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Politica e società

Legge elettorale, il governo tira dritto ma non si sa verso dove

Il Melonuellum esce ammaccato dalle prime due settimane di audizioni

Il Melonellum esce dalle prime due settimane di audizioni ammaccato, anzi con le ossa rotte. Conviene partire da quanto avviene in commissione Affari costituzionali della Camera per capire l’esito del vertice a trois di ieri a palazzo Chigi sulla legge elettorale, tra la premier Meloni e i suoi vice Tajani e Meloni. L’esito è stato un «andiamo avanti» ma non è ancora chiaro per andare dove.

Il primo dato di cronaca delle audizioni in commissione è che non vi hanno partecipato i deputati di Lega e Forza Italia. In questi giorni l’Aula è stata presidiata dalle opposizioni, e dagli uomini di Meloni: il capogruppo Alessandro Urzì, Giovanni Donzelli e Angelo Rossi, relatore e grande mediatore nella riforma del regolamento di Montecitorio. L’unico “azzurro” presente è stato ieri il presidente Nazario Pagano, anch’egli relatore, nei due giorni precedenti sostituito dal vice Riccardo De Corato.

Dal banco degli auditi sono piovute critiche, persino da parte di quei giuristi che hanno promosso l’impianto della pdl del centrodestra. Le domande agli esperti sono arrivate dai deputati delle opposizioni e da quelli di Fdi.

Mentre si svolgevano le audizioni, nell’edificio adiacente a Montecitorio, Palazzo Chigi, si svolgeva appunto il vertice a tre, sui temi di governo e sulla legge elettorale. Su quest’ultimo punto tuttavia mancava un quarto interlocutore, che non era Maurizio Lupi, bensì Marina Berlusconi.

Continuano infatti a circolare le voci a Montecitorio su una freddezza della figlia del fondatore di Fi sul Melonellum. Insomma le Forza Italia sono due: quella di rito romano (leggi Tajani) e quella di rito ambrosiano (leggi Berlusconi). La prima è sostanzialmente d’accordo sull’impianto della pdl depositata dai capigruppo del centrodestra, vale a dire un proporzionale con premio, a differenza della seconda che non sarebbe convinta. Anzi la Forza Italia di rito romano si sta già spendendo, con il presidente Pagano, per una mediazione con le opposizioni per far andare avanti la riforma.

L’altro ieri Pagano ha indicato alcune correzioni al Melonellum per superare alcune delle criticità, rimarcate anche dai costituzionalisti ascoltati. Per esempio modulare il premio in modo tale da non far mai superare al vincitore il 55% dei seggi. Di qui l’esito del vertice di Palazzo Chigi: andiamo avanti con l’obiettivo di approvare la legge elettorale (in linea di massima entro luglio alla Camera) ma dialogando con le opposizioni. Esito per altro fatto trapelare e non comunicato ufficialmente con una nota.

Immediata la reazione delle opposizioni. «La maggioranza non ha capito la lezione del referendum, il testo è irricevibili» ha detto Simona Bonafè, capogruppo del Pd in Commissione. «Il centrodestra è in un vicolo cieco», ha chiosato Riccardo Magi, segretario di +Europa. E probabilmente al vertice di Palazzo Chigi mancava anche un quinto commensale: la Lega del Nord.

Infatti negli stessi minuti in cui Salvini, lasciando la riunione, diceva che la maggioranza sulla legge elettorale «procede dritto», Stefano Candiani affermava che la riforma elettorale «non è una priorità» per la Lega. Insomma le assenze in Commissione di deputati di Lega e Fi è probabilmente figlia di tutto ciò.

Dalle audizioni sono emersi anche spunti politici dalle domande che i deputati hanno posto ai costituzionalisti. Per esempio Federico Fornaro, massimo esperto di leggi elettorali tra i dem, ha chiesto dei possibili rimedi per superare alcune criticità. Le risposte? Talune criticità possono essere superate, ma quella di fondo no (così per esempio Giovanna De Minico, Roberta Calvano, Lorenzo Spadacini, Francesca Biondi, Marilisa D’Amico): il problema principale, che pare inaggirabile, è che con un sistema bicamerale, e con quattro attori in campo (al momento) – cioè centrosinistra, centrodestra, Azione e Vannacci – ci possono essere esiti diversi tra i due rami del Parlamento. A quel punto il premio assegnato all’uno alla Camera e all’altro in Senato, renderebbe impossibile anche un qualsiasi accordo parlamentare post-elettorale.

Un premio pensato per garantire governabilità genera potenzialmente ingovernabilità. «Non sarebbe più prudente mantenere il Rosatellum?», ha domandato Bonafè. Il meloniano Angelo Rossi tuttavia ha difeso solo l’impianto generale (proporzionale con premio), non altri aspetti (come declinare il premio). «Ci siamo dati un mese per una fase di ascolto – ha spiegato il capogruppo Urzì – le audizioni stanno facendo emergere i temi chiave. Da questi può emergere un dialogo».

GIOVANNI INNAMORATI

da il manifesto.it

foto: elaborazione propria

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