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Leggere Lolita a Teheran

Il coraggio ti si mette in mano, ti supplica di dargli una possibilità, di non impedirgli di sopravvivere mentre intorno i fuochi rivoluzionari divampano e incendiano letteralmente il vecchio mondo persiano, distruggendo insieme tirannidi imperiali e nuove speranze di vita democratica (tanto meno laica…). Il coraggio di scongiura: tienilo con te, alimentalo con quel poco di ossigeno che ti rimane per sopravvivere in un paese che, nella sua trasformazione, si allontana da una prospettiva di liberazione vera e propria. Se hai provato a convincerti, anche per un solo secondo, di riuscire a contribuire ad un condizionamento del nuovo presente, la disillusione è arrivata prontamente: dagli uomini che scendono dagli aerei con lunghi abiti neri e turbanti poco ci si poteva attendere, niente si è concretizzato in questa direzione.

La direzione della libertà da un regime tirannico. Da un inferno ad un altro. Stavolta nel nome di Dio, di una morale religiosa che, in quanto emanazione dell’ultraterreno, non è possibile mettere in discussione perché non ci sono spazi conquistabili alla vita al di fuori del credere con una fede assoluta, proprio, veramente cieca. La cecità che ne deriva è occultamento dei diritti sociali, di una civiltà grandiosa che viene ridotta ad una teocrazia che si sostituisce all’impero della dinastia Pahlavi. Il compromesso tra occidentalismo e monarchia tramonta e a prendere il suo posto è il nuovo regime improntato sul ruolo dell’uomo, del maschio, del credente, del confidente in Dio e in una repubblica che per aggettivo ha una delle tre grandi religioni monoteiste: islamica. L’esistenza quotidiana si riempie di preghiere, di riti, di convenzioni a cui si deve obbligatoriamente cedere il passo rispetto alla propria volontà.

Non c’è ragione che tenga: anzi, la ratio delle cose, delle persone, delle relazioni comuni è espulsa dal contesto civile. Perché di civico e di civile ben poco rimane dopo la rivoluzione khomeinista. Azar Nafisi insegna, all’epoca (siamo nel 1979), letteratura inglese presso l’Università “Allameh Tabatabai” di Teheran. Un ateneo intitolato ad uno dei più eminenti pensatori e religiosi iraniani. La professoressa, che ha compiuto la sua formazione prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti d’America, legge con le proprie studentesse i classici che, via via, vengono vietati dal regime teocratico: tra questi c’è “Lolita” di Vladimir Nabokov. Non l’unico, purtroppo, ma certamente uno dei testi condannati con tutto il peso di un gravissimo orrore da parte degli ayatollah. Quando decide che le pressioni sono troppe e quando comprende che non è possibile insegnare liberamente, si licenzia.

Ma le sue lezioni non hanno termine. Costituisce un circolo di lettura e di insegnamento a casa sua: vi invita le sue studentesse migliori. Ogni giovedì mattina leggono, oltre a “Lolita“, “Madame Bovary” di Gustave Flaubert, “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald, tutti i romanzi di Jane Austen e molti altri e non soltanto della letteratura inglese ed americana. Un viaggio al femminile e nel femminile, in un grande sentiero in cui c’è posto per ogni considerazione, per ogni differenza possibile, per ogni incontro e scontro di idee, per ogni espressione libera di sé stesse verso sé medesime e nei confronti delle altre. Lì ci si deve fermare soltanto perché (e non è poco) tutto ciò che vi è di limitrofo è regolato dalla severità di una legge istituzionale che, come del resto hanno fatto altre teocrazie nei confronti delle religioni che hanno posto a base del loro potere, contraddice per prima gli assunti dei libri “sacri“.

Leggere Lolita a Teheran” (Adelphi, 2007) è un capolavoro di misurata, necessaria dolcezza che si trasforma in una coraggiosa, energica sfrontatezza per niente offensiva nei confronti delle credenze, della fede, tanto meno di Dio. È un inno alla ribellione anzitutto mentale oltre che materiale: perché dal diritto all’immaginazione, alla fantasia, all’uscita dall’asfittico corridoio unidirezionale dei precetti dogmatici delle istituzioni della Repubblica islamica dell’Iran si apprende la tenerezza invincibile di una voglia di esprimersi che non può dissolversi, nonostante tutte le violenze da parte delle istituzioni, dei propri mariti, di una società che è stata costretta, ad un certo punto, ad essere altro da quello che avrebbe invece davvero potuto divenire. Le letture e le confidenze tra le giovani studentesse di Nafisi si simbiotizzano e ne nascono tutti presupposti per una alternativa reale all’esistente.

Bianco, grigio e nero, i colori dell’oscurantismo clericale sciita, si oppongono ad un immaginario femminile che risponde con uno sguardo alla bellezza della narrazione letteraria come uno dei tanti diritti da riconquistare: nessun libro è nemico di nessuno. Nessuna storia da raccontare è censurabile: perché ognuna di queste è parte della nostra essenza di esseri umani che esprime anche, e soprattutto, attraverso il linguaggio oltre che con la gestualità e l’acutezza della mimica facciale. Quando il potere vieta la pluralità delle idee, della conoscenza, la cui etimologia risiede nell’apprendimento profondo dato dal discernimento di ciò che siamo, del rapporto tra noi e il resto del mondo, non fa che dimostrare la pochezza della sua natura: dogmi e verità impenetrabili, proclamate dagli uomini nel nome di un profeta come di un dio, negano la genuinità della particolare essenza umana.

Dall’autocoscienza di cui siamo dotati ci costringono a passare ad una coscienza eterodiretta da princìpi assoluti, da incrollabili verità di fede. Ma quest’ultima non è necessariamente una nemica della ragione, della speculazione, della critica, della scienza come della conoscenza. Se posta, però, su un piedistallo di superiorità, tanto più da chi vuole preservare un potere conquistato con una rivoluzione popolare, ampiamente tradita nell’immediato susseguirsi dei fatti, allora la fede si trasforma in credo religioso; non è più spontanea direzione dei propri sentimenti e dei propri pensieri verso l’idea di Dio, ma costruzione. Leggere la letteratura occidentale a Teheran al tempo di Khomeini e di Khamenei non c’è dubbio che è un atto rivoluzionario: perché è la prova che non tutto può essere assolutizzato. Tanto più se ci si ricorda del passato: dal proprio a quello dell’ambiente in cui si vive.

L’imprendibilità della linea temporale da parte del regime degli ayatollah è una breccia aperta verso la costatazione personale, certamente condivisa con altre e altri, che non si è arrivati al limitare della propria storia: né come nazione, né come piccolo contesto locale. Ogni fenomeno umano ha un inizio e ha una fine. I buddisti parlano, a questo proposito, di “impermanenza“, di una continua trasformazione di ogni cosa, di ogni essere vivente e, quindi, di una oggettiva impossibilità a considerare la staticità di un qualunque fenomeno. Tanto più di un regime teocratico affidato alla protezione di una cerchia di fanatici religiosi che sono divenuti anche grandi contrattatori e affaristi… Né più né meno degli autocrati occidentali, si intende. La ragazze che leggono con Azar Nafisi imparano a considerare anche questo aspetto: non c’è rassegnazione che tenga. La mutazione è e non può non essere.

Parte certamente da fenomeni di massa, da coinvolgimenti più grandi di un circolo di lettura che si mantiene in vita e sopravvive ai soprusi quotidiani grazie alle pagine della straordinarietà delle letteratura. Ma è bene che la voglia di libertà rimanga la porta aperta tra noi e il resto della società, che non si chiuda nessun uscio, che si costruiscano sempre passaggi, ponti, collegamenti. Ci vuole coraggio, certo. Ed il coraggio collettivo ha bisogno di una somma di tanti minuscoli coraggi che, in apparenza, paiono irrilevanti. Di certo davanti alla prepotenza del potere e all’arroganza di un dogmatismo che sa bene di dover fronteggiare gli spiriti critici sempre e comunque. Forte accostamento tra Lolita e le donne iraniane, tra Humbert e il regime teocratico. Nel voler provare a trasformare la ragazza in altro da sé stessa, l’uomo adulto finisce per distruggerne l’innocenza, l’intima essenza. Così similmente viene pervertita la società iraniana.

La straordinaria forza di questo romanzo sta anche nell’assenza di un piano ideologico, di una disposizione anche solo parzialmente politica delle traversie di un popolo che non è stato liberato da Khomeini, che non lo potrà essere da Donald Trump o da Benjamin Netanyahu. Letto attraverso le lenti della più stretta attualità, pur contestualizzato nella storia biografica della sua autrice, il libro ci permette di ritrovare una equidistanza tra emotività e concettualismo, tra ciò che è oggettivo e pare insuperabile e ciò che invece è impalpabile ma che abita nelle coscienze di tante iraniane e tanti iraniani: quell’aspirazione ad una vera libertà, ad avere finalmente un paese in cui si possa, oltre che vivere dignitosamente, anche leggere e scrivere di qualunque argomento senza dover finire in carcere, senza dover sottostare a punizioni, a reprimende, a torture o, peggio, alla pena di morte.

Azar Nafisi invia a lettrici e lettori un messaggio chiaro: quel cenacolo di lettrici non è una fuga dalla realtà, ma l’esatto opposto. È la piena consapevolezza che così facendo si può, oltre ad immaginarla, anche rimanere in uno stato di agitazione critica permanente per costruire il presente nuovo nel futuro altrettanto tale. Alle sue studentesse la professoressa rivolge queste parole: non pensare alla letteratura come ad un filone allegorico, come a qualcosa che rappresenta soltanto la realtà. Bisogna immedesimarsi nei personaggi, “respirare con loro” e nutrirsi di questa empatia che è qualcosa di più della semplice percezione. Qualunque romanzo va “inalato“, facendoci vivere da lui. Quindi, sollecita l’autrice: cominciamo, cominciate a respirare…

LEGGERE LOLITA A TEHERAN
AZAR NAFISI
ADELPHI, 2007
€ 26,00

MARCO SFERINI

6 maggio 2026

foto: particolare della copertina del libro


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