
Pier Paolo Pasolini
A cinquant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini l’Italia è un paese controverso, pieno di contraddizioni dai vertici del potere fin dentro i meandri più complessi di un reticolato sociale che sopravvive giorno dopo giorno facendosi largo nella modernità pauperistica che avanza. Dalla fine della cosiddetta “prima repubblica” in poi si è fatta strada una impostazione celebrativa del capopopolo di turno che è stata supportata dal passaggio dal proporzionalismo al maggioritario, dall’ideologia alla iconologia, dal partito di massa a quello del leader, leggero, facilmente trasportabile di qua e di là, un po’ pigliatutto, un po’ rigorosamente incasellabile nelle nuove categorie inventate dalle forzature operate tra il 1989 e il 1992.
Quella condizione “dal basso” che Pasolini indagava con la sua poetica civile, con l’andare a scandagliare le esistenze povere dei “ragazzi di vita“, negli anfratti più reconditi di una periferizzazione della società che andava ben oltre le periferie stesse delle grandi città del Bel Paese, oggi è similmente rintracciabile in un diffusissimo disagio che si traduce in reazioni uguale e opposte alla cultura della condivisione, della solidarietà, dell’abbraccio e del sostegno entro un contesto di similarità che, però, non viene riconosciuto dal potere, dai governi, dalle istituzioni preposte. Non bisogna generalizzare: esistono tantissime associazioni che si occupano della povertà, dell’indigenza, di una inedia frastornante.
Ma l’impressione più diretta è che i luoghi costituzionali della politica italiana siano stati corrotti da una insolente e sfacciata abitudine ad essere reputati come amministrazione del privato e del privare il pubblico della sua natura per farne ancora di più quel “comitato di affari” di quella che un tempo Marx ed Engels definivano come “classe borghese” e che oggi, a ben vedere, si fa fatica ad incontrare nel mondo dell’imprenditoria e dell’industrialismo. Il capitalismo straccione dei primissimi anni Novanta si è convertito in un capitalismo di rapina anche in Italia: la torsione liberista si è concretizzata ben presto, forse leggermente dopo il suo manifestarsi alla fine degli anni Settanta in America.
Mentre nella poetica, nella filmografia e nella scrittura di Pasolini i protagonisti sono quasi tutti attori non-protagonisti, anche quando riportano in auge figure religiose, miticheggianti e simboliche dell’ancestrale passato di un mondo cristiano ormai molto lontano dalle sue origini sociali, di denuncia del potere come soverchiatore delle prerogative dei più fragili e deboli, nella società di oggi tutti vogliono essere protagonisti di qualcosa, di sé stessi anzitutto. L’altezza è un pregio, la bassezza una condanna stigmatizzante ad essere reiettamente posti non solo nell’oscurità insondabile di un fondo invisibile, ma il più marginalizzati possibili.
C’è una parola, tra le tante che subiscono l’inflazionamento degli psudo-dibattiti televisivi (peggio ancora se si pensa ai battibecchi da social con catene di inutili risposte che soddisfano solamente sempre e soltanto una squalificante voglia di protagonismo), che emerge con prepotenza e viene evocata in quanto paradigma assoluto della giustezza delle proprie posizioni politiche, (anti)sociali, tal volta anche sindacali e pure etiche: si tratta dello “sviluppo“. In nome di ciò sono state giustificate una serie di aggressioni allo stato-sociale, all’ambiente, ai territori, alle più belle e antiche preservazioni culturali. Pasolini a questo proposito scrive:
«Vediamo: la parola “sviluppo” ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di “destra”. […] Chi vuole infatti lo “sviluppo“? […] è evidente: a volere lo “sviluppo” in tal senso è chi produce; sono cioè gli industriali. […] gli industriali che producono beni superflui. La tecnologia ha creato la possibilità di una industrializzazione praticamente illimitata, e i cui caratteri sono ormai transnazionali».
Di contro, si è spesso parlato di “sviluppismo“, addirittura di “developmental State“, quindi di uno Stato improntato al tentativo di riappropriarsi di un vero modello di progresso sociale, contrariamente invece all’affermazione del liberismo che è quel marchio di assolutizzazione produttiva che fa della superfluità il cuore dello smercio di tutta una serie di prodotti che consumano le magre risorse salariali del moderno proletariato (irriconoscibile in quanto tale al pari della borghesia d’un tempo) e lo condannano ad una sopravvivente vita di stenti pur in un contesto di apparente crescita complessiva della società. Pasolini distingue: sviluppo e progresso non sono la medesima cosa. Potrebbero essere anche lessicalmente dei sinonimi, ma nel capitalismo finiscono per divergere.
Illuminante è, quindi, un saggio che scrive nel 1973, due anni prima di essere ucciso. Un saggio proprio dal titolo “Sviluppo e progresso“, da cui è stata fatta la precedente citazione e alla quale si fa seguire questa che chiarisce come la progressività non sia un interesse dell’altezza, del potere verticistico e verticalizzante, bensì di una dimensione più piana, paragonabile all’espansione dell’Universo, orizzontale ma, alla fine, un po’ in tutte le direzioni. Come se sapesse dove dirigersi ma non avesse ancora un obiettivo nel farlo, guidata da una inerzia che è, questa sì, sinonimo di inconsapevolezza della strumentalizzazione operata dal capitale nei confronti delle enormi masse di sfruttati super-iper-moderni.

Pasolini davanti alla tomba di Antonio Gramsci
Scrive Pasolini: «La “massa” è dunque per lo “sviluppo”: ma vive questa sua ideologia soltanto esistenzialmente, ed esistenzialmente è portatrice dei nuovi valori del consumo. […] Chi vuole, invece, il “progresso”? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il “progresso”: lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra. Lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato».
La discriminante sta proprio sempre qui: tra sfruttatori e sfruttati. Nella massa c’è tutto e il contrario di tutto. Nella parte sfruttata della stessa c’è quella forza propulsiva che deve necessariamente riprendersi un protagonismo di classe per superare un disfacimento disorientante di sé medesima, indotto da una continua e mortificante azione politica che ha deluso le aspettative più che giuste della povera gente, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo precario, di quello quasi impalpabile e invisibile del non-lavoro. Pasolini si rende perfettamente conto che l’industrializzazione eccessiva portata dal capitalismo moderno da un lato accelera i processi di massificazione delle merci, dall’altro impoverisce.
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Consente di lavorare le materie prime con minori costi di produzione, di aumentarne le quantità in un lasso di tempo certamente ridotto rispetto all’impiego della manualità e, quindi, apre ad un mercato praticamente inesauribile, almeno a prima vista. Ma il controcanto ha per sottofondo una evidente incongruità, una delle tante contraddizioni che sono inseparabili dal regime delle merci e dei profitti: più si abbassano i salari, più competizione si cerca nel nome dei dividendi aziendali, meno possibilità vi sarà per lo smercio e la domanda si comprimerà inevitabilmente.
Ieri, come oggi, quel proletariato su cui facevano affidamenti i grandi rivoluzionari per buttare a mare il capitale, si è lasciato inebriare, tramite i mass media, da un canto delle sirene che lo ha resto praticamente incapace di leggere anche solo in superficie la sua condizione di evidentissimo sfruttamento. Quella che lui definisce come la “civiltà dei consumi” fa peggio di ciò che ha fatto il regime fascista. Pare una affermazione iperbolica, ma lui la circostanzia:
«Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati».
In questa disposizione ad abbandonare i propri ambienti storici, in quanto luoghi di espressione delle più genuine e particolari forme di esistenza e di sopravvivenza nei secoli dei secoli, vedeva tutta la potenza di un sistema capitalistico molto più atroce del totalitarismo nello Stato e di Stato. Il mercato invade ogni sfera pubblica e privata, non consente (o prova a non consentire) che restino anche soltanto delle isole di armonia e di felicità che, non condividendo questa rigidissima impostazione, si sottraggono alla “vita normale“, a quell’impeto che travolge le masse e le fa sembrare libere di agire, mentre sono parte di un tutto che, esattamente in quegli istanti in cui muta le dinamiche sociali, cambia anche la particolare singolarità di ciascuno.
Spera Pasolini, spera nelle giovani generazioni che mostrano un piglio di dirimpettante avversità nei confronti della totalità del sistema. Ad un congresso del Partito radicale, si esprime così:
«Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Partito Comunista Italiano, e spera molto nella nuova generazione di comunisti. Spera nella nuova generazione di comunisti almeno come spera nei radicali. Cioè con quel tanto di volontà e irrazionalità e magari arbitrio che permettono di spiazzare – magari con un occhio a Wittgenstein – la realtà, per ragionarci sopra liberamente».

Pasolini iinterviene in un dibattito televisivo
Se esiste allora una speranza di sovvertire la crisi della civiltà, di realizzarla come crisi del sistema e di farne la chiave di volta per aprire le porte di una società diametralmente opposta, completamente capovolta, Pasolini la individua in coloro che non sono passati per tre quarti della loro vita dal fascismo al democristianesimo, ma che stanno conoscendo un boom economico che, per quanto possa essere descritto come magnifico e unica meta del futuro, è una microfase di una più lunga evoluzione del sistema economico in quella che sarà poi la globalizzazione ben oltre la sua fisionomia colonialista europea plurisecolare. I giovani sono gli eredi di una speranza che non muore, perché l’ingiustizia è riscontrabile là dove c’è la violenza della povertà.
Là dove si costringe all’accattonaggio, alla prostituzione, al vilipendio di sé stessi per potersi mantenere giorno per giorno in un contesto in cui il misero, il diverso, l’avverso e l’ostile sono condannati aprioristicamente come incomprensibili inferiori, come colpevoli di un reato che non hanno mai commesso: il non volersi migliorare, il non voler uscire dalla condizione minoritaria in cui si trovano o in cui sono finiti. Le circostanze non contano per la borghesia. Se uno arricchisce, vuol dire che possono farlo tutti. Chi non vi riesce è perché non vuole impegnarsi a fondo, non vuole migliorarsi.
Ed è proprio così che tutte le brutture della modernità, tutte le atrocità che si vedono ogni giorno, vengono sintetizzate nella truculentissima e disgustosa esistenza degli abitanti della villa di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” dove il potere ecclesiastico, quello nobiliare, quello giudiziario e quello economico trascinano chiunque nei moderni gironi danteschi di sadismo che compiace il sistema, perché, per quanto impersonale possa essere nella sua enorme grandezza, ha delle così fragili gambe da poter essere schiantato se non in ogni momento, certamente ad ogni occasione che si presenta. I forzati ospiti della villa sono costretti a cibarsi di escrementi, però serviti su lussuosi vassoi di argento.
Mangiano con posate altrettanto eleganti e sopra tovaglie ricamate. L’ultimo fascismo repubblichino è perfetto per dimostrare come pulsioni fintamente sociali e concretezza della violenza del potere nell’ambito del capitalismo più moderno possano convivere e rigenerarsi l’uno nell’altro. Non c’è mai fine per quell’abiezione, per quell’orrore, per quella perversione incivile, immorale e antisociale che si ritiene invece essere il migliore dei mondi possibili. E questo magari perché, ancora una volta, l’ha detto la tv.
MARCO SFERINI
1° novembre 2025
foto: screenshot ed elaborazione propria







