerare questa come una vera, tangibile alternativa che inciderebbe direttamente nelle loro vite.

Riguardo l’orario di lavoro: le proposte di ridurlo a parità di salario sono state tutte disattese, irrise, persino dalle forze progressiste, liquidando le 35 ore e la redistribuzione dei posti di lavoro conseguente come un qualcosa di impossibile da realizzare. La Francia, con al riforma Aubry, ha dal 2000 una legge che impone un orario di lavoro proprio a 35 ore settimanali: quelle eventualmente eccedenti sono, naturalmente, considerate “straordinari” e pagate di conseguenza. In Italia una sorta di saldatura compiacente nei confronti delle imprese (tanto dal vecchio centrodestra quanto dal vecchio centrosinistra) ha impedito che si potesse mettere a terra una riforma così innovativa.

Tanto innovativa che oggi, in un clima di sofferenza generale per il capitale, anche in Francia stanno pensando (leggasi Macron) di ripensare alla riforma introdotta e di riportare l’orario di lavoro ai vecchi standard di ipersfruttamento della forza lavoro. Ma la Spagna di Sánchez va in controtendenza: la settimana lavorativa fatta di 40 ore è stata portata a 37 ore senza alcuna diminuzione salariale. Può, anche in questo caso, una misura del genere essere tra i punti cardine del programma di governo del campo largo? Non c’è nessun motivo logico, vista la condizione di immiserimento di gran parte della popolazione salariata, che ne ostacoli l’approvazione nelle prime riunioni di un nuovo democratico Consiglio dei Ministri.

Se il campo largo vuole vincere le prossime elezioni politiche deve affidarsi ad una percezione popolare dei problemi che deve divenire anche la sua: i bisogni più dirimenti, i disagi più impellenti dovrebbero essere già di per sé il programma dell’alternativa progressista al neoliberismo esasperato e iperconservatore del governo Meloni e delle altre forze di centro che lo possono sostenere. Scrivere il programma non è difficile, ma è molto complicato persuadere le italiane e gli italiani che questa volta si farà sul serio e che non interverranno limiti ad una vera politica riformatrice in stile Sánchez. Riformatrice, si badi… Non rivoluzionaria. Ma viste le condizioni dell’oggi, ribaltare di centottanta gradi ciò che oggi siamo costretti a subire, sarebbe davvero rivoluzionario.

Se si vuole davvero partire dal programma, si metta in questo ciò che non è mai stato fatto per il mondo del lavoro, della scuola, della sanità, delle pensioni e del sociale in senso lato in tutti questi decenni trascorsi: prima il pubblico e poi, se ne rimane, il privato. Prima tutto ciò che fa res publica e poi il resto. Prima il disarmo e non le industrie belliche. Prima il lavoro e non le imprese. Prima una nuova idea di civitas, di cittadinanza moderna in cui ci si possa riconoscere come soggetti di diritti costituzionalmente sanciti. Mutuare le politiche del governo social-progressista spagnolo: un buon punto di partenza per una alternativa vera e concreta. Nulla di eccezionale, ma una barra dritta verso una realizzabile sufficiente normalità.

MARCO SFERINI

11 aprile 2026

foto: screenshot ed elaborazione propria

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